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Racconti di sport: Vent’anni fa, il Pirata… Marco Pantani

Racconti di sport: Vent’anni fa, il Pirata… Marco Pantani

Roma,  2 agosto  2018 – Il grande ciclismo, da sempre, ha regalato ai nostri colori pagine indimenticabili, di eroi che con le loro imprese hanno anche contribuito a riscattare il nostro stato sociale, il nostro essere italiani. Abbiamo più volte raccontato le emozioni che ci hanno trasmesso i campioni del passato, da Coppi a Bartali a Gimondi o del presente come Vincenzo Nibali, ma le pulsioni che abbiamo registrato nel Tour de France del ’98, col trionfo di Marco Pantani, sono senz’altro uniche.

Lo scalatore romagnolo Marco Pantani, il 2 agosto del ’98 vinse l’ottantacinquesima edizione della Grand Boucle, trentatre anni dopo il successo di Felice Gimondi, bissando la vittoria del Giro dello stesso anno ed entrando nel ristretto novero dei grandissimi ad aver centrato l’accoppiata Giro-Tour nella stessa stagione.

Come accennato emozioni uniche quelle di Pantani perché mentre le precedenti vittorie al Tour di Bottecchia, Coppi e Bartali, con due successi a testa, appartenevano ad un ciclismo antico fatto di distacchi di decine di minuti e quelle di Nencini, Gimondi ed in seguito Nibali di corridori completi dal punto di vista tecnico, ossia forti sul passo, in salita ed a cronometro, la vittoria del “Pirata” non fu scontata, anzi visto il suo handicap a cronometro nei confronti del favorito, il tedesco Ullrich, il successo maturò dopo un paio d’imprese d’altri tempi in montagna proprio come i suoi grandi predecessori.

Pantani soffrì molto nella parte iniziale del Tour, per una condizione fisica non ancora al meglio, accumulando un ritardo notevole dovuto anche a due prove a cronometro insufficienti e dove invece il suo rivale Ullrich era andato magnificamente.

All’undicesima frazione però Pantani cominciò a recuperare, vincendo sui Pirenei a Plateau de Beille, rosicchiando qualche minuto al tedesco già in maglia gialla ed arrivò a compiere il suo capolavoro alla 15° tappa a Les Deux Alpes quando inflisse più di 9 minuti ad Ullrich, vestendo sul podio il simbolo del primato. La rasoiata del “Pirata” avvenne sul mitico Galibier, in una giornata da tregenda con pioggia e freddo nonostante fossimo al 27 luglio, arricchita dalla commossa telecronaca di Adriano De Zan.

Marco Pantani riuscì poi a contenere i danni nella penultima tappa a cronometro di 52 km. dove perse 2’35’’ da Ullrich, conservando però un margine tale da consentirgli di trionfare sui Campi Elisi con 3’21’’ sul portacolori della Deutsche Telekom.

Il problema tecnico, di caratteristiche personali, che aveva Pantani con le crono era più che compensato dal suo strapotere sulle salite ed è per questo che l’impresa del ’98 è qualcosa di speciale in un’epoca in cui sempre più, come avverrà in seguito, ci si avvicinava ad un ciclismo specialistico, con corridori finalizzati ad un unico obiettivo stagionale.

Vent’anni fa Marco Pantani fu premiato sul podio proprio da Felice Gimondi, all’epoca ultimo italiano vincitore del Tour, e con la sua prestazione salvò di fatto un’edizione che due giorni prima del prologo fu sconvolta dal “caso Festina”, team francese a cui appartenevano tra gli altri atleti come Virenque, Zulle e Brochard. La polizia doganale, al confine tra Belgio e Francia, sequestrò nell’autovettura del massaggiatore della squadra Voet ingenti quantità di prodotti dopanti e le successive indagini ed interrogatori portarono all’ammissione del team manager Roussel, della pratica del doping da parte del team; naturalmente ci fu l’immediata esclusione della squadra francese e per molti giorni a seguire, ovviamente, si parlò solo di questo.

Il ringraziamento di Jean-Marie Leblanc, direttore della corsa, fu che non invitò nelle edizioni del 2001/2002/2003 la Mercatone Uno, formazione di Pantani, con Marco nel frattempo caduto in disgrazia per le note vicende che iniziarono nel giugno ’99 con l’allontanamento dal Giro per presunto valore di ematocrito fuori soglia.

Una decisione insensibile che forse diede il definitivo colpo di grazia ad uno dei più grandi esponenti del ciclismo nazionale ed internazionale.

L’essenza del ciclismo sono le grandi salite, fatto salvo il massimo rispetto per i passisti ed i velocisti, e Pantani racchiudeva in se le virtù dei grandi scalatori; non è mai stato un corridore speculare, che gestiva un vantaggio, bensì un attaccante, spettacolare che, come amava dire, scattava frequentemente in salita perché così finiva prima la sofferenza, l’agonia.

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