Racconti Di Sport – Pietro Sguario, il “Lupo di Bassano”

Conversazione con l’ex rugbista Fiamme Oro e azzurro n.178

scritto da Alessio Argentieri (con la collaborazione di Alessio Marzialetti e Silvano Andriollo).

Roma, 19 maggio 2019 – Prosegue il gemellaggio tra il nostro giornale e ALLRUGBY, la rivista italiana del rugby (www.allrugby.it). Sul numero N° 136- Maggio 2019, attualmente in edicola, l’intervista a Piero Sguario, già giocatore delle Fiamme Oro e della Nazionale italiana a cavallo tra gli anni ’50 e ’60. Ve la proponiamo in simultanea su www.attualita.it, con una breve galleria fotografica della carriera del “Lupo di Bassano”. Buona lettura!

Le pietre angolari della tradizione rugbistica italiana sono le molte storie individuali e collettive delle epoche in cui il professionismo era di là da venire, e verosimilmente neanche immaginabile per uno sport che era ancora fango e sudore (binomio azzeccatamente scelto dal Museo di Artena, ove la memoria ovale viene custodita).
Ecco perciò, a costituire un altro tassello, il racconto di sport e di vita di Pietro Sguario, classe 1933, ex giocatore delle Fiamme Oro Padova tra gli anni ’50 e ’60, con all’attivo 10 caps in azzurro. Era un momento storico in cui le occasioni di ribalta internazionale si dosavano con il contagocce, e quella doppia cifra di presenze in Nazionale ha un gran bel significato, riflettendoci con il senno di poi.
Nato il 13 Ottobre del 1933 in Istria nord-orientale, ad Abbazia Fiume (oggi territorio croato), Pietro, che viene da una famiglia di boscaioli, è veneto d’adozione. Come molti italiani giuliano-dalmati, dopo il 1947 e il trattato di Parigi che annetteva quel territorio alla Jugoslavia, la famiglia Sguario dovette lasciare la propria cittadina sul golfo del Quarnaro e riparare in Italia, insediandosi a Bassano del Grappa.
E qui, ai piedi delle Prealpi da cui il Brenta scende per solcare la pianura veneta, risiede tuttora questo bel signore di ottantacinque anni. Sguario conserva la struttura dell’atleta che fu, ricordandoci con orgoglio le sue caratteristiche (grossomodo invariate): 180 cm di altezza per 80 kg di peso.
L’esordio sportivo avvenne nel 1955 con la maglia delle Fiamme Oro. All’epoca, come è noto, si formò a livello quasi amatoriale la sezione rugbistica del gruppo sportivo del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza ora Polizia di Stato, grazie ad un gruppo di agenti del Secondo Reparto Mobile di Padova; Pietro faceva parte di quel nucleo base che comprendeva Alfio Angioli, Umberto “Lollo” Levorato, Enzo Bellinazzo, Marcello Fronda, Roberto Luise, Roberto Martini, Giancarlo Navarrini, Romano Rossi, Paolo Quintavalla. A quella compagine si era aggiunto il parmigiano Giancarlo Dondi, futuro presidente della Federazione Italiana Rugby.
Nel gruppo, Sguario si guadagna il suo soprannome: il “Lupo di Bassano”. Forse una spiegazione la possiamo trovare nelle parole di Dondi (riportate nel libro di Giacomo Mazzocchi “Gli eroi siamo noi”, Minerva Editore, 2012) che ci descrivono la loro vita da quasi professionisti, in quanto atleti del gruppo sportivo della Polizia: “due allenamenti al giorno, vitto ed alloggio, trasporti e cinema gratuiti, cassetta integrazione vitto con Olio Sasso e doppia bistecca che cedevo al mio sempre affamato amico Pietro Sguario in cambio del rifacimento della camera comune quando toccava il mio turno”. Uno spaccato di un’Italia assai diversa, e dei suoi giovani affamati di vita, consapevoli dell’opportunità privilegiata che la sorte aveva riservato loro. Un bel presente e un promettente futuro nello sport, a compensazione del passato prossimo- tra guerra, paura e micragna- della loro infanzia.
Nei suoi quindici anni di carriera Pietro ricoprì molti ruoli, come era usuale a quell’epoca: trequarti centro e trequarti ala, pilone, terza linea centro e terza linea ala (molto prima che chi sta in questa posizione si cominciasse a chiamare flanker!). L’anno dopo il suo debutto, la squadra fu promossa dalla serie C alla B, e poi alla A, per poi conquistare nella stagione 1957-58 il primo storico scudetto (replicato anche nei tre successivi campionati 1958-59, 1959-60 e 1960-61). In panchina, va ricordato, ci fu tra il 1955 e il 1960 il monumento del rugby italiano del dopoguerra: e chi altri, se non Mario “Maci” Battaglini?
Sguario fu capitano e viceallenatore delle FF.OO. dal 1959 al 1963. Negli anni ’60 i poliziotti arrivarono secondi in campionato per due anni consecutivi, nel 1964-65 e nel 1965-66, dietro la Partenope Napoli. Piero era poi in campo l’anno successivo, nello spareggio-scudetto contro L’Aquila allo Stadio Flaminio il 30 aprile del 1967, che consentì agli abruzzesi di aggiudicarsi il loro primo titolo della loro lunga storia, già ripercorsa sulle pagine di questa rivista. La sconfitta fu compensata dalle Fiamme Oro nella successiva stagione 1967-68, con la vittoria del loro quinto, e per ora ultimo, scudetto. Di recente per la squadra amaranto, oggi con sede nella Capitale presso il Centro di Ponte Galeria, un nuovo “ritorno di fiamma” con l’approdo alla semifinale nella stagione 2017/18 dell’attuale Campionato di Eccellenza (oggi Top12, e non si capisce come questo continuo divenire terminologico possa giovare al movimento), poi persa contro il Petrarca Padova di Andrea Marcato, che come è noto si è poi aggiudicato lo scudetto. Nell’attuale stagione del massimo campionato le Fiamme Oro si stanno attestando invece a metà classifica, a distanza dalla zona play-off.
Dopo il ritiro come giocatore, avvenuto nel 1969, una lunga esperienza come allenatore del Bassano Rugby in serie C, conquistando vincendo il campionato di C2 nella stagione ‘80-’81 (con vittoria in tutte le sedici partite) e una Coppa Italia a metà degli anni ’80; tra i suoi giocatori Piergianni Farina, che passerà al Petrarca conquistando da lì la maglia azzurra.
Con la Nazionale italiana il “Lupocollezionò le già menzionate 10 presenze tra il 1958 e il 1962, come terza linea e trequarti ala. Debuttò il 7/12/1958 a Catania contro la Romania, avversaria anche nella sua ultima presenza quattro anni dopo a Bucarest (10/6/1962). Nel Febbraio 2013 egli ha ricevuto, alle soglie degli ottant’anni, il cap come Azzurro n.178 della nostra Nazionale; nella cerimonia, tenutasi presso il Salone d’Onore del CONI al Foro Italico di Roma, prima della partita Italia-Francia del 6 Nazioni, sono stati insigniti del simbolico cappellino quasi quattrocento dei 627 giocatori ad aver vestito l’azzurro dal 1929 sino ad allora. Pietro si fece accompagnare dal nipotino Filippo Andriollo, all’epoca giocatore dell’under 14 del Bassano Rugby, e che oggi milita in serie C nel Valsugana Rugby Padova, con cui ha vinto lo scorso anno il campionato Under 18. Buon sangue non mente.
All’epoca di Pietro, la pratica sportiva era amatoriale, e chi giocava a rugby faceva i mestieri più disparati, in quel meraviglioso mélange di persone in cui, cameratescamente, si trovavano affiancati nel fango avvocati e operai, medici e contadini, impiegati e commercianti. Sguario, come molti suoi compagni, era nell’organico delle Forze dell’Ordine, presso cui ha prestato servizio sino alla pensione in forza al Compartimento di Polizia Stradale di Cesena. Nel 1993, su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il conferimento a Sguario dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Questo il ritratto del “Cavalier Lupo”, con cui conversiamo un poco sul rugby di ieri e di oggi.
Quale personaggio da te conosciuto meriterebbe di essere maggiormente ricordato nella storia del rugby italiano?
“Ai miei tempi le squadre di punta in Italia erano, oltre alle Fiamme Oro, Rovigo, Treviso, CUS Milano e Amatori Milano, Parma, Brescia e Venezia; poi negli anni ’60 sono cresciute realtà come il Petrarca Padova e L’Aquila. Tra i giocatori miei contemporanei devo citare prima di tutti Maci Battaglini, poi Franco Zani, Pasquale Vaghi, Lamberto Simonelli, Ugo Gargiulo, Antonio Di Zitti.”
Pensi che la continua evoluzione delle regole lo abbia trasformato in un altro gioco rispetto ai tuoi tempi?
“Nella mia vita ho potuto assistere ad una evoluzione del rugby nel tempo, con un incessante cambio delle regole. Ricordo ai miei tempi come fossero gli studenti universitari inglesi, molti dei quali passarono dal football alla palla ovale, a spingere per le modifiche regolamentari, si diceva per ridare impulso al loro movimento nazionale, che da primo della classe come culla del gioco stava subendo la crescita delle altre Nazioni, sia in Europa, sia nell’emisfero australe. La Francia all’epoca eccelleva nel giuoco alla mano. Ritengo che il professionismo abbia snaturato lo spirito originario del nostro sport. Oggi è tutta fisicità, aggressività, calci lunghi e corsa, penalizzando l’abilità nella gestione della palla che era invece il talento della nostra epoca.”
Chi sono ruolo per ruolo i giocatori italiani di oggi che ti piacciono di più?
“Devo fare un nome su tutti: Sergio Parisse. Il suo stile, anche umano, lo caratterizza come sportivo d’altri tempi. E lo fa risaltare nella massa. Un personaggio di altissimo livello.”
Che effetto ti fa la maggiore attenzione mediatica di oggi sul rugby rispetto al passato? Può essere il modo per fare un definitivo salto di qualità?
“Sicuramente la grande copertura televisiva, dall’ingresso dell’Italia nel Torneo delle Sei Nazioni in poi, ha portato il grande pubblico ad appassionarsi ad uno sport che non è di immediata comprensione e presa per chi non conosce regole e tradizione. Molti giovani si stanno in questo modo avvicinando a questa disciplina, sin da molto piccoli, dandoci speranza per il futuro del rugby italiano.”

Infine la gentile testimonianza di un altro illustre bassanese, Vittorio Munari (che non ha bisogno di presentazioni, avendo ricoperto con successo diversi ruoli in questo sport, a parte quello di arbitro, ma non poniamo limiti per il futuro…): “Ricordo con affetto Sguario come mio primo allenatore nelle squadre giovanili, tra il 1968 e il 1970 circa, nella società Excelsior Rugby di Santa Giustina, presso Prato della Valle a Padova (la società, istituita nel 1929, è stata recentemente rifondata in collaborazione con la ASD Real Padova, riportando il rugby “dentro le mura” patavine; qui i bambini tra i 4 e i 12 anni vengono avviati al minirugby nello storico campo “dietro a Santa Giustina” in Via Giuseppe Ferrari; n.d.r.). Pietro fu poi tra i principali collaboratori dell’ex Petrarchino Giovanni De Danieli, detto Renzo, nella fondazione del Rugby Bassano a metà degli anni ’70, dando sviluppo pieno ad una tradizione locale risalente agli anni Trenta (a De Danieli, scomparso nel 1995, è dedicato lo stadio bassanese realizzato nel 1983, in cui la giallorossa squadra locale disputa attualmente gli incontri di serie C1; n.d.r).
A chiudere, la galleria fotografica di immagini della vita sportiva di Pietro Sguario.
Grazie Lupo di averci raccontato la tua favola, non perdere mai il meraviglioso vizio della palla ovale.

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