L’Avvento.

50 anni fa l'inizio della leggenda biancoceleste.

Roma, 23  giugno 2019 – Nella liturgia cristiana l’Avvento è il periodo che precede il Natale ed è la preparazione allo stesso in attesa appunto della nascita del Redentore.

Senza essere tacciato di blasfemia per i tifosi della Lazio calcio e per la storia in generale del sodalizio laziale una data spartiacque è rappresentata dal 23 giugno 1969, cinquant’anni fa esatti, quando, nell’ambito dei festeggiamenti per il ritorno in serie A dei biancocelesti nella prestigiosa Villa Miani, l’allora presidente Umberto Lenzini annunciò l’acquisto di un giovane attaccante proveniente dall’Internapoli una società di serie C: Giorgio Chinaglia.

Alcuni quotidiani dell’epoca già da qualche giorno scrivevano del possibile acquisto di questo Chinaglia, ma l’ufficialità fu data proprio la sera del 23 giugno ed a maggior sostegno Lenzini annunciò anche gli acquisti di Giuseppe Wilson, anch’esso dall’Internapoli, e Franco Nanni, dal Trapani, suscitando dello stupore tra i presenti in virtù del fatto che non erano calciatori conosciuti ed esperti per il palcoscenico della serie A, non immaginando minimamente che sarebbero diventati tre tasselli fondamentali tre anni dopo…

La Lazio dall’inizio degli anni ’60, complice una grave crisi finanziaria della società, era in una sorta di limbo ed i suoi risultati non facevano notizia e gli stessi romanisti dicevano che la Lazio era una squadra senza città, un corpo estraneo. L’arrivo di Chinaglia sparigliò tutto, i tifosi diventarono padroni, una città nella città. Giorgione fu la Lazio!

Trascinatore, provocatore, ribelle, romantico, disadattato  come fu etichettato dal capo spedizione della Nazionale italiana di Calcio ai mondiali di Germania del ’74. Il tecnico azzurro  Valcareggi già due anni prima fu costretto a convocare lo scandaloso Chinaglia, il prorompente Chinaglia, capocannoniere della Lazio in serie B, primo giocatore ad essere selezionato dai cadetti per la Nazionale maggiore.

Il periodo laziale di Long John è stato ricchissimo di aneddoti  e ne ricordiamo, proprio relativi  all’anno di  purgatorio della serie B, un paio esemplificativi della sua personalità, del suo modo di essere.

A febbraio del ’72  dopo un’umiliante sconfitta a Brescia per 4-0, con qualche compagno di squadra che se la prendeva allegramente, sul treno che riportava la squadra a Roma s’impegnò personalmente nei confronti del suo allenatore Maestrelli, a dir poco sconsolato dopo l’inattesa sconfitta, a riportare con tutti i mezzi la Lazio in serie A anche a  costo di giocare con la squadra primavera, mentre a giugno dello stesso anno, alla penultima giornata in trasferta contro il Genoa, scese in campo con una profonda ferita alla tibia sinistra, occorsagli appena quattro giorni prima in una gara di coppa Italia a Napoli e suturata con maestria dal prof. Ziaco. Fino al sabato pomeriggio camminava con le stampelle ma la domenica  scese in campo segnando un goal strepitoso per lo 0-2 decisivo per la promozione in A.

Da questo punto di vista  pareggiò l’atteggiamento del suo illustre predecessore, Silvio Piola, che vinse da solo un derby nel marzo del ’41 segnando il suo secondo goal di testa nonostante una profonda ferita alla fronte sistemata al meglio con delle grappette che gli si conficcarono nella carne.

Il suo troneggiare nel panorama calcistico italiano dava fastidio a chi pensava di poterne fare un territorio di caccia esclusiva e sintomatico fu il suo rapporto di amicizia in Nazionale con Gigi Riva e Gianni Rivera e non con Sandro Mazzola…

Singolare ed unico il suo rapporto con l’allenatore Tommaso Maestrelli che lo conquistò con poche semplici parole all’indomani del licenziamento di Juan Carlos Lorenzo, suo primo mentore: “Giorgio tu sei l’unico giocatore che può riportare la Lazio in serie A. Se vai via tu me ne vado anch’io”. Un rapporto che via, via, andò sempre più cementandosi con Chinaglia che nell’anno dello scudetto biancoceleste addirittura visse a casa del suo mister per un paio di mesi abbondanti per sfuggire all’ira dei sostenitori romanisti travolti “dall’uragano Giorgio” dopo la stracittadina del marzo ’74.

La forza caratteriale di Chinaglia era impressionante, forgiata dall’esperienza di emigrante  all’estero  ma prima ancora significata dallo straordinario rapporto con la nonna Clelia, con cui viveva a Pontecimato frazione di Carrara, che gli fece sia da padre che da madre negli anni in cui i genitori di Giorgio tentarono la fortuna in Galles; nonna Clelia gli ripeteva spesso: “Quando sei triste, quando ti vengono in mente cose brutte, tu pensa che prima o poi spunterà l’arcobaleno e la vita ti sorriderà”.

A chi si stupiva, nel corso della sua carriera, della sua estrema determinazione nell’affrontare le gare in ogni circostanza Giorgio rispose:”questo è il mio lavoro, mi pagano bene, mi diverto e quindi mi devo impegnare più di un operaio o di un contadino”.

Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia hanno gridato, e continuano a gridare, i supporters della Lazio. Un amore infinito, smisurato, che ha superato persino i confini generazionali perché NESSUNO è stato come lui, protagonista di una storia d’amore assoluta. Si è permeato di lazialità come fosse un romano di sette generazioni.

Gli anni di Chinaglia alla Lazio sono stati ricchi di aneddoti leggendari, persino paradossali ed a questo proposito, relativamente alla foto a corredo di questo articolo, qualche tempo fa in un ristorante romano la figlia del presidente degli Stati Uniti, Ivanka Trump, in visita nella capitale, vide appesa la gigantografia di Giorgione vicina ad altri quadri e  chiese al ristoratore: “chi è quel santo li”? Tanto per ribadire il significato dell’avvento…

Tutti gli hanno voluto bene, al di la di qualche eccesso e di qualche presunto tradimento; del resto come dubitare di uno che sentenziò: “di Lazio ci si ammala inguaribilmente”…..

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