Racconti di sport

Racconti di sport. La corsa del sor Carletto

calcio mazzoneQuindici anni fa la cavalcata furiosa di Mazzone sotto la curva dei tifosi dell’Atalanta

Roma, 30 settembre – Da quando i primi ominidi – per scelta o per necessità – abbandonarono la vita arboricola per un diventare bipedi, molte storie memorabili hanno accompagnato l’incedere dei rappresentanti del genere Homo sul Pianeta Terra. E la corsa, da fuga per la sopravvivenza, è diventata in epoca storica elemento fondamentale della massima espressione della libertà umana: lo sport. Partendo dal leggendario percorso dell’emerodromo Filippide da Maratona verso Atene si può arrivare ai giorni nostri, con la falcata maestosa del re della velocità Usain Bolt.

Ma alla redazione sportiva di “www.attualita.it”, che ha l’abitudine di non prendersi mai eccessivamente sul serio, è un evento particolare, tra gli altri, a essere rimasto impresso nella memoria.

Quindici anni fa a Brescia, il 30 settembre 2001, si disputava un match della 5a giornata del campionato di serie A tra le “rondinelle” padrone di casa e l’Atalanta. Sulla panchina della Leonessa d’Italia c’era Carlo Mazzone, che il campionato precedente, assieme a Roberto Baggio leader in campo, aveva portato la squadra a chiudere al settimo posto, ad oggi miglior prestazione nei suoi oltre cento anni di storia. Quel risultato aveva dato diritto ai bresciani a disputare in estate la Coppa Intertoto, conclusasi per loro sfortunatamente con la doppia finale contro il Paris Saint Germain, due pareggi (0-0 e 1-1), che arrise ai francesi solo per la rete segnata in trasferta.

Quel giorno di fine si settembre c’era baruffa nell’aria allo Stadio “Mario Rigamonti”, perché il sor Carletto venne beccato per tutto il match dai cori offensivi dei tifosi nerazzurri, soprattutto dopo la prima frazione chiusa in vantaggio per 1-3. Ma nel secondo tempo Roberto Baggio prese per mano il Brescia e accorciò le distanze. Mazzone fece capire a gesti assai espliciti che se il risultato fosse ulteriormente cambiato non avrebbe mancato una visita di cortesia sotto la curva atalantina. Cosa che puntualmente avvenne dopo il definitivo 3-3 siglato ancora da Roby su punizione. Non è questa la sede per fare valutazioni sul peso dell’azione rispetto a quello della reazione. Diamo anche per assodato che il rispetto degli altri è importante come saper controllare i propri istinti. Però, goliardicamente, non possiamo scordare la formidabile corsa dell’allora sessantaquattrenne allenatore in tuta e giaccone, invano trattenuto dal suo fidato vice Leonardo Menichini, mentre rinverdiva – come si intuì dal labiale visto al rallentatore – l’antico culto capitolino per gli antenati (degli avversari). 

Un piccolo passo per un uomo, un mezzo passo falso per la romanità.

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