Tematiche etico-sociali

Roberto Cangialosi: IL CAPITANO “UNICO”

Di VITO MARCUZZO (Illustrazioni di Carlo Amaduzzi)

Roma, 19 febbraio 2023 – Vito Marcuzzo, Ufficiale dell’Arma in congedo, ha in un piccolo interessante libro, raccolto testimonianze sul Generale in congedo da lunghi anni Roberto Cangialosi, in cui ha raccolto belle testimonianze di appartenenti all’Arma.

Questa la prefazione. “Tutto cominciò con la visita alla Scuola di Fanteria di Cesano del Sig. Romano, sarto con recapito presso la Scuola Ufficiali Carabinieri. Fu lui a portarci la tanto attesa lista degli ammessi al Corso tecnico professionale per Ufficiali di Complemento nell’Arma. Venne per farsi pubblicità, le eleganti divise erano a nostro carico, raccolse numerose prenotazioni. La comunicazione arrivò di lì a poco. Se non ricordo male 15.000 giovani parteciparono al concorso per 1.500 Allievi Ufficiali di Complemento dell’86 corso, 50 dei quali nella “Benemerita”, e a questi ultimi sono dedicate queste modeste pagine. Entrare nei Carabinieri era un traguardo ambito. Nei pochi ultimi giorni a Cesano mi sentivo un po’ invidiato, confesso però che all’arrivo della nomina mi prese un certo sgomento, non ero sicuro di essere all’altezza dell’incarico, confidai i miei dubbi al Sottotenente Gennaro Finizia, il mio Comandante di Plotone che, pur coetaneo, tutti rispettavano, e all’ amico Fabrizio, oggi Sacerdote, che allora era un allievo ufficiale, ma già era una persona discreta e riflessiva con cui avevo confidenza. Mi rassicurarono entrambi. Quando arrivai alla Scuola Ufficiali Carabinieri e conobbi il Capitano Roberto Cangialosi responsabile del nostro corso non ci fu più posto per i dubbi, Lui non ne aveva e quindi anche a noi non era permesso averne. Mi trovai davanti un superiore duro, freddo e distaccato, la cui manifestazione di umanità era al più di una battuta sarcastica, ma con carisma, forza di carattere e una capacità di coinvolgere e di comunicare eccezionali. Lo abbiamo prima odiato, poi stimato e alla fine amato; le tante testimonianze raccolte in queste pagine ne sono un corale riconoscimento”. Ten. Pietro Marcuzzo

Prefazione del grande Generale Tullio Del Sette, già Comandante Generale, che mi ha onorato di ricevere personalmente da Lui il libro in trattazione, alcuni giorni fa.
“”Nella mia lunga e intensa vita nell’Arma ho avuto modo di incontrare più volte Roberto Cangialosi: da Allievo dell’Accademia Militare di Modena, tante volte da Ufficiale Allievo della Scuola di Applicazione, da Comandante di Plotone dell’Accademia Militare e (dopo circa quarant’anni), di Comandante Generale dell’Arma. Nelle prime tre occasioni lui rivestiva l’incarico di Comandante di Sezione Allievi Ufficiali della Scuola di Applicazione dei Carabinieri (ora Scuola Ufficiali) a Roma, le prime due nella caserma di via Garibaldi, la terza in quella di via Aurelia (l’attuale sede); l’ultima volta era in congedo, col grado di Generale ed eravamo a Palidoro, presso la Torre del nostro Eroe Salvo d’Acquisto, in occasione di un anniversario del suo sacrificio. La nitidezza dei ricordi che ho di lui è il segno di quanto la sua personalità e la sua figura mi abbiano colpito. Il primo incontro fu sorprendente quanto rivelatore della sua unicità: con alcuni compagni di corso prossimi alla fine del biennio accademico ero giunto a Roma, da Modena, in uniforme storica per una cerimonia solenne dell’Arma e all’ingresso del cortile detto del Vanvitelli della Scuola di via Garibaldi (che sarebbe stata la nostra per il successivo biennio) fummo ricevuti da un Signor Capitano perfetto nell’uniforme, nella forma militare e nel rispetto del suo e del nostro ruolo che, con modi tanto decisi quanti signorili, si presentò declinando ad alta voce il suo grado, cognome e nome, ci ordinò di fare altrettanto a pieni polmoni, ci inviò dal barbiere della caserma per un risoluto taglio di capelli sotto il suo diretto controllo e ci intrattenne a lungo sul corretto modo di stare sull’attenti e salutare, prima di consentirci di raggiungere la camera assegnataci. Non c’è che dire: una bella lezione per “scafati” Cadetti che pensavano ad un prossimo biennio di Applicazione più rilassato sotto il profilo formale di quello accademico che stavano ultimando. Per me come per tutti quelli che hanno avuto l’occasione e la fortuna di conoscerlo e apprezzarlo nelle sue funzioni, nella sua missione, di formatore di Uomini, di Carabinieri, di Ufficiali, è rimasto e rimarrà per sempre “il Capitano Cangialosi”, “Unico” come esattamente lo appella il titolo della raccolta di testimonianze di alcuni dei suoi innumerevoli ammiratori che l’autore, Vito Marcuzzo, e i suoi colleghi dell’ 86° corso AUC (Allievi Ufficiali di Complemento) dei Carabinieri hanno voluto dedicargli come attestazione perenne di stima, di riconoscenza, di rispetto e di affetto verso il loro indimenticabile Comandante di Sezione Allievi. Cosa rara il fatto che un gruppo di sessantenni, Ufficiali di complemento dell’Arma durante il loro periodo di leva (come noto “sospesa” dal 2005 purtroppo per l’Arma e le altre Forze di Polizia e, forse, per la preparazione alla vita di tanti giovani) e poi per decine di anni dediti alle più diverse professioni, siano rimasti legati tra loro e continuino ad incontrarsi nel segno del loro Comandante di un lontano e breve tempo, di un loro insegnante di storia e vita dell’Arma, militare e civica. Raro, se non unico, il fatto che abbiano, con questo libro, voluto storicizzare il ricordo prestigioso affettuoso che conservano, ad attestare la profondità la fecondità del solco che ha saputo tracciare. Nei frammenti, nei flash, nelle citazioni che compongono quest’opera ho trovato piena conferma della figura del “Capitano Cangialosi”- Carabiniere per vocazione, Ufficiale per convinzione e Gentiluomo per temperamento ed educazione, senza tentennamento o compromesso alcuno – che si è formata in me a valle degli incontri personali con lui e dei racconti, delle citazioni dei miei colleghi di Corso (che, come me, l’hanno conosciuto durante il biennio di Applicazione, seppure non come Comandante di Sezione, essendo lui destinato agli AUC non ai provenienti dall’Accademia) e di miei stimati amici, quali, ad esempio, il Generale dell’Arma Raffaele Vacca (citato nel volume), che con lui ha prestato servizio alla Scuola Allievi Carabinieri di Roma, o il Generale Marco Rossi della Polizia Penitenziaria, suo AUC dei Carabinieri di un corso precedente all’86°, che ancora pensano a lui e lo ricordano a me con stima e commozione. Una grande soddisfazione per il nostro Cangialosi poter constatare quanto incisivi siano stati il suo insegnamento e il suo esempio di integrità e rigore morale, di disciplina militare, di orgogliosa appartenenza e di dedizione generosa all’Arma – sideralmente lontane da infingimenti o dalla ricerca di vantaggi e tornaconti personali – nella convinta consapevolezza del prestigioso ruolo di Servizio all’Italia da essa svolto quale Forza Armata in servizio permanente di pubblica sicurezza e Forza di Polizia statale a condizione militare e competenza generale. Lui sa, e noi gliene diamo atto, che il suo percorso nell’Arma è stato e rimarrà patrimonio prezioso dell’Istituzione, dei suoi tanti Allievi, di quanti l’hanno conosciuto, incontrato e di lui hanno parlato, di tutti coloro che hanno saputo interiorizzare il suo messaggio di Etica del Carabiniere.”” Gen. C.A. (r) Tullio Del Sette

La mia storia.
Da Sottotenente di Cpl venni assegnato all’VIII Battaglione Mobile di Roma nell’ottobre 1968 dove rimasi un anno. Giurai davanti alla Bandiera del 2° Reggimento alla presenza del grande Colonnello Attilio Boldoni, Medaglia d’Argento al Valore Militare meritata nella campagna di Russia. Ricordo che quando il grande poeta P. P. Pasolini nel 1968 pubblicò lo scritto in cui criticava fortemente i giovani studenti figli di borghesi per aver aggredito le Forze dell’Ordine negli incidenti davanti alla Facoltà di Architettura di Valle Giulia, a Roma, lo ammirai. “Si, i Poliziotti”, scrisse, “figli di operai e contadini che vivevano nelle borgate, erano poi i figli di quella gente che i sessantottini tanto avevano a cuore dalla quale però erano notoriamente tanto lontani…”

Quel giorno a Valle Giulia ero presente anche io con reparti dell’VIII Battaglione Mobile. Uno scontro violento di piazza tra manifestanti universitari e Polizia, nell’ambito delle manifestazioni legate al movimento sessantottino, in cui gli studenti tentarono di riconquistare la Facoltà di Architettura dell’Università di Roma, attaccando la Polizia, che la presidiava dopo averla sgomberata da un’occupazione.

Fu l’inizio dell’ autunno caldo, nel corso del quale fui presente a numerosi incidenti nel polo universitario, tra i quali lo sgombero dell’Università di Roma in coincidenza della visita del Presidente USA Nixon.

Dopo un anno, il Colonnello Boldoni mi convocò per dirmi che sarei stato trasferito alla Legione Allievi di Roma.

Fui entusiasta e mi presentai con la grande Uniforme speciale del mio caro Padre deceduto per malattia, a 58 anni, dopo aver lasciato da Generale il Comando della IV Brigata di Roma; avevo 17 anni…

Alla Legione allievi, ero l’unico Ufficiale di complemento, fui assegnato alla Compagnia comandata dal grande Tenente in promozione Roberto Cangialosi.

Caro Roberto, da subito fosti un mito per tutti: coraggio, determinazione ed entusiasmo, con la capacità di andare contro tutto e tutti per ciò che ritenevi fosse giusto, e nel giusto eri, molto spesso, lontano da logiche di compromesso e opportunismo, soprattutto quando c’era da curare gli interessi dei più semplici e dei più umili militari. 

La via da Lui scelta, quella di servire l’Italia nell’Arma dei Carabinieri, lo confermò in quella convinzione. Chiamato per giuramento a “mantenere l’ordine”, ad essere garante dell’assetto sociale, intese quel compito come un dovere da assolvere verso la Patria e la collettività. In quella missione credette, ravvivandola costantemente con alto sentimento di considerazione umana, non perdendo mai di vista il concetto che oltre alla vita di Caserma oltre alla responsabilità di Comando, c’era un giovane da redimere, il cittadino da avviare verso la collaborazione con la Nazione intera… il Carabiniere da seguire, guidare, stimolare, aiutare se necessario… pensando alla sua Famiglia.

Tratto un triste episodio recente alla Scuola Allievi di Roma. Una giovane Tenente dell’Arma dei Carabinieri, nell’ottobre 2010, proveniente dai corsi d’Accademia, all’interno della Scuola si è tolta la vita con la pistola di ordinanza. La vedevo in quanto ero Generale CSM del Comando delle Scuole, a termine carriera. Era fiera e bella nella Sua divisa nell’ampio cortile, come anche quand’era di Picchetto e in tutte le attività addestrative; ovvero al Circolo per il tradizionale caffè di metà mattina, con altri giovani colleghi, che spesso incontravo ricordando quando 40 anni prima ero in quella stessa Scuola Comandante di plotone Allievi, come loro, con il grande e autorevole Colonnello Comandante Andrea Ragni e il grande Capitano Roberto Cangialosi.

Il criterio dominante era: Ordine e Disciplina! Il portamento della giovane Tenente, poi, era regale, di grande equilibrio interiore. Ora, quella Vita è stata spezzata da un gesto incomprensibile, forse scaturito dal peso enorme di una situazione da Lei forse erroneamente ritenuta un’ingiustizia patita, sofferta, amaramente vissuta. E, così, è giocoforza tornare ai tempi lontani, quando i Comandanti (quelli con la “C” maiuscola), nelle Scuole o nei Battaglioni, dicevano, come diceva Cangialosi, con bonaria severità: “”Il Subalterno deve… “morire”… al Reparto””, volendo con questo significare che Sottotenenti e Tenenti dovevano lavorare e lavorare; i primi ad arrivare la mattina per la sveglia, gli ultimi ad andare via, di sera tardi, dopo il silenzio, se “di Giornata”; ovvero, nel quotidiano, in Caserma dall’inizio delle operazioni sino a fine rapporto istruttori, alla libera uscita, alla vigilanza a Mensa e anche oltre. Ma con tale frase, quei Comandanti veri, certamente mai avrebbero pensato che in Caserma si potesse morire davvero, e in quel modo così tragico, poi, senza che nessuno si accorgesse di un così grande turbamento, di una così immane vicenda umana! Tutto ciò deve far riflettere molto sull’odierno modo di vivere e di comandare, come sul minore spirito di appartenenza, di solidarietà che, un tempo, antipatie fisiologiche a parte, faceva considerare, tra Colleghi, tutti Amici. E così era davvero! Addio, bel Tenente, riposa in Pace; quella Pace che questa Vita Ti ha negato!

Il grande Magistrato Ilario Martella, che ben conosco, titolare dell’inchiesta sull’attentato a Giovanni Paolo II avvenuto in piazza San Pietro il 13 maggio 1981 partecipò ad incontro nel viterbese: “Tre spari contro il Papa”, e vide anche la partecipazione del Generale Roberto Cangialosi, perito balistico dell’inchiesta che ha illustrato alcuni particolari inediti legati all’attentato. Un avvenimento storico che ha segnato il Novecento. L’attentato a Wojtyla resta senza dubbio uno degli avvenimenti che hanno contraddistinto il secolo scorso, determinando anche il corso della storia –– un evento drammatico che ci ha tenuti con il fiato sospeso per anni unendo tutti gli italiani, credenti e non, in un unico grande sentimento di apprensione per la vita del Pontefice.

Roberto Cangialosi, noto e ben conosciuto da generazioni di Carabinieri dei vari ruoli, che sempre hanno esaltato le tue doti di mente e di cuore, forti però del tuo esempio che dice: “FRANGAR NON FLECTAR”: mi spezzo ma non mi piego; cui personalmente desidero aggiungere il dannunziano:”SEMPER ADAMAS”, cioè sempre puro come il diamante, perché tale è stato il tuo cuore di Patriota, di audace, invitto combattente della vita. Sarai sempre nei nostri cuori.

Un mito, appunto… ahimè quanto lontano!!

Una piccola integrazione. Nella foto, la Bandiera della Legione Allievi di Roma si inserisce di primo pomeriggio nella Compagnia schierata con banda in fondo al grande cortile, comandata dal Capitano Roberto Cangialosi, per il cambio della guardia al Palazzo del Quirinale. Io ero Ufficiale di picchetto schierato con la Guardia (S.Ten. cpl). La Bandiera aveva come Alfiere il Tenente Pietro Goretti con a fianco il Tenente Domenico Enrico di Napoli, entrambi in s.p.e.. … Solo per ricordo comune. 

 

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