Cultura

George Pehlivaian torna a dirigere l’Orchestra di Santa Cecilia

Sul  podio romano con il violoncello di Gabriele Geminiani.

Il maestro George Pehlivanian è tornato dopo alcuni anni di assenza dal podio romano a dirigere l’Orchestra di Santa Cecilia in un programma che rispecchia, salvo per il breve brano iniziale, un  progetto messo a punto dal direttore Luisi, che ha dovuto per motivi di salute dare forfait, tutto improntato sulla figura di Don Chisciotte, personaggio cervantino che ha coinvolto in virtù della sua forza espressiva, della sua attitudine a diventare simbolo, anzi archetipo, l’immaginario di artisti di vari settori. Il cinema, le arti visive, e la musica si sono in qualche modo uniti ad allargare lo spettro delle significazioni che il cavaliere dalla triste figura aveva avuto come corredo originario da Miguel de Cervantes Saavedra. Richard Strauss, che aveva portato alla massima espressione il poema sinfonico, aveva già colto successi notevoli con “Don Juan” , con “Morte e Trasfigurazione” su una poesia di Ritter e tanti altri ancora fino al suo “Also sprach Zarathustra”, un omaggio a Nietzsche e alla sua dottrina del superuomo. Cercare una figura che gli permettesse di costruirle un ritratto, un eroe che si facesse raccontare musicalmente era dunque avvertita come un’esigenza ispirativa ed era facile puntare l’obiettivo su questo eroe sui generis che, rifiutando l’opacità della sua esistenza, fa della cavalleria  e dei suoi rituali, dell’esprit de cour ai quali si improntavano i dogmi cavallereschi, il protagonista di un’opera che tiene conto di tutto l’ambito nel quale si svolgono le vicende di don Chisciotte nella prima parte del romanzo e nella seconda, la meno nota e letta, nella quale l’animus del cavaliere dalla triste figura si ribalta e il “disparate”, ovvero la follia alla Erasmo da Rotterdam, nella quale si era esaltato, lentamente lo lascia verso una dolente sanità mentale mentre il suo scudiero, Sancho Panza, dapprima simbolo della vita materiale e suo contraltare, assume su di sé le valenze del sogno.

Strauss iniziò a pensare il suo Don Quixote già nel 1886 quando aveva da poco firmato “Zarathustra”, ma cominciò a scrivere la sua composizione circa dieci anni dopo (nel 1897) in contemporanea con un altro poema sinfonico dal titolo “Vita d’eroe”. Alcuni critici hanno voluto giudicare quest’opera, priva degli slanci e  delle enfatiche figurazioni sonore dei lavori precedenti, come un momento di appannamento nella ispirazione, di decadenza, la musica allora diverrebbe un effetto esteriore e non un’indagine con gli strumenti che le sono propri sulla psicologia, sulle caratteristiche umane del personaggio da rappresentare. E tuttavia ad un ascolto più assaporato quello che appare è un linguaggio musicale capace di continue trasformazioni a dar conto della teatralità delle vicende del cavaliere, dei suoi riflessi tragicomici, delle invenzioni melodiche che diventano fonte continua di ombreggiature che mettono in luce il plot, dalle lotte contro i mulini a vento, alla battaglia feroce combattuta con monaci oranti in processione scambiati per un esercito di briganti, all’ impari confronto con il gregge degli arieti, alla decisiva sconfitta contro il Cavaliere della Bianca Luna. Forse è la stessa universalità del personaggio a suggerire a Strauss di fare a meno del colore spagnolo, di liberarsi anche della stretta dipendenza del binomio strumento/personaggio, anche se don Quixote è rappresentato dal violoncello (assai applaudito Gabriele Geminiani, che fa parte dell’Orchestra ceciliana), e di coinvolgere tutte le sezioni orchestrali. Il Don Quixote, che ha come sottotitolo Variazioni fantastiche su un tema cavalleresco, op. 35, si articola  in dieci variazioni precedute da una Introduzione e completate da  un Gran Finale. Il percorso, che lo stesso Strauss suggeriva di seguire durante l’ascolto, tanto da fornire al pubblico un foglietto riassuntivo, va dall’iniziale presentazione dei due personaggi Don Chisciotte e Sancho, il suo scudiero, al momento della battaglia contro i mulini a vento e la relativa sconfitta; alla battaglia contro l’esercito di montoni. Poi è la volta di Sancho, lui che rappresenta la coscienza popolare parla il suo linguaggio farcito di motti, proverbi e battute salaci. Indi, è don Chisciotte a raccontare il favoloso e immaginario mondo che aspetta di essere conquistato da loro. Un corteo di pellegrini che porta in processione la Madonna diventa nella sua trasfigurazione un invito alla lotta. Come ogni cavaliere anche il buon Chisciotte deve trovare una dama degna che gli doni il suo fazzoletto da idolatrare come una reliquia, e, per prepararsi con spirito puro all’evento,  l’hidalgo mette in atto la sua veglia notturna in armi  in onore di Dulcinea del Toboso. Che incontrerà più tardi e della quale si dichiarerà schiavo (Dulcinea, in realtà, è solo la servetta della taverna). Ed ecco i due viaggiatori d’improvviso librarsi in aria ( uno degli episodi più brillanti e accesi dell’intera partitura) e trasvolare i cieli; il viaggio nella barca incantata ha una fine rovinosa e si conclude con un naufragio. Ora avanzano per la via due monaci ed è subito lotta e sconfitta per l’hidalgo, che, rinsavito, decide di tornare nella Mancha, dove si appresta a morire contento ed in pace con il mondo intero.

Applauditissimo, George Pehlivaian che ha diretto magistralmente un’orchestra davvero sempre puntuale, si appresta alla conclusione del concerto, che si era aperto sulla trascrizione della Fuga (ricercata) a sei voci di Anton Webern di un brano dell”Offerta Musicale” di Johann Bach.

Nel finale, la Prima Sinfonia di Schumann, un  inno alla primavera e alla sua giocondità che si dipana nei movimenti Andante poco maestoso. Allegro Molto vivace, Larghetto, Scherzo:molto vivace e Allegro Animato e Scherzoso.

 

 

 

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