Tematiche etico-sociali

“Una storia fuori dal Comune – Lamezia Italia”

Le memorie di un grande sindaco calabrese

Roma, 14 giugno 2021 – “Una storia fuori dal Comune – Lamezia Italia” (Rubbettino) di Gianni Speranza, con Salvatore D’Elia, con prefazione di Antonio Padellaro e intervista di Gianfranco Manfredi, è il racconto del tentativo di rinascita di una città, Lamezia Terme, visto attraverso il vissuto personale di chi ne è stato attore principale.

La cosa che più colpisce è senza dubbio la sincerità. Il grande Prof. Enzo Ciconte, calabrese, il 30 aprile su Il Quotidiano del Sud, autorevolmente ha scritto: “Non capita di frequente di imbattersi in un libro con un titolo intrigante e felicemente ambiguo, o ambivalente se ambiguo vi sembra esagerato. Questo è il caso del libro scritto da Gianni Speranza. Cominciamo dall’inizio per far comprendere al lettore il contesto della realtà di Lamezia Terme quando decide di candidarsi Giannetto, così continuiamo a chiamarlo noi che gli siamo amici. Altra difficoltà seria: lui era sindaco, ma non aveva una maggioranza in Consiglio. La legge elettorale del tempo conteneva questa bizzarria. Eppure ha retto. Il suo è un percorso ad ostacoli in una realtà complicata e complessa come la sua città e in una regione che aveva (ed ancora ha) enormi problemi di governabilità e di buon governo. Credo, in maniera sempre più convinta, che il tema dell’ingovernabilità riguardi drammaticamente e profondamente la Regione Calabria.
Non so se anche qualche altra regione. Negli ultimi decenni da noi è cresciuta una struttura, che sarebbe del tutto limitante definire semplicemente burocratica, ma che costituisce, più precisamente, una sorta di combinàt, un’organizzazione di potere che è fortemente intersecata con gruppi economici e di affari, con logge massoniche molto spesso deviate, fino a intrecciarsi con la criminalità mafiosa. Ma i problemi non sono solo questi: c’è un comune in dissesto, una rivoluzione civile e culturale da fare, che è in sospeso per Lamezia da troppo tempo. Speranza ci prova. E, con semplicità, di quella piccola rivoluzione diventa il simbolo, agli occhi non solo dei suoi concittadini ma anche della stampa nazionale e internazionale. Lamezia diventa meno invisibile, più credibile nel suo anelito di rinnovamento, di fronte a un’opinione pubblica abituata – ancora oggi – a guardare alla Calabria e ai calabresi con precauzionale diffidenza.”

Iniziamo a leggere parti salienti del libro.

– “”Introduzione. Nelle pagine che seguono racconto alcuni episodi collegati al mio mandato di Sindaco a Lamezia (2005/2015). Alla fine, accenno, per necessità, molto brevemente, agli anni successivi al 2015. Concludo con la sentenza del Consiglio di Stato (settembre 2019) che conferma definitivamente lo scioglimento del Consiglio Comunale per infiltrazioni mafiose. Avrei voluto raccogliere, subito dopo la conclusione della mia amministrazione, ed in maniera immediata, l’invito di tante persone care a fissare su carta ricordi e riflessioni, ma sono stato frenato. Non tanto dalla difficoltà di scrivere, quanto dagli accadimenti verificatisi a Lamezia, dopo la fine del mio mandato, che hanno turbato profondamente tutti i cittadini, me compreso. Leggendo il libro e i capitoli finali si capirà bene che cosa ha agito da freno e perché.””

da pag.15.“”Per chi suona il citofono. Pur avendo radici molto antiche, Lamezia è una città giovane, nasce dall’unificazione di tre comuni (Nicastro, San Biase e S. Eufemia Lamezia). La legge istitutiva Perugini-Foderaro risale al gennaio del 1968. Le prime elezioni del nuovo Comune si svolgono nel 1970. Dal 1971 al 2011 la popolazione è aumentata di oltre 14.000 abitanti residenti. Costante, invece, la turbolenza amministrativa: in oltre cinquant’anni di storia della città alla guida del municipio si sono alternati più commissari (tra commissari prefettizi e commissari straordinari) che sindaci. A Lamezia ha sede l’aeroporto internazionale della Calabria, uno dei più grandi del Paese, considerato tra gli scali di rilevanza nazionale. La piana lametina ha un’antica vocazione agricola: oggi ancora è contraddistinta da varie realtà produttive caratterizzate da processi di innovazione nell’ambito dell’agricoltura. Ma a Lamezia è presente anche uno dei simboli del mancato sviluppo industriale del Mezzogiorno: la SIR. Negli anni 70 era stato deciso un grande investimento nel settore chimico, sostenuto da risorse pubbliche, da parte della società Sir (Società Italiana Resine), con la previsione di circa tremila posti di lavoro. Quel grande progetto, ubicato in una vastissima area industriale, una delle più grandi del Mezzogiorno, non fu mai realizzato, malgrado le ingenti risorse pubbliche investite. Tra le città del Mezzogiorno, Lamezia ha il record delle costruzioni abusive, successivamente condonate, e anche non condonate e, quindi, soggette a ordinanza di demolizione. A Lamezia l’insediamento mafioso è radicato nel tempo. Da segnalare che, tra fine anni 60 e inizio anni 70, ancora prima che in Aspromonte e contemporaneamente alla Sardegna, in città sono stati commessi i primi sequestri di persona, una decina nel lasso di pochi anni, con rapitori e ostaggi lametini. Numerosi anche le vittime di stampo mafioso, tra le quali alcuni eclatanti: l’alto Magistrato Francesco Ferlaino Avvocato Generale dello Stato nel 1975; i due lavoratori della nettezza urbana Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte, freddati all’alba mentre svolgevano il loro lavoro nel 1991; il Sovrintendente di Polizia Salvatore Aversa e la moglie Lucia Precenzano, in circostanze che assursero a un fatto mediatico nazionale, qualche mese dopo; infine, l’avvocato Torquato Ciriaco nel 2000.””

– da pag. 71. “”Tra sparare e sparire noi vogliamo sperare. Se si digitano su Google le parole “Lamezia Terme 2005/06”, si troverà subito un articolo di un quotidiano nazionale dal titolo: “Esecuzione a Lamezia Terme”, due uomini uccisi a colpi di pistola. Un po’ più in basso un altro articolo, questa volta di una testata locale: “Lamezia, il 24 ottobre 2006 incendio alla palazzina Godino. E ancora, nel testo: “nella cittadina calabrese è emergenza criminalità dopo gli ultimi attentati del racket contro imprenditori. Il Procuratore della Repubblica Mazzotta: “Lamezia come Beirut”. Una guerra all’ultimo sangue tra le cosche e non solo. No, non erano gli anni 70 o chissà quale oscuro periodo della storia. Queste cose accadevano a Lamezia meno di 15 anni or sono, quando io iniziavo a fare il sindaco. Se oggi sfogliamo un qualsiasi organo di informazione, scopriremo che gli omicidi di ‘ndrangheta sono abbastanza rari a Lamezia anche se sempre terrificanti come quello dell’avvocato Pagliuso, noto penalista, nel 2016. In questi ultimi anni sui giornali per fortuna leggiamo molto spesso non di omicidi e di stragi a Lamezia, ma di arresti, processi, condanne e confische dei beni dei protagonisti delle vicende criminali. I capi di alcune cosche lametine iniziano addirittura a parlare e a collaborare con la giustizia. Vengono condotte operazioni importantissime sotto la guida del Procuratore della Direzione distrettuale antimafia Nicola Gratteri, dei magistrati che collaborano con lui, del Procuratore Salvatore Curcio, dalla Procura della Repubblica di Lamezia e da Forze di Polizia che hanno raggiunto livelli molto elevati di contrasto alla criminalità. I primi anni 2000, invece, a differenza di oggi, sono stati gli anni delle guerre tra cosche, del dominio del racket e della violenza, in cui la possibilità di denunciare chi ti chiedeva il pizzo non era neppure lontanamente presa in considerazione. Omicidi e sangue in pieno giorno e in pieno centro cittadino. A ottobre del 2005 a Locri, l’on. Francesco Fortugno, Vicepresidente del consiglio regionale, viene ucciso mentre si stava recando al seggio delle primarie nazionali della coalizione di centro sinistra per scegliere il leader per le prossime elezioni politiche. La ‘ndrangheta non era mai arrivata a tanto. Di fronte a una situazione quale quella che ho provato a sintetizzare, il governo nominò Prefetto di Reggio Calabria Luigi De Sena, con l’incarico di dirigere per l’intera regione le attività di sicurezza pubblica e di contrasto alla criminalità organizzata e di attuare il programma di intervento straordinario in Calabria, una sorte di “superprefetto” per la Calabria. De Sena (purtroppo è scomparso) è una delle persone verso le quali nutrivo una profonda gratitudine. Il forum nazionale sulla sicurezza urbana (Fisu) si tenne a Lamezia, a gennaio 2006, un’assemblea alla quale parteciparono il governo, molti presidenti delle regioni, i sindaci di grandi città del nostro Paese e tantissimi amministratori della Calabria.
Chi spinse molto affinché questo incontro si svolgesse a Lamezia fu un caro amico, Enzo Ciconte, uno dei maggiori studiosi della criminalità organizzata che ci ha sempre sostenuto. Si promossero gemellaggi e accordi di collaborazione tra enti locali del Nord e del Sud, tra città grandi e medie come la nostra. La ’ndrangheta è ormai una questione nazionale. Emersero numerose idee e proposte per combattere meglio le cosche e stimolare la partecipazione demografica. Le riflessioni tra i diversi enti locali portarono a progetti comuni per instaurare buone pratiche amministrative. Lamezia entrò in un circuito virtuoso. È stato non solo importante, ma determinante, in questi dieci anni, collegarsi alla battaglia nazionale. La situazione diventava sempre più drammatica. È in questo contesto che, la sera del 24 ottobre 2006, poco dopo le 19, accadde uno di quegli avvenimenti destinati a cambiare la nostra vita. Ancora il sito web de “La Repubblica” di quei giorni: “Un deposito di gomme completamente distrutto, 4 famiglie senza casa, 10 persone senza lavoro e, per due giorni una nube di fumo tossico sull’intera città. Questo il bilancio dell’ennesimo atto intimidatorio che si è consumato martedì notte a Lamezia Terme. Un incendio del racket delle estorsioni che, solo per un caso, non si è trasformato in tragedia”. Io conoscevo uno dei figli della famiglia Godino, Daniele. Un giovane colto, appassionato, laureato in Storia, impegnato nell’associazionismo e nelle tematiche sociali. L’incendio alla palazzina Godino fu traumatico, anche più della classica “goccia che fa traboccare il vaso”. Questa volta, com’era già accaduto, in qualche altra occasione, la violenza mafiosa non restò senza risposta, ma a essa si contrappose, dopo pochi giorni, una grande manifestazione di popolo, ispirata e guidata dai nostri giovani. Qualcosa si mosse. La casa dei Godino fu uno dei primi casi, in Calabria, di ricostruzione con i fondi dell’antiracket.””

– da pag.153. “”Il Tribunale chiude? Il governo Monti doveva attuare quanto previsto dalla legge 148/2011 del governo Berlusconi che prevedeva per mezzo decreto delegato, la revisione delle circoscrizioni giudiziarie e la cancellazione di diverse sedi in tutto il Paese. E che non si trattasse di fantasie, o preoccupazioni infondate, era confermato dalla politica di spending review (politiche di risparmio delle risorse pubbliche) che, negli anni del governo Monti, erano diventato l’imperativo categorico dell’amministrazione della Cosa pubblica. Il primo dovere era risparmiare, anche a costo di sacrificare la qualità dei servizi offerti ai cittadini. Così, quella che all’inizio era solo un’ipotesi, diventa sempre più una certezza. Il Tribunale di Lamezia sarebbe stato soppresso e accorpato alla struttura più vicina, con ogni probabilità Catanzaro o Vibo Valentia. L’episodio che diede una svolta positiva alla vicenda si verificò pochi giorni dopo la festa di S. Antonio, dopo una sapiente e lunga preparazione. Il 18 giugno, giorno del mio compleanno (ci fu) un appuntamento con il Presidente Antonio Catricalà, originario di Catanzaro e allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Monti, che ci ricevette nel primo pomeriggio a Palazzo Chigi. Esposi al Sottosegretario la vicenda, gli parlai delle mie dimissioni, “a tempo”, ma sicure, in caso di chiusura del Tribunale e delle mie motivazioni sincere. Catricalà mi colpì per la sobrietà e per aver voluto stabilire, da subito, un rapporto amichevole. Non mi conosceva, ma guardò con grande disponibilità, al merito delle questioni che gli avevo esposto. Ho mantenuto il riserbo quando il Governo diede il via libera al provvedimento sulla revisione della geografia giudiziaria, salvando 6 Tribunali su 37, di cui, in un primo momento, era stata disposta la soppressione. Tra i 6 tribunali (più le Procure) non chiusi, quello di Lamezia. Ho sempre taciuto, anche quando tanti si sono presi il merito e hanno costruito su questa vicenda i loro successi elettorali! Parlai dell’impegno di Catricalà volutamente solo anni dopo, in un’intervista rilasciata sui giornali a mandato concluso. A essere chiuso, invece per ora, è il carcere cittadino che si trovava in un edificio storico vicino ad un vecchio convento dei frati minori.””

Sin qui il libro.

Ora, riferimenti personali di affetto e ricordo per la Calabria, sia per essere nato a Vibo Valentia, quando mio Padre vi comandò la Compagnia CC., sia per aver avuto i Nonni materni della nobile Terra del Marchesato ( ( https://www.attualita.it/notizie/tematiche-etico-sociali/nicola-coco-insigne-magistrato-e-giurista-della-nobile-terra-di-calabria-1751/ ), ma soprattutto per avervi io operato quale ultimo Comandante Provinciale dei Carabinieri di Catanzaro (1993-’97), prima della tripartizione della Provincia Madre e la creazione delle nuove di Vibo Valentia e Crotone. Sul Lametino, ricordo l’ operazione denominata “Primi Passi nel lametino”; si, Primi Passi, come si volle denominare la prima indagine,condotta magistralmente dal Capitano Roberto Zuliani,d’ intesa con i PM della Procura Distrettuale, proprio ad indicare le difficoltà di operare in un territorio difficile dove prima di allora poco era stato fatto. Con indagini più recenti, sviluppate sulla scia della “Primi Passi”, portate a termine dalle Forze dell’ordine, sono state disarticolate le cosche della Piana, da quelle dominanti, tristemente celebri e che hanno riempito le pagine di cronaca degli ultimi decenni.

Ora trattiamo una vicenda, di un comune, Girifalco, che dista appena 25 km da Lamezia. Salvatore Tolone Azzariti, illustre giurista, Professore di Diritto Civile presso l’Università Federico II di Napoli e presso le Università di Londra e Buenos Aires, con il quale mantengo ancora amicizia, anni addietro, a seguito delle intimidazioni subite, fu costretto a lasciare Girifalco per trasferirsi in una località del Nord Italia. Per Girifalco nei miei anni operammo fortemente per l’istituzione di una necessaria Compagnia Carabinieri. Alla domanda su quali fossero i problemi relativi alle pale eoliche in quelle aree, Tolone Azzariti, dall’intervista di Lorenzo Castellani sul giornale on line “DILLINGER.it Giornalismo Partecipativo” disse quali erano i problemi relativi alle pale eoliche in quel comune, dovendo servire a fini “altri”, non essendo stato seguìto il criterio del minor danno in base ai parametri normativi. Così, sono state violate aree archeologiche e violati terreni coltivati ad uliveti o a seminativi; sono state interessate aree in prossimità ed addirittura adiacenza a strade ad alto transito, con il pericolo che una località con un paesaggio a dir poco stupendo, avrebbe potuto essere “circondata” da gigantesche torri eoliche di acciaio, per addentrarsi fino alle case abitate. Quindi, laddove le distanze obbligatorie, a tutela della salute dei cittadini erano state fissate in 500 mt. fra abitazioni e torri, grazie a un “terremoto” grafico sulle mappe catastali è stata prevista la rimozione di una novantina di immobili. Doloroso, e soprattutto allarmante, quel che accade oggi in Calabria, afferma Tolone Azzariti, Regione in cui praticamente tutte le forze politiche, anche se ovviamente non tutti gli esponenti politici, hanno fatto “affari” con l’eolico e con la criminalità interessata all’energia alternativa. Ebbene, proprio in quegli anni, si verificarono due eventi importanti sotto il profilo della sicurezza pubblica nel crotonese, quali l’istituzione della Stazione di Rocca di Neto, la piccola Patria del grande Poeta Patriota Vincenzo Gallo Arcuri (scorporandola dalla giurisdizione di quella di Strongoli, oltremodo ampia e gravata da problematiche complesse) e quella dell’importante Compagnia di Petilia Policastro, con giurisdizione sulle Stazioni di Caccuri (con Castelsilano e Cerenzia), Santa Severina (con San Mauro Marchesato), Roccabernarda, Cotroneie Mesoraca. Era Sindaco di Petilia il grande Prof. Giovanni Ierardi che mise subito a disposizione i locali necessari per un comando articolato retto da ufficiale. Si, l’Arma, allora, volle dare un segnale forte all’affermazione della legalità, assecondata in questo dalla sensibilità di politici e amministratori, come anche di tantissimi cittadini.

Ho fatto questa carrellata su vicende passate, volute ricordare non già quale sterile autocelebrazione, quanto per rendere omaggio a Politici di alto spessore, a Magistrati e Tutori dell’ordine di ogni ordine e grado che operarono con valore e inenarrabili difficoltà.

Desidero infine qui ricordare un’ eminente Parlamentare per più legislature di Lamezia, l’On. Ida D’Ippolito, che tanto ha fatto e continua a fare per il bene della gente.

Questa è la grande politica!

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