Tematiche etico-sociali

Tra i tanti misteri d’Italia, ricordiamo “Il golpe Borghese”

Il libro di Fulvio Mazza

Roma, 26 dicembre 2020 – A cinquant’anni dagli enigmatici eventi, un nuovo saggio: “Il Golpe Borghese: Quarto grado di giudizio. Le verità sulla leadership di Gelli e sulle censure di Andreotti e Maletti” (Pellegrini Editore, pp. 246), grazie all’ ampia ricerca di Fulvio Mazza, Direttore dell’ Agenzia letteraria Bottega editoriale.
A lungo, il “Golpe Borghese” è stato accompagnato da simili pesanti giudizi in sede giornalistica e storica ma, dal punto di vista giudiziario, una sentenza passata in giudicato, ha certificato l’inoffensività di quella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970.
Cinquant’anni dopo è riconosciuto che quel golpe ha rappresentato un serio tentativo di sovvertimento dell’ordinamento democratico nella nostra Italia. Un tristo evento in cui avevano avuto ruoli importanti personaggi molto ambigui e pericolosi, spesso ben inseriti nei ruoli dello Stato che volevano occupare.
Una manovra militare e politica interrotta proprio dai suoi stessi organizzatori, in quella notte romana lontana, nebulosa, ancora da scoprire.
Senza mancare di rispetto al verdetto della Suprema Corte di Cassazione, leggiamo con interesse una critica ben documentata.
Poi, l’altra figura di spicco, oltre all’onnipresente e onnipotente massone Licio Gelli, è quella di Giulio Andreotti.
Mazza sottolinea il ruolo decisivo che ebbe l’allora Ministro della Difesa nel selezionare gli atti e i documenti da produrre alla Magistratura inquirente romana, che «esprimeva la sua preoccupazione in merito alla perdita di reputazione che avrebbero potuto subire i militari sospettati di collusioni golpiste sottolineando la necessità di evitare “l’ingiusto discredito ad alcuni ufficiali e alle FF.AA. come tali”.
La ratio dell’intera Scaletta era quella di “sminuire l’indagine, di banalizzarla, di screditarla».

Iniziamo la lettura di parti salienti del libro.

– da pag.1…””Risulterà altresì evidente come il “Golpe” stesso si inserisce nella “Strategia della tensione” che – a incominciare dalla strage di piazza Fontana – prevedeva una prima fase terroristica da attribuire alle sinistre e una seconda di repressione, quella del Golpe, con la scusa del ripristino dell’ordine costituito. Emergerà anche il ruolo centrale di Licio Gelli, di cui è certa la primaria importanza. La Repubblica italiana corse un grave rischio che però la Magistratura non colse. Questo fallimento giudiziario avvenne sostanzialmente per due ragioni: innanzitutto perché il Pubblico Ministero Claudio Vitalone si mosse in linea con la strategia minimizzatrice di Andreotti; ma prima ancora perché le citate censure fecero si che nei tre “Malloppini” consegnati alla Magistratura venissero omessi i riferimenti a diversi personaggi, situazioni e organizzazioni.””

– da pag.13…“”Rompiamo il ghiaccio mettendo subito sul tavolo un dato scottante dal quale non si può prescindere ma, anzi, dal quale bisogna necessariamente partire: negli anni oggetto della nostra trattazione, secondo le Forze armate, il Pci, e la sinistra in generale, erano il nemico. Il Pci era particolarmente avversato a causa del suo legame con l’Urss e, in questo senso, è emblematico un documento Sifar sul medesimo Pci che definiva i militanti del partito come possibili agenti dell’Unione Sovietica. La classe lavoratrice aveva preso coscienza del proprio rilievo socioeconomico nazionale e voleva trarne i giusti benefici. In questo humus si inseriva un atteggiamento talvolta aggressivo, contraddistinto dalle violenze politiche dei gruppettari, che degenerarono poi anche nel terrorismo delle Brigate Rosse e delle altre formazioni politiche clandestine. Rispetto alla gran parte dei lavoratori, le proprie istanze in modo democratico e non violento, le frange aggressive erano quantitativamente ben poche, ma l’impatto di insicurezza che ebbero sull’opinione pubblica fu notevole. La novità più dirompente era però costituita dal terzo fattore: quello della “Rivoluzione femminile”. Tra i cambiamenti in atto, questo era l’unico veramente rivoluzionario poiché minava alle basi la struttura familiare e sociale dell’epoca, di stampo patriarcale e maschilista.””

– da pag.33…””Le indagini sul “Golpe” portate avanti dal solo capitano Antonio Labruna in un ambiente infido e ostile. Da tutto ciò emerge anche il secondo dato innovativo. L’indagine sul Golpe venne portata avanti praticamente dal solo capo del Nod, capitano Labruna (dei Carabinieri n.d.a.), che dovette lavorare superando le ostilità sia dei suoi superiori, i generali Maletti e Miceli (dell’Esercito n.d.a.), sia di quasi tutto l’ambiente del Sid. I Servizi, difatti, anziché supportarlo, esercitarono su di lui ostruzioni di ogni tipo. Labruna indagò, portò prove, registrò ardite confessioni, rischiò la pelle, mentre i colleghi lo dileggiavano i suoi capi lo censuravano. Non deve essere stato facile portare avanti una così difficile indagine in un ambiente così infido e ostile. Inoltre, i nomi di diversi importanti golpisti e cospiratori scovati dal capitano rimasero nascosti a causa dei tagli di Maletti e poi di Andreotti, sino a quando, nel 1991, come meglio vedremo più avanti, Labruna non se la sentì più di obbedire all’ordine impartitogli al momento delle censure e consegnò al Giudice Guido Salvini tutti i documenti cartacei e tutte le bobine che i citati Maletti e Andreotti avevano eliminato dalla circolazione.
La centralità del ruolo di Gelli e la variante Andreotti: ignaro prescelto o consapevole complice dei golpisti? Iniziamo indicando i due primi e rilevanti dati: i ruoli svolti Licio Gelli e da Giulio Andreotti all’interno del Golpe. Affrontiamo subito il primo con poche battute in quanto sull’argomento dedicheremo, più avanti, un discorso apposito. Qui ci basterà segnalare che aveva il ruolo precipuo più importante: il rapimento del Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat. Ma, ben probabilmente, il suo ruolo fu ancor più determinante: numerosi indizi e diverse testimonianze, difatti, indicano in lui l’autore della telefonata a Borghese che generò il “contrordine”. Ma andiamo per gradi. Il “Grande Fratello” americano era stato contattato,all’inizio del 1970, da Borghese per verificare la possibilità di un appoggio al piano golpista. Dalle carte Usa emerge un atteggiamento dell’amministrazione Nixon perplesso ma sostanzialmente disposto ad appoggiare il Golpe. Le condizioni che come racconta uno dei maggiori cospiratori, Adriano Monti, e come viene confermato da documentazioni statunitensi dagli Usa, consistevano in quattro punti: «1) Non devono assolutamente essere impegnati né civili né militari americani di stanza in Italia nelle basi Nato. 2) L’operazione deve prevedere la partecipazione attiva dei Carabinieri, dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica. 3) Si auspica, a operazione conclusa, la costituzione di un governo presieduto da un politico che goda della fiducia degli Usa e che appartenga alla Dc. Costui deve impegnarsi a indire elezioni generali entro un anno. 4) Le elezioni dovranno svolgersi in piena libertà ma con l’esclusione delle liste comuniste ed estremiste di sinistra, comprese eventuali liste di appoggio camuffate».
L’ insano connubio con le mafie: l’importante ruolo delle delinquenza organizzata. Spostiamo adesso l’attenzione sull’alleanza che i golpisti cercarono e ottennero con i mafiosi. Dall’ analisi dei documenti viene confermato come fra i due soggetti ci fosse un accordo che prevedeva sconti di pena e benevole revisioni di processi ai malavitosi in cambio di appoggi sul territorio e fornitura di “personale specializzato” da utilizzare per i più efferati delitti programmati dai golpisti: primo fra tutti il sopracitato progetto di assassinio di Vicari (Angelo Vicari, Capo della Polizia, n.d.a.). Un inedito e acceso dibattito interno alla ’ndrangheta si tenne in merito alla partecipazione della stessa organizzazione criminale al “Golpe” scatenato dai dubbi che sussistevano circa l’idea di appoggiare Borghese. Tale confronto, piuttosto anomalo in un’organizzazione tutt’altro che democratica qual’ essa era avvenne a seguito anche di contatti diretti che Borghese avrebbe avuto nell’ottobre 1969 a Reggio Calabria, in occasione di alcuni incontri con i capi mafia in quanto possibili sostenitori del progettato “Golpe”.””

– da pag.107. “”I principali motivi del fallimento processuale. Le ragioni che resero vane le indagini possono essere raggruppate in tre punti chiave. Innanzitutto, si devono considerare gli ostacoli interni allo stesso Sid che Labruna incontrò nel portare avanti le investigazioni e, in particolare, va considerato lo screditamento che questi subì. Si deve inoltre tenere presente la tipologia dei Magistrati che condussero le fasi istruttorie e dibattimentali del processo. Rammentiamo che l’elemento principale era il Pm Claudio Vitalone che, come è noto, era in forte sintonia con Andreotti, del quale è già stata rimarcata l’azione minimizzante e di discredito dell’inchiesta. Da ultimo si evidenzia un punto strettamente connesso al precedente: la ben opinabile decisione della Cassazione di riunire in una sola le tre indagini in corso. Tale inchiesta unificata venne poi affidata al “Porto delle nebbie”: la paludata magistratura della Capitale. Spieghiamo i fatti. In quelle settimane si aprì una lacerante vertenza dinnanzi alla Cassazione per unificare l’intero complesso delle indagini sulle trame neofasciste. I contendenti erano tre: oltre alla Magistratura romana, si battevano anche quella di Padova e di Torino. A far volgere la scelta della Suprema Corte verso Roma, contribuì sensibilmente anche l’aver avviato un’inchiesta con un più grave grado d’imputazione e sulla base di una denuncia organica e dettagliata. La decisione della Cassazione di unire i tre procedimenti e di affidarli al Tribunale di Roma è criticata in modo pressoché unanime da parte degli studiosi dell’argomento. Con queste partenze a handicap e con prosecuzioni su un terreno minato, come sarebbe mai stato possibile giungere a sentenze diverse? Se l’unico vero investigatore era stato ostacolato, isolato e screditato; se l’accusa era sostenuta da chi era in stretta sintonia con Andreotti che, in ogni occasione, minimizzava e screditava l’inchiesta stessa, cosa ci si poteva attendere di più? Alla luce di questi fatti, non ci si può meravigliare se, nei diversi gradi di giudizio, il processo espresse sentenze sempre più indulgenti sino all’ottenimento della menzionata assoluzione generale. Giunto a questo punto, Salvini mise in atto una serie di verifiche che lo portarono a confermare la veridicità delle testimonianze fornite da Labruna. Fu dunque solo nel 1991 che la magistratura entrò in possesso degli elementi probanti sul “Golpe”, ma dal punto di vista giudiziario era ormai troppo tardi: la prescrizione aveva già prodotto i suoi effetti.
Il capo della P2 annulla il rapimento di Saragat e, probabilmente, emana il “contrordine”. Borghese si adegua. Passiamo ora a esaminare quello che fu il progetto, fortunatamente fallito, di rapimento della massima autorità istituzionale italiana, il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Evidenziamo come Degli Innocenti e Nicoli raccontarono che Gelli entrò nel Quirinale, pare grazie a un lasciapassare fornitogli da Miceli (Generale, Capo del SID n.d.a.), alla testa di un commando con l’obiettivo di sequestrare Saragat e di costringerlo a emanare un pubblico atto di accettazione del “Golpe”. Sappiamo che Gelli interruppe la sua azione all’improvviso, ma non sappiamo esattamente per quale motivo. Dal raffronto dei vari fattori emerge che lo fece quando si accorse e, in particolare, che il “Piano antinsurrezionale” (l’“Esigenza Triangolo”) non era scattato o, per meglio dire era scattato in modo equivoco con il rischio che sotto la repressione militare ci finissero gli stessi golpisti. Il mancato intervento degli Usa,comunicato probabilmente da Fenwick, lo indusse verosimilmente a comprendere che la partita era persa. Decise così di battere in ritirata. Quello di Gelli fu un dietro front coevo a quello complessivo di rinuncia all’azione golpista; il che porta a pensare che anche tale contrordine generale sia stato emanato dallo stesso Gelli. Secondo questa tesi,che consideriamo più che attendibile, Gelli, una volta uscito dal Quirinale, telefonò a Borghese convincendolo a dare un ordine di ritirata; il Comandante ascoltò e si adeguò. La ragione del mutismo assoluto che contraddistinse Borghese quando successivamente gli domandarono chi fu a chiamarlo, inducendolo a dare il contrordine generale, potrebbe trovare una spiegazione nel non voler far sapere ai suoi camerati che il vero centro del potere nell’apparato golpista era nelle mani di Gelli e non nelle sue. È importante notare come, effettuati i riscontri storico-politici del contesto nel quale si svolgevano i fatti, anche la Commissione Parlamentare P2 avallò l’interpretazione del ruolo di Gelli come uno degli esponenti massimi del “Golpe” e come probabile autore del “contrordine”. La Relazione finale della Presidente Tina Anselmi, di fatti, confermò, a nome della Commissione stessa, il suo ruolo al vertice.””

– da pag.124 “”Il Rebus Andreotti: golpista attivo? Golpista a sua insaputa? Dal “Divo Belzebù” c’è da aspettarsi di tutto. Da Gelli passiamo ad Andreotti. Lo facciamo ritornando a quei documenti Usa che ci restituiscono un’ipotesi del leader democristiano quale elemento di contatto di vertice fra i golpisti e l’amministrazione Nixon. Un ruolo che collima con quello che emerge dal “Testamento politico” di Borghese. Una documentazione, quest’ultima,che va sempre presa con le pinze perché, come abbiamo accennato, la sua attendibilità è dubbia, ma non si può ignorare d’emblée. Ciò vale ancor di più perché ci restituisce una figura di Andreotti che risulta perfettamente compatibile con questa degli archivi federali statunitensi. Seguendo tale citato “Testamento” sarebbe stato Andreotti – per il tramite di Gilberto Bernabei, suo stretto collaboratore – l’autore della chiamata che Borghese ricevette e che lo indusse a bloccare tutto. In tale telefonata Bernabei avrebbe spiegato che Andreotti, avendo constatato che la flotta Usa non si stava impegnando, si ritirava dal progetto. Al che Borghese avrebbe apostrofato l’oramai sfumato capo del governo golpista come traditore degli accordi. Tali accordi (è qui che il documento in questione collima con quelli rinvenuti negli archivi Usa) prevedevano, come si ricorderà, la nomina di Andreotti a capo del governo golpista.””

Sin qui il libro.

Certamente il saggio di Mazza è un efficace e interessante lavoro di ricerca storica, molto ben documentato.
Sin da subito si entra nel vivo di questo «quarto grado di giudizio» su uno dei misteri più cupi della Repubblica.
È soprattutto uno spaccato di verità, mezzo secolo dopo quel 1970 così denso di eventi storici determinanti, susseguitisi uno dopo l’altro.
È l’anno successivo alla Strage di Piazza Fontana, a Milano, del 12 novembre 1969, per la quale, si disse: “Che l’Italia aveva perso la sua innocenza”. Il 1970, è l’anno di importanti eventi di alta democrazia, come l’anno dello Statuto dei lavoratori e della Legge sul divorzio, come anche di eventi di storia nebulosa, come la Rivolta di Reggio Calabria (https://www.attualita.it/notizie/tematiche-etico-sociali/50-anni-fa-la-rivolta-di-reggio-calabria-tragedia-come-tante-dimenticate-46213/), la Strage di Gioia Tauro e anche del Golpe Borghese, in trattazione.
Eventi, questi, che oggi sembrano così distanti e sbiaditi ma che hanno definito ciò che siamo oggi, come società e come stato democratico.
Fatti che andrebbero però studiati con maggiore attenzione e, soprattutto, riscoperti a favore del grande pubblico, e soprattutto dei giovani, vero unico faro di Luce del futuro.
Per quanto concerne il grande Magistrato Guido Salvini, diamo qualche notizia sui Suoi importanti trascorsi di Uomo di Legge e di tutela dello Stato quale Giudice istruttore e poi GIP a Milano. Condusse importanti indagini in materia di terrorismo di sinistra (colonna milanese delle B.R., Prima Linea, Autonomia Operaia) e di destra (N.A.R.).
Alla fine degli anni ottanta, dopo la scoperta di Gladio e grazie all’apertura di alcuni archivi dei Servizi di informazione e al manifestarsi in modo più ampio del fenomeno della collaborazione anche nell’area dell’estrema destra eversiva, riaprì le indagini sulla Strage di piazza Fontana. L’indagine, che ha toccato un ampio arco di episodi precedenti e successivi la strage, ha potuto ricostruire, nonostante l’assoluzione delle persone indicate come materiali responsabili della strage, in modo convincente il periodo della strategia della tensione, tanto che anche le sentenze di assoluzione dei singoli imputati indicano esplicitamente nel gruppo neonazista “Ordine Nuovo” l’organizzatore ed esecutore degli attentati del 12 dicembre 1969.
Per ragioni di indipendenza personale, ha dichiarato in tempi recenti di non avere aderito ad alcuna corrente organizzata della Magistratura.

E questo non è poco!

Per chi avesse pazienza e voglia di approfondire l’ argomento sul “Golpe Borghese”, altri due miei articoli su questa testata:

(https://www.attualita.it/notizie/politica/golpe-borghese-nella-notte-della-madonna-dell8-dicembre-70-quale-verita-4466/)

(https://www.attualita.it/notizie/tematiche-etico-sociali/litalia-delle-stragi-e-delle-trame-eversive-con-marginali-ricordi-personali-42127/)

Ho finito.

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