Tematiche etico-sociali

SKORPIO – l’Agente Segreto Vincenzo Li Causi

L’ Intelligence deve difendere lo Stato e la Democrazia, bene supremo!

Roma, 20 maggio 2020 – “SKORPIO Vincenzo Li Causi, Morte di un Agente Segreto”, scritto da Massimiliano Giannantoni, è la storia di Vincenzo Li Causi, Agente di punta dei Servizi segreti italiani, linformatore occulto della giornalista Ilaria Alpi, Capo del centro Scorpione di Trapani, membro dell’organizzazione paramilitare Gladio, ucciso nel 1993 a Balad in Somalia, in circostanze mai appurate. Una vicenda che affonda le sue radici in vicende strane della Repubblica… L’indagine sul suo omicidio sarebbe stata insabbiata. L’autore, oltre venti anni dalla sua morte, ha cercato di dare delle risposte, rileggendo le carte, scovando testimoni mai interrogati e riascoltando quelli che avevano parlato a “mezza bocca” davanti ai PM firmando deposizioni sembra rivelatesi poi false. Ha infatti trovato il pezzo del puzzle conservato in un vecchio archivio. L’elemento che mancava per rispondere a una domanda molto complicata. Complicata persino da gestire: chi era veramente Vincenzo Li Causi?

Iniziamo la lettura di alcune parti del libro, ritenute interessanti…
– da pag.15…””Chi era veramente Vincenzo Li Causi? La risposta sembra scontata: non era un militare qualunque. L’ex membro del Sismi è stato probabilmente uno dei migliori agenti del nostro Paese. Un moderno 007, un’ombra che agiva nel buio dei segreti della nostra Repubblica. Il suo curriculum (al di fuori delle ricostruzioni e almeno per quanto è conosciuto) è degno di James Bond, l’agente inglese di libri di Ian Fleming. Li Causi è stato capace di portare a termine operazioni complicatissime. Ma è stato probabilmente anche l’esecutore di cose indicibili. Un patriota forse costretto a sporcarsi più volte le mani in nome del suo Paese o della lobby politica che lo governava. Il maresciallo era depositario di segreti talmente oscuri da far tremare “gli alti papaveri” di Roma e tali da identificarlo come pericolo da eliminare. Rispetto alle notizie trapelate sulla sua carriera, è da smentire il fatto che abbia indossato la divisa dei Carabinieri. Ce lo confermano il Generale del Sismi Rajola Pescarini e la moglie Pina. È certo invece che entrò giovanissimo in un reparto speciale, quello degli incursori della Marina del Comsubin. Il militare siciliano è un predestinato. A soli 22 anni entra nel Sid (vecchio nome dei servizi). Nel 1975 diventa istruttore di Gladio...””

– da pag.29…””Balad, 13 novembre 1993. A parlare della morte di Li Causi e a scrivere il copione di una storia dai contorni assolutamente indefiniti, sono in tanti. Il primo è il Generale Carmine Fiore. Il Comandante della missione Ibis II, lo stesso giorno dell’omicidio dichiara: “Il Maresciallo era andato su un trasbordo di armi lungo un fiume da parte di irregolari somali”. Dunque, gli agenti del Sismi Li Causi e Conti erano in missione. Ed erano soli. Questa ricostruzione è resa ufficiale poche ore dopo da un dispaccio del Ministero della Difesa. “Oggetto: Decesso Maresciallo Vincenzo Li Causi in Somalia. Il giorno 12 novembre alle ore 16:00 locali (18:00 italiane) il Maresciallo Vincenzo Li Causi e il Maresciallo Ivo Conti, ambedue membri della missione del Sismi in Somalia, rientravano su un automezzo a Balad dopo aver effettuato un’operazione informativa. Occasionalmente l’automezzo dei due funzionari seguiva un autocarro somalo carico di viveri. A due chilometri da Balad, l’autocarro cadeva in un’imboscata tesa da predoni somali armati anche di armi pesanti. In un impeto di generosità, i due membri della missione del Sismi, intervenivano a difesa dell’autocarro. In tale frangente, mentre rispondeva al fuoco dei predoni, Li Causi veniva colpito da un proiettile di mitragliatrice al fianco destro, sotto il giubbetto antiproiettile. Immediatamente soccorso dal compagno, veniva trasportato all’infermeria del contingente italiano di Balad, dove decedeva dopo venti minuti a seguito delle ferite riportate. Il corpo del Maresciallo Li Causi rientra dalla Somalia oggi, alle ore 17:30 circa, all’Aeroporto militare di Ciampino.I funerali, in forma privata, come richiesto dalla signora Li Causi, avranno luogo in Roma il giorno 15 novembre 1993 alle ore 11:00 presso la Chiesa Santa Maria in Domnica, piazza della Navicella, 10. Dalle ore 08:00 alle ore 17:00 di domenica 14 novembre, la salma sarà esposta presso l’ospedale militare del Celio. Fine…””

– da pag.151…””Uno scorpione in terra di mafia. Uno strano sistema di vasi comunicanti… Negli anni Ottanta, Trapani è stato il punto d’incontro tra la mafia, la massoneria e lo Stato che era stato rappresentato in quella parte di Sicilia nella sua veste più segreta e in parte nebulosa: quella del Sismi, del Sisde e non ultima di Gladio. Questo era il sospetto di Giovanni Falcone, che lasciò Palermo portando con sé un faldone legato alla Stay Behind italiana. Questo è quello che hanno pensato Magistrati come Carlo Palermo. Questa è la certezza che ha sempre avuto il Senatore Massimo Brutti, che sull’attività del centro Scorpione a Trapani scrisse una relazione dettagliatissima.
Quando ho iniziato ad occuparmi del caso Li Causi, mi sono rivolto al compianto Professor Giuseppe De Lutiis. In uno dei tanti pomeriggi passati nella sua abitazione romana a scartabellare il suo prezioso ma disordinato archivio, Peppino mi consegnò una parte della relazione del professor Brutti… Quindi, secondo il Senatore Brutti, in Sicilia, il rapporto tra mafia e massoneria era in atto già nel 1979. Non era un caso che proprio Giovanni Falcone fu il primo ad occuparsi dei rapporti fra Sindona e Licio Gelli, il venerabile maestro della P2, e quindi anche delle connessioni tra gli ambienti mafiosi e quelli massonici, dei quali Sindona era complice. Delineati sommariamente i rapporti tra mafia e massoneria, adesso bisogna incardinare anche le dinamiche, le modalità che hanno permesso ai Servizi di inserirsi in questo connubio criminale. A facilitare questo matrimonio, fu Pietro Musumeci. L’alto ufficiale del Sismi e una serie di agenti alle sue dipendenze in Sicilia, risultarono affiliati alla P2.
La prova sta nel fatto che uno degli uomini fidati di Musumeci, Michele Papa, artefice dell’operazione Billygate (il PM Sica, della Procura romana, sembra abbia avuto le prove che fu il Sismi ad architettare lo scandalo di Billy Carter, fratello dell’ ex Presidente degli S.U., accusato di aver trescato con la Libia per una compravendita di petrolio – n.d.a.) era in stretto contatto con le logge massoniche coperte di Trapani. Questa appartenenza alla massoneria deviata di elementi dei Servizi segreti militari, venne alla luce nella sua chiarezza durante le indagini effettuate dai PM che si occuparono del processo a carico del faccendiere Francesco Pazienza. Nella sua relazione, il Senatore Brutti (all’epoca Presidente del Comitato parlamentare per i Servizi di Informazione e Sicurezza e per il Segreto di Stato – n.d.a.) scrive che: “Il sistema dei rapporti tra strutture dei Servizi segreti, ambienti criminali e logge massoniche è stato dunque vasto e assai radicato. La loggia P2 ha svolto un ruolo da protagonista entro questo intreccio, di cui Cosa Nostra era pienamente partecipe. Insomma, i tasselli erano talmente tanti e diversi che mi facevano pensare a un sistema di vasi comunicanti.””

– da pag.161…””Tutti insieme appassionatamente. Trapani, la città delle convergenze occulte … Alla fine degli anni Ottanta, a Trapani si era sviluppato una sorta di centro di convergenze occulte. In quella terra di mezzo, dialogavano e facevano affari, lontani dagli occhi indiscreti della giustizia e della stampa, la mafia, lo Stato e i suoi apparati deviati, la massoneria e probabilmente anche i rappresentanti dei Servizi segreti stranieri. La torta da spartire era enorme. Si parla di traffici di armi, droga, rifiuti tossici, assistenza e libero transito a personaggi appartenenti al terrorismo internazionale. Insomma, un fiume di interessi e di denaro che andava e veniva dalla Sicilia a bordo di aerei e navi che arrivavano sull’isola invisibili alle forze di sicurezza italiane. La base dove dialogavano queste “convergenze occulte”, era il Circolo Salvatore Scontrino, ubicato in un bel palazzo barocco al centro di Trapani. A dirigere il centro studi c’era Gianni Grimaudo, un misterioso personaggio che nella vita era stato prima prete, poi Professore di filosofia e infine era diventato Gran Maestro della massoneria… La Loggia ‘C’ (Loggia Comunicazione) aveva circa 100 iscritti. Secondo gli inquirenti, la Loggia ‘C’ era stata “attivata” l’8 maggio del 1981. Esattamente 22 giorni dopo la scoperta, avvenuta il 17 aprile 1981, della lista degli appartenenti alla P2 di Licio Gelli. Proprio il “venerabile maestro”, durante la sua latitanza, era stato avvistato a Trapani nella sede del centro studi Scontrino.””

– da pag.169…””Insospettabili scenari… Le rivelazioni di Sergio Di Cori, tra mille perplessità, costrinsero gli inquirenti a concentrare l’attenzione su quello che stava accadendo nel trapanese e a indagare su un presunto traffico di armi e droga che vedeva coinvolti Cardella e Cammisa (l’associazione Saman, fondata da Mauro Rostagno nel 1981 e ucciso il 26 settembre 1988), le famiglie Minore e Virga (la mafia), la massoneria (il centro Scontrino), Li Causi e Fornaro (la Gladio) e non ultimo lo strano interesse della politica (il Partito Socialista e Craxi). Gli uomini del centro Scorpione parlavano con la mafia? Vi dico subito che non ci sono prove che Li Causi e Fornaro abbiano incontrato, fatto affari o favorito Cosa Nostra. Va altresì detto però che esiste un documento del Sisde datato 1991 (dalla contestata autenticità a causa di alcuni timbri sull’intestazione posizionati in modo sbagliato), che afferma il contrario. Il Sisde ha scritto un rapporto sui legami tra mafia e Servizi segreti (Gladio) a Trapani. Citazione testuale: “Nel periodo di comando del centro corrente tra gli anni 1987 e 1990 si sono svolti contatti anche fisici tra elementi di spicco della mafia trapanese e la dirigenza del centro anche nel perimetro interno del centro.””…

Sin qui il libro

Ora, come d’abitudine, valutazioni e integrazioni… Al riguardo, ritengo opportuno, con riferimento al libro in esame, rileggere un’intervista esclusiva al grande Prof. Francesco Sidoti, Ordinario di Criminologia e Presidente del Corso di laurea in Scienze dell’Investigazione dell’Università degli Studi de L’Aquila, che mi onora della Sua Amicizia, su “Etica e metodo dell’intelligence”, oggetto della conferenza tenutasi alcuni anni addietro presso la Fondazione Europea Dragan – Roma, a cura di Simona C. Farcas.
“”S.C.F.: L’etica dell’intelligence si ispira ai principi fondamentali dei diritti dell’uomo?
Prof.Sidoti: Diritti e doveri sono due facce della stessa medaglia. Esistono i sacri diritti dell’uomo ed i doveri istituzionali dell’intelligence.
S.C.F.: O almeno non contraddice il rispetto per i diritti umani?
Prof. Sidoti: In un paese democratico formalmente non si può contraddire il rispetto dei diritti umani. Ma c’è sempre una discussione sui contenuti e sui confini; ad esempio, il Presidente USA George W. Bush ha difeso la politica del suo governo sulla tortura, supportato dal sostegno di eminenti giuristi ed opinionisti, ad esempio Alan Dershowitz, ritenuto il più autorevole o tra i più autorevoli giuristi americani.
S.C.F.: Se esiste, da quali Servizi viene osservata? E da quali violata o eventualmente ignorata?
Prof.Sidoti:I primi sospettati sono quei paesi che non sono democratici e quei paesi dove, invece dei diritti umani, vige di fatto il principio: salus populi, suprema lex…
S.C.F.: I metodi dell’intelligence si avvalgono della criminologia ?
Prof.Sidoti: Dovrebbero avvalersene, anche se esistono motivate resistenze, vista la poliedricità di tendenze esistenti nella disciplina.
S.C.F.: L’impiego delle nuove tecnologie nel metodo dell’intelligence è esclusivo rispetto a metodi tradizionali ?
Prof. Sidoti: No. Qualunque cosa si intenda per metodi tradizionali.
S.C.F.: Dai giornali emerge che la Romania è stata soprannominata “La terra degli 007” (circa 12mila agenti). Il Servizio Rumeno delle Informazioni (SRI) avrebbe un numero di ufficiali per abitante sei volte maggiore dell’FBI (cioè 571 su un milione di abitanti). E ad Oradea (Romania), è in fase di realizzazione lo HUMIT (HUMAN Intelligence), centro “d’eccellenza” di spionaggio e controspionaggio dell’Alleanza Nord Atlantica, formato da agenti romeni “made in NATO”, coordinato dal Comando Alleato per la Trasformazione, con la sede a Norfolk (USA). Ci interessa un Suo commento a riguardo.
Prof.Sidoti: Se quanto riportato corrisponde al vero, sarebbe molto istruttivo in merito ai pensionati della guerra fredda, vinta da molti che non avevano creduto nella possibilità, nella convenienza, nella legittimità, nella moralità di una vittoria. Durante la guerra fredda, i migliori sono stati gli Italiani, sia dal punto di vista morale, sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista del risultato finale. Il mio eroe e punto di riferimento sull’argomento è l’Ammiraglio Martini, gentiluomo dalla schiena dritta, che, sul piano interno ed internazionale, è stato rispettato da tutte le persone per bene e temuto da tutti gli altri.
Quando scomparve nel 2003, Carlo Azeglio Ciampi ne ricordò “l’attaccamento al dovere, lo spirito di sacrificio e di amor di Patria”. Gli Italiani hanno integrato e supportato in mille modi (e quando dico mille, includo anche i modi oggi assai equivocati da una pubblicistica tanto fiorente quanto sorprendente) la politica del Vaticano verso l’Est. Senza quella politica (che fu, anche moralmente, senza esclusione di colpi e di mezzi), l’Impero del Male non sarebbe caduto. Sulle amare (e spesso luride) trincee della guerra fredda, incluse le retrovie e le frontiere (a cominciare ovviamente dal Mediterraneo e dal Medioriente), come italiani abbiamo svolto un ruolo vitale di intervento, di compensazione e di integrazione, mentre altri (almeno a sentire Priore, Pellegrino eccetera) hanno pensato molto ad inserirsi nelle vicende italiane, sporcandosi spesso e volentieri le mani con il nostro sangue (ripeto: a sentire Priore, Pellegrino, Mastelloni, Cossiga eccetera).
S.C.F.: In Italia, attualmente vi risiedono circa un milione di romeni lavoratori: esiste un pericolo criminalità “made in Romania”?
Prof.Sidoti: I lavoratori romeni debbono essere guardati come una benedizione ed un’opportunità strategica in Italia, assai rilevante per costruire in Europa un’area di solidarietà e di cultura comune. Altri, invece, sono buoni ultimi in una serie sterminata di invasioni barbariche propriamente dette, oggi allegramente ignorate dagli storici e dagli opinionisti. Petrarca e Machiavelli ne hanno scritto incisivamente, individuando questo tema come un elemento definitorio dell’identità nazionale, scolpito nelle righe finali del Principe, 1513.
A qualche secolo di distanza, noto che oggi l’Italia è il paese che ha importato più mafie, spie, criminali che ogni altro paese europeo. Ritengo che ci sia in questo una grave e disdicevole sottovalutazione, nata dall’ignoranza, documentata obiettivamente, ad esempio nei rapporti della Direzione Nazionale Antimafia. Come nella guerra fredda, siamo esposti in prima linea, mentre fuori dai confini nazionali molti pensano soprattutto agli affari propri, o a intervenire insidiosamente e sfacciatamente nelle vicende italiane. È triste che da noi esistano fenomeni di provincialismo, di servilismo, di carrierismo che impediscono una corretta percezione dei problemi: per quanto riguarda crimini e criminali, esportiamo molto meno di quello che importiamo e soprattutto investighiamo, condanniamo, incarceriamo molto di più su quello che esportiamo, svolgendo un compito che è certo ammirevole sul pano etico, dimostrando “a contrario” che c’è modo e modo di parlare di etica””.

Ora mie considerazioni…
L’illegalità, la corruzione e la criminalità imperano ovunque, sia nella vita civile sia pubblica dove non si dice la verità per motivi ovvi… Ora ci domandiamo il perché delle uccisioni di Ambrosoli (1979), Giuliano (1979), La Torre (1982), Dalla Chiesa (1982), Chinnici (1983), Fava (1984), Siani (1985), Livatino (1990), Scopelliti (1991), Grassi (1991), Falcone (1992), Borsellino (1992), Fortugno (2005)… Com’è stato possibile che la nostra democrazia, affermatasi dal dopo guerra grazie ad una classe politica di ferro, non sia riuscita a dare sicurezza… Quindi, restando nell’argomento in trattazione, ci chiediamo se l’intelligence debba operare, al meglio di sé… Certamente si, perché se la missione dei Servizi è quello di difendere lo Stato e le sue istituzioni, diventa anche un obbligo difendere la democrazia, bene supremo degli Italiani! Ho finito.

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