Tematiche etico-sociali

MONS. BELLO: “SALVEMINI VA INCLUSO TRA I SANTI”

 Relazione svolta nel corso delle Giornate Salveminiane che hanno avuto luogo presso il Teatro Odeon di Molfetta nell’ottobre 1988.

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(Gaetano Salvemini)

Non è un tentativo di accaparramento.

Oltre che maldestro, risulterebbe sacrilego. Prima di tutto, perché destinato a fare i conti con queste lucide dichiarazioni con cui Gaetano Salvemini, nel testamento che stilò pochi mesi prima di morire, si sottraeva a ogni strumentalizzazione: “Mi dorrebbe se, negli ultimi momenti della mia vita, un oscuramento del mio pensiero permettesse a qualcuno di farmi passare come ritornato ad una fede religiosa qualsiasi… Cessai di essere cattolico quando avevo diciotto anni e intendo morire fuori della Chiesa cattolica, senza equivoci di sorta”.

In secondo luogo, perché pretendere di ricondurre il grande storico molfettese entro gli orizzonti del proprio mondo religioso significherebbe offendere la sua eccezionale onestà intellettuale e rendersi complice di una di quelle ciniche operazioni di violenza contro le quali egli ha lottato tutta la vita. Nessuna voglia di annessione culturale, quindi.  Salvemini è stato e rimane un anticlericale tutto d’un pezzo e senza cedimenti.

Mai, però, volgare o sguaiato. Anzi, così fine e, soprattutto, così nutrito di sofferte ragioni etiche, che oggi perfino il vescovo della città che gli ha dato i natali, un paio di anticlericali del genere, se li vorrebbe sempre a ridosso. Se non altro, perché lo aiuterebbero a preservare il messaggio di Cristo da contaminazioni mondane e da inquinamenti di potere. Del resto, per comprendere quanto egli aborriva ogni forma di sopruso ideologico, da qualunque sponda venisse, ecco con quale sdegnata passione, ripudiava la rozzezza pacchiana di certe mode: “L ‘anticlericalismo podrecchianomassonico-mussoliniano, il quale discuteva nei comizi l’esistenza di Dio e decapitava le madonne e bastonava i preti, fu una vergogna, che non dovrebbe più risorgere, e nessun partito sarebbe degno di rispetto se non lo sconfessasse risolutamente”. L’anticlericalismo di Salvemini non ha mai spartito nulla nè col vilipendio, nè con la dissacrazione, né con le smanie iconoclaste. Non ha mai sprecato sarcasmi sulla fede della gente e tanto meno si è mai permesso di ironizzare sulle credenze religiose dei poveri: “La vecchierella, che pregando innanzi alla immagine della Madonna trova conforto al suo dolore e un raggio di speranza, é altrettanto rispettabile quanto il filosofo che pesta l’acqua nel mortaio delle sue astrazioni”. Io non so se l’accostamento della vecchierella con l’intellettuale organico gli sia venuto durante qualche clandestina incursione nel Santuario della Madonna dei Martiri, nel cui giorno, l’8 settembre, egli era nato. Una cosa è certa: che il suo anticlericalismo non ha mai sputato livore contro nessuno. Non è apparso mai sboccato, nè ha mai flirtato con gli ammiccamenti o con le battute da trivio. Ma si è sempre rivestito di tale nobiltà estetica che, pur sotto i veli di qualche comprensibile risentimento verbale, ha lasciato trasparire unicamente una indomita passione per la libertà e il rifiuto viscerale per le posizioni discriminanti di privilegio accordate a chiese o gruppi o persone. Forse l’anima pulita della sua laicità la si può cogliere in questo splendido giudizio che egli dà su don Luigi Sturzo: “Il clericale domanda la libertà per sè in nome del principio liberale, salvo poi a sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale. Don Sturzo non è clericale. Ha fede nel metodo della libertà per tutti e sempre. È convinto che, attraverso il metodo della libertà, la sua fede prevarrà sull’errore delle altre opinioni per forza propria, senza imposizioni più o meno obblique. E questo, credo, era quel terreno comune di rispetto alla libertà di tutti e sempre che rese possibile la nostra amicizia, al di sopra di ogni dissenso ideologico”.

Se l’anticlericalismo è questo, mi verrebbe la tentazione di dire che oggi, di amici del genere, con la tonaca e senza, Salvemini ne troverebbe parecchi anche nella sua città di Molfetta.

Ma che cosa è che spinge un vescovo a cogliere il destro delle celebrazioni salveminiane di questi giorni per additare all’ammirazione pubblica un personaggio così scomodo e tutt’altro che inquadrabile nei parametri agiografici delle nostre comunità cristiane? La risposta è semplice. Viviamo in un’epoca così povera di tensioni, così priva di slanci utopici e così schiacciata nella contemplazione di orizzonti dai bassi profili, che il ricorso all’intercessione dei santi del calendario liturgico non mi sembra compromesso dall’invito a imitare un uomo integerrimo che, pur appartenendo ad un altro martirologio, col suo rigore morale mette sotto accusa permanente il terribile calo di evidenze etiche di cui stiamo tutti pagando le spese. Anche la cultura laica ha l’elenco, degnissimo, dei suoi santi. E Salvemini merita di esservi incluso, come nessun altro, con tutti gli onori che si devono ai galantuomini. Ma c’è un altro motivo che mi spinge a inchinarmi dinanzi a quest’uomo, facendomi scorgere lontane parentele con lui: la costante riconduzione alle norme del Vangelo che egli fa della sua vita morale. Parlando della sua adolescenza, Salvemini racconta che un giorno, rovistando in una cesta di libri religiosi, proprietà di uno zio prete, scoprì sei volumi della Bibbia in latino. Ebbene, egli dice: “I salmi, le lamentazioni, le profezie, il Vangelo, con la loro Potenza morale e bellezza poetica dettero al mio pensiero un grande graffio che rimase”. Un grande graffio che rimase. È un’espressione che vale una biografia e che, rivelando solo la cicatrice, nasconde con pudore chi sa quanti segreti inespressi e quali lotte interiori tra l’angelo e Giacobbe. Pur non riconoscendosi credente, Salvemini sembrava che ci godesse ogni volta che poteva fregiarsi in qualche modo dell’aggettivo “cristiano”: era come se al suo impegno umano e sociale venisse apposto un marchio di origine controllata. “Credo solo nel Critone di Platone e nel Discorso della Montagna”, soleva ripetere. È perfino commovente la dichiarazione del suo testamento olografo: “Se ammirare e cercare di seguire gli insegnamenti morali di Gesù Cristo, senza curarsi se Gesù sia stato figlio di Dio o no, è essere cristiano, intendo morire da cristiano, come cercai di vivere,

senza purtroppo esserci riuscito”. Ecco come nel 1946, in una lettera all’amico Modugno, lascia trasparire questa fierezza unita a un incredibile professione di umiltà: “Sono stato assai contento di leggere nella tua lettera che tu metti uomini come me tra i cristiani. Io stesso, quando debbo spiegare quali sono le basi della mia fede morale, rispondo senza esitazione che sono cristiano. E se la gente mi domanda che mi spieghi meglio, dichiaro che sono cristiano perché accetto incondizionatamente gli insegnamenti morali di Gesù Cristo e cerco di praticarli per quanto la debolezza della natura umana me lo consente. Quanto ai dogmi… non me ne importa proprio nulla: non li accetto, non li respingo, non li discuto: la mia fede in certe norme di condotta morale non dipende dal credere che Cristo era figlio di Dio. Vi sono canaglie che credono alla divinità di Cristo e galantuomini che non ci credono. Io divido gli uomini secondo che sono canaglie o galantuomini e non secondo che hanno gli occhi neri o azzurri, o secondo che credono o non credono alla divinità di Cristo”. Più in là proseguiva: “lo mi sono arrestato all’anno della Crocifissione. Dopo quell’anno non c’e più nulla di nuovo che io abbia imparato come precetto di vita morale e i catafalchi dommatici dei secoli successivi non mi riguardano”.

Proprio così. Salvemini si è arrestato alla Crocifissione.

Forse anche perché più congeniale alla sua vita provata da morti senza resurrezioni.

Coprire, del resto, quei pochi metri di strada che separano il Calvario dal giardino della Pasqua è solo un dono di Dio.

Ed è su quel breve sentiero che si consuma il viaggio più lungo che possa capitare ad esperienza

umana: quello che va dall’incredulità alla fede. Salvemini non l’ha compiuto. C’è da esser certi, però, che il Signore, sensibile ai galantuomini increduli non meno di quanto sia indulgente con le canaglie credenti, abbia accolto ugualmente nella sua pace questo profeta laico del suo Regno. Non fosse altro che per quel graffio. Tanto simile alle stimmate del Risorto.

Mons. Antonio Bello

 

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