Tematiche etico-sociali

“Lo sparatore sono io!” La strage dimenticata di Fiumicino

Libro di Antonio Campanile-Nuccio Ferraro-Francesco Di Bartolomei, con prefazione di Francesco Sidoti (ottobre 2020)

Roma, 31 gennaio 2021 – Sono le 12.51 del 17 dicembre 1973. Nell’area transiti dell’aeroporto di Fiumicino cinque palestinesi fanno irruzione con armi ed esplosivi. I fedayyin esplodono raffiche tra la folla e prendono in ostaggio sei agenti.
Inizia la più sanguinosa strage terroristica in Italia, dopo quella di Bologna: 32 morti e 17 feriti. Un eccidio firmato “Settembre Nero”.
Antonio Campanile, ex Guardia di Pubblica Sicurezza, dopo 46 anni, racconta la sua versione: “Nessuno ne ha parlato, non so perché. Ma la Polizia ha risposto al fuoco dei palestinesi. E a sparare sono stato io”.
Fiumicino, un inferno.
Dopo l’irruzione il commando si divide in due: un gruppo si dirige verso un Boeing 707 della Pan American in partenza per Teheran e getta due bombe al fosforo nell’aereo già carico di passeggeri.
Tra le fiamme muoiono 30 persone (tra cui 4 italiani). Mentre l’aereo brucia, gli altri del commando raccolgono altri ostaggi e si impadroniscono di un aereo della Lufthansa in attesa di partire per Monaco.
“Dopo l’esplosione – racconta Campanile – sono andato nell’ufficio del comando e dall’armadietto blindato del maresciallo ho preso un Mitra MAB con quattro caricatori. Insieme ad altri due poliziotti sono salito sul terrazzo che affaccia all’interno dell’aeroporto”.
Di fronte c’è il volo Lufthansa sui cui sono stati fatti salire gli ostaggi.
A bordo ci sono i due gruppi di fedayyin e 14 persone, tra cui i sei agenti e l’equipaggio.
Dopo qualche minuto scendono un terrorista, il comandante, un tecnico dell’ASA e un giovane Finanziere.
Si dirigono verso la coda dell’aereo per “staccare il tubo del rifornimento carburante e chiudere il bocchettone di presa” in vista del decollo.
Il militare della Finanza è corso sul posto dopo l’allarme diramato dalla sala di controllo e ha provato a reagire: sarà la 31esima vittima.
“Dallo sportello posteriore – racconta Campanile – un palestinese sparava contro le vetrate, sparava dappertutto. L’ho visto mentre colpiva alle spalle il povero finanziere. Poi ha iniziato a esplodere raffiche anche verso di noi. A quel punto ho risposto al fuoco”.
Chiusi i portelloni, il volo Lufthansa decolla. Fa prima tappa ad Atene, dove resta per 16 ore e dove i palestinesi gettano sulla pista il corpo esanime del tecnico dell’Asa, Domenico Ippoliti.
Poi vola verso Beirut. Le autorità libanesi negano l’atterraggio, così come Cipro. I fedayyin trovano allora riparo a Damasco per il rifornimento di carburante e concludono la loro folle corsa a Kuwait City.
Arrestati e condotti in segreto in una base aerea, la loro estradizione verrà sempre negata all’Italia: saranno rilasciati e consegnati all’OLP.
Di loro, da quel giorno, non si è saputo più nulla.

Iniziamo la lettura di parti salienti dell’interessante libro.

– da pag.3…Prefazione dell’eminente criminologo Prof. Francesco Sidoti, Emerito dell’Università dell’ Aquila, che mi onoro di conoscere. ””Un’introduzione ai punti interrogativi. Passato e futuro di un posto a tavola. Questo volume è fondato su una documentazione imponente: mette insieme iricordi dei protagonisti e dei testimoni, va dagli atti giudiziari agli atti conservati nell’ archivio centrale dell’ Eur, dai lavori della Commissione Stragi ad articoli giornalistici pubblicati in un lontano passato, ma che risultano oggi impressionanti sotto vari profili. Dietro la semplice apparenza della rievocazione di un episodio lontano e ingiustamente dimenticato, questo volume è invece un fragoroso sparo nel buio della più stretta attualità, alla fine del 2020. Infatti, insieme alla contestazione della disinformazione in merito alla strage di Fiumicino del 17dicembre 1973, è in clamorosa contestazione la politica estera italiana di ieri e di oggi. La politica estera italiana in Medio Oriente deve essere vista nella pertinente profondità prospettica, che è culturale prima che diplomatica. Nel Medio Oriente conflittualità e rivalità, all’interno del campo occidentale, sono esistite da sempre. In un mosaico estremamente complicato, nel quale evidentemente nessuno ha avuto finora la bacchetta magica, l’Italia deve recitare una parte meramente silente, sussidiaria e servente? Secondo alcuni, sì; secondo altri, invece, l’ Italia è stata presente in maniera speciale nell’area, sin dall’ingresso del Medio Oriente nella modernità, con l’ apertura del canale di Suez, nel1869. L’Italia non è un paese arretrato, ma confine ed estremo della modernizzazione occidentale (nel bene e nel male, a volte, purtroppo).

L’ Italia nel Medio Oriente. Il volume vede il passato e il futuro da un punto di vista accentuatamente filoatlantico e filoisraeliano. In questa prospettiva, di conseguenza,  l’interesse nazionale coincide con la fedeltà alle alleanze internazionali. Il punto è che alcuni pensano che le alleanze internazionali debbano soltanto servire i propri interessi di parte, contrabbandati come sacrosanti interessi internazionali. Secondo la versione filogovernativa, la politica mediterranea dell’Italia di allora era fondata sull’equidistanza dai contendenti e sulla necessaria difesa degli interessi nazionali, in particolare quelli energetici. La carenza di risorse naturali, le turbolenze politiche e sociali, la preoccupante contrazione rispetto agli anni del boom, spingevano la classe dirigente a cercare nuove fonti di approvvigionamento e a mantenere uno spazio tra gli interstizi del turbolento scenario macro-regionale. Continuando politiche cominciate con Enrico Mattei e alla luce di una drammatica crisi energetica, Moro metteva in primo piano un sistema idrocarburifero indipendente dalle multinazionali e rapporti bilaterali di cooperazione con i regimi produttori di petrolio. Le politiche morotee ebbero varie conseguenze in termini di sicurezza. L’ Italia era dilaniata, dal 1969, in maniera apparentemente incontrollabile, dallo stragismo e dagli opposti estremismi, che si esprimevano già in episodi di rara ferocia. I sequestri di persona erano un fenomeno assolutamente sconvolgente in tutto il territorio nazionale. Le mafie erano in forte crescita da Palermo a Milano. Si voleva evitare una terminale saturazione di violenza del territorio nazionale; si voleva impedire che l’Italia si trasformasse in un’ arena per attentati sensazionali e dirottamenti aerei. Le azioni dimostrative dei guerriglieri avrebbero potuto dilagare non soltanto entro i confini interni, ma nelle varie sedi internazionali esistenti, sia italiane sia del mondo cattolico: una rete troppo vasta e troppo fragile, comodamente attaccabile in azioni sanguinarie.
Il clima dell’epoca tra i governi occidentali era caratterizzato dall’efferata strage di Monaco del 5 settembre 1972, compiuta da un commando di Settembre Nero contro la squadra olimpica israeliana. La paura c’era in tutti gli Stati, ma soprattutto in Italia perché nel mirino sotto vari profili. L’attentato del 1981 di Mehmet Ali Ağca, killer professionista, contro Papa Wojtyla, è una esemplificazione di quel che poteva avvenire ancora prima. Comunque, anche Papa Wojtyla, decise di incontrare Arafat il 15 settembre 1982. Attraverso il Lodo Moro, Olp e Fplp s’impegnavano a non compiere attentati sul territorio italiano. In cambio di contropartite gravi e inconfessabili? Moro e i suoi consiglieri sbagliarono completamente e vergognosamente? Fu un tradimento dell’Occidente? Fu un patto con il diavolo, che importò più problemi di quanti ne evitò? Eppure, secondo Stefania Limiti, anche la Francia di Francois Mitterrand stipulò un patto di non belligeranza con i palestinesi, per evitare guai (secondo Rosario Priore, oltralpe furono stipulati patti di gran lunga peggiori con il terrorismo). La doppiezza nel comportamento di molti grandi paesi è nota agli intenditori. Si può discutere se sia più infame l’arte di arrangiarsi o l’arte della coltellata alla schiena, per procura.””

– da pag.90…””Depistaggio ai danni di Antonio Campanile e della verità. Questo capitolo vuole analizzare tutto quello che è stato posto in essere al fine di occultare la verità circa la figura di Antonio Campanile; un modus operandi, che va ad interagire con tutte le altre vicende di cronaca, relative a questa storia, creando una coltre di fumo dalla quale non si è mai usciti. Come abbiamo già detto, dalla posizione in cui si trovava al
momento dei fatti – cioè sul tetto dell’ aeroporto -, Antonio Campanile riuscì a sparare sui fedayyin, impegnati nell’ azione del dirottamento, facendogli precipitosamente e agitatamente chiudere i portelli dell’ aereo requisito. Di fatto, tale inevitabile accelerazione del loro operato, fermò il protrarsi dell’azione criminale che già era costata la vita a trentuno persone. Tuttavia, durante le operazioni che portarono al decollo dell’aeronave, avvenne un episodio che riguardò una jeep di servizio guidata da un sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, con a bordo dei militi delle tre forze di Polizia che inseguirono l’ aereo causando non pochi fastidi ai terroristi, costretti a rallentare, loro malgrado, l’ azione di decollo del mezzo dirottato in modo abbastanza importante. Tant’è che ad un certo punto il commando palestinese fece sapere con un comunicato radio alla torre di controllo, che se il veicolo che li stava inseguendo non si fosse arrestato, avrebbero iniziato a giustiziare gli ostaggi. Il messaggio fu recapitato alla jeep dove stavano i militari, da un altro automezzo di servizio e l’ operato degli uomini in divisa dovette cessare. Azioni solitarie portate avanti da militi, che erano stati lasciati senza istruzioni dalle autorità politiche, nonostante non fossero mancati gli avvertimenti circa un attentato sullo scalo. Soldati che se fossero stati autorizzati a fare il proprio lavoro fino in fondo, avrebbero portato a ben altro epilogo la storia; ma probabilmente qualcuno non voleva. Incapacità nella catena di comando?! O altro?! Una vicenda che, oltre a causare morti e feriti, umiliò a livello planetario le nostre Forze dell’ordine, tra le quali non erano mancati, quel giorno, episodi di coraggio puro (oltre ad Antonio Zara, ad Antonio Campanile e alla Jeep, citiamo l’ Agente di P.S. Ciro Strino che, all’ imbarco bagagli, con pistola senza colpo in canna, aveva comunque estratto l’arma d’ordinanza per fronteggiare i terroristi, prendendosi due pallottole al torace e rischiando di morire).
Con questo libro ci siamo riproposti di dare voce ad un uomo (AntonioCampanile) e riaccendere i riflettori su quell’ accaduto e le sue vittime cercando di stimolare il lettore a vedere da un’ altra prospettiva, come hanno fatto gli autori. Cosa lasciamo noi a questa storia? Primo, la testimonianza viva di Antonio Campanile, un proletario della divisa che, ormai sessantasettenne, non ha alcun motivo valido per raccontare «frottole», su fatti accaduti quasi mezzo secolo fa e che ha deciso, di sua sponte, di intraprendere questo cammino in nostra compagnia, giusto per amor di verità: quella verità che rende gli uomini liberi. Conscio del fatto che da questa storia ne ricaverà, più che altro, grattacapi e forse qualche ingiuria gratuita. Secondo, la constatazione che, verso questa faccenda, la Repubblica, nel suo toto (eccezion fatta per il Magistrato titolare dell’ inchiesta, Rosario Priore), ha attuato un’operazione di occultamento della verità…?! In questo clima si innesta anche la sparizione della figura del nostro protagonista, Antonio Campanile, per ciò che fece, non solo non venne gratificato, ma fu recluso e psicologicamente «torturato», per interessi ancora oggi non spiegabili. Pensiamo solo ad un fatto. Tutte le varie commissioni parlamentari sulle stragi che si sono succedute nel tempo – e che si sono occupate anche di fatti dove non c’ erano stati dei morti -, non hanno mai aperto un fascicolo sull’ attentato del 17 dicembre 1973. Ancora di recente – nel 2014 -, una direttiva del governo Renzi – de facto – ha liberato dal SEGRETO quasi tutta la documentazione statale sugli altri famosi fatti stragisti del periodo, ma Fiumicino
1973 è ancora in gran parte secretato. Dopo queste considerazioni morali e politiche, restano sul tavolo interrogativi tecnici che l’inchiesta non è riuscita a chiarire. È possibile che solo cinque persone, abbiano potuto realizzare tutto questo?! Secondo quello che si è riusciti a sapere, dopo aver scatenato la sparatoria, i cinque criminali si dividono e tre di loro prendono in ostaggio sei poliziotti, di cui uno – Strino – è ferito ed incede lentamente. È da specificare che sul numero degli autori dell’ attentato, non c’ è alcuna chiarezza; le fonti sono discordanti e in ogni caso all’ inizio dell’ azione sembravano essere decisamente di più o quantomeno un numero imprecisato.””

Sin qui il libro.

Conclusione e commento. Negli “Anni di Piombo” esiste un’area mai analizzata, che è quella del terrorismo palestinese in Italia. È una pagina oscura carica di domande senza alcuna risposta e misteri in parte ancora coperti dal “segreto di Stato“.
L’auspicio è che venga tolto il segreto di Stato su questa strage, che rimane la terza per numero di morti nella pur sanguinosa storia del terrorismo italiano. Le molte domande restano oggi, come allora, senza risposta. E lentamente l’episodio è finito nell’oblio.
Quella di Fiumicino è una “strage dimenticata”, così come la storia di chi quel giorno si trovò a fronteggiare l’inferno. “Nessuno mi ha mai interpellato, dice Campanile. Era diventata una questione top secret. Nessuno faceva domande. Mi dicevano che era una cosa che dovevo tenere per me”. Quindi un depistaggio che contribuì a creare un’atmosfera da guerra fredda. Si, la famosa ragion di Stato al cospetto della quale tutto e tutti devono piegarsi.
Cosa che in Italia è accaduto per quarant’anni.
Ammettiamolo, siamo un paese strano. In poco più di un mese, il 27 giugno 1980, il DC9 Itavia esplose nei cieli di Ustica, causando 81 morti; il 2 agosto successivo una bomba alla stazione di Bologna causò la tragica uccisione di oltre 160 innocenti.

( https://www.attualita.it/notizie/tematiche-etico-sociali/ustica-e-bologna-attacco-allitalia-46937/ )

Ustica e Bologna… Attacco all’Italia…

Su questo spaventoso, si spaventoso, tema, la frase più cinicamente cristallina la pronunciò in un libro Francesco Cossiga, Presidente del Consiglio dell’epoca: “Se c’è un’esigenza internazionale, si può tacere anche davanti a 160 morti”.

Appunto, la famosa ragion di Stato.

SEMPRE AVANTI, ITALIA!!

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