Tematiche etico-sociali

L’italia degli Intrighi…

L’Italia dei misteri e delle verità non vere…

Il nuovo libro di Fabio Isman,Andare per l’Italia degli intrighi”, per il Mulino, aprile 2020, è un libro da leggere. Si, di grande interesse non solo perché il giornalista, come inviato del Messaggero, ha conosciuto di persona quasi tutti gli eventi raccontati (fino a farsi 131 giorni a Regina Coeli per non aver rivelato chi gli aveva fornito i verbali dell’interrogatorio del primo pentito BR, Patrizio Peci) quanto per il fatto che ogni evento è costellato da dettagli incredibili. E così leggiamo delle stragi di Piazza Fontana nel 1969 e di Piazza della Loggia nel 1974, del finto rapimento di Sindona, della spaventosa vicenda di via Fani del mai dimenticato 16 marzo 1978. Poi, ancora,riaffiorano storie ormai sparite dal ricordo quali, per Piazza Fontana, i dubbi giudiziari sull’ anarchico Pietro Valpreda, arrivato da Roma a Milano in quanto citato proprio il giorno della strage dalla Procura milanese per essere ascoltato per dei volantini degli anarchici, per il solo fatto che aveva preso un taxi, facendosi notare dal taxista Cornelio Rolandi, che giustamente lo riconobbe. Poi, Isman fa riferimento alla velina dei Servizi segreti che già nel novembre 1969, come rivelerà un documento da poco desecretato, identifica tutti i 68 partecipanti a un convegno di possibili “catto-brigatisti” e le targhe di tutte le 32 auto con le quali raggiunsero l’Hotel Stella Maris di Chiavari, per un convegno.

Sulla vicenda, il 25/11/2009, su “Il Giornale.it” abbiamo letto: “”Ma cosa accadde quarant’anni fa allo “Stella Maris” di Chiavari? Cosa spinse la Curia a dare i suoi locali ai fondatori delle B.R.? Come fu possibile che negli Anni di Piombo, i progetti di morte destinati a insanguinare l’ Italia venissero coltivati in apparentemente normali notti novembrine in quelle stanze che profumavano d’incenso? Testimoni anche autorevoli hanno sempre confermato quell’’incredibile origine «curiale» del terrorismo. Certamente strano che Renato Curcio, Margherita Cagol e Mario Moretti, solo per citare alcuni brigatisti, abbiano deciso di organizzarsi in quella sede per sovvertire lo stato secondo esplicite finalità statutarie.””E poi, ovviamente, i misteri del sommo Licio Gelli e di quella villa Wanda dove il «burattinaio» della P2 nascondeva 165 chili di lingotti d’oro nelle fioriere del giardino.Domande irrisolte. Troppe storie oscure, troppi depistaggi, troppi rappresentanti dello Stato che facevano il doppio gioco, troppe domande irrisolte…Si, troppe…

Iniziamo la lettura di parti del libro.

-da pag. 35: “”Magari senza troppa fantasia, quella di Piazza Fontana è stata definita “la madre di tutte le stragi”. Però, ha avuto parecchi figli: davvero troppi; e li ha sparsi un po’ in tutta Italia. Per esempio, a Brescia. La cui piazza principale è il “cuore” della città; è la Loggia l’edificio comunale, dalla singolare copertura a carena, costruito dal 1492 al 1574. Brixia (i cui monumenti sono Patrimonio dell’umanità) è chiamata “Leonessa dell’Italia”, perché ha resistito 10 giorni agli austriaci, nel 1849. Tuttavia, la Leonessa è stata orribilmente ferita, funestata dalla bomba durante una manifestazione sindacale. È l’unica strage di cui ci sia un documento sonoro: si odono il boato, i lamenti, le urla dal palco ai manifestanti perché si mettono al riparo. Impressionante.
Nella progenie, ci saranno pure Bologna e altre azioni ancora, sui treni. Chi sapeva è stato zitto, nemmeno una sillaba. Qualche decina di persone conoscevano forse l’intero progetto, e alcune centinaia almeno qualche sua parte. Ma nessuno ha fiatato. In compenso, infiniti depistaggi. Questa pessima azione, da semplice aggravante è divenuta un reato (pena fino a 12 anni) soltanto nel 2016. Così, anche a Brescia servono 11 processi e 43 anni di indagini, con tanti sviamenti, perché la Cassazione, il 19 giugno 2017, confermi le precedenti sentenze e indichi almeno i primi colpevoli.
Il 1974 è un anno chiave, per quella che è stata chiamata la “strategia della tensione”. Vi abbondano movimenti e gruppi dell’ultradestra estremista. A Milano e a Brescia, non mancano. I nomi dei loro giornali, gli slogan, fanno spesso rabbrividire: “L’assalto”, “Forza uomo”, “La Legione”, “In piedi! “, “Combattentismo attivo”, “Conquista dello Stato, “La fiamma nazionale, “Il dardo”, “Costruiamo l’azione”, “La voce della fogna”. Anche a Brescia si distruggono subito importanti indizi: in un’ora e mezza, tutta la piazza è già lavata. E anche qui, si profondono gli avvelenamenti delle indagini: 5 inchieste danno vita ad altrettanti processi successivi. Ognuno con i propri ricorsi, fino alle decisioni definitive in terzo grado. Le prime indagini guardano subito ai “Sanbabilini”, i neofascisti milanesi. E individuano in Ermanno Buzzi l’esecutore condannato all’ergastolo. Era il 1979, e subito dopo la strage avrebbe commentato: “Mi sono goduto lo spettacolo e la soddisfazione di vedere 8 porci rossi morti”. Ma non ha il tempo di attendere il giudizio in appello tre anni dopo, perché alla vigilia del dibattimento dalla prigione di Brescia è spedito al supercarcere di Novara; e appena 2 giorni più tardi viene strangolato nel cortile, con un laccio di scarpa (gli altri detenuti che restano impassibili) da Pierluigi Concutelli di Ordine Nuovo, omicida del giudice Vittorio Occorsio il 10 luglio 1976 a Roma e da Mario Tuti, un altro terrorista nero che, il 24 gennaio 1975, aveva ammazzato due dei tre Carabinieri venuti a perquisire la casa: era sospettato per la strage sul treno Italicus del 4 agosto precedente, e sarà infatti condannato all’ergastolo. La svolta avviene appena nel 1993 quando si conosce finalmente il nome della fonte “Tritone”, si chiama Maurizio Tramonte. Dal 1968, lo è della polizia e dal 1973 al 1977, anche del Sid, che gli forniva ogni mese un compenso. Per la prima volta finisce davanti al giudice a quasi vent’anni dal fatto. Oltre 60 interrogatori complicati: ammette poco per volta. Fino a confessare che sapeva delle trame padovane, delle bombe sui treni e di Piazza Fontana. Parla di due trasporti di esplosivo per Piazza della Loggia, scaricati da tir stranieri. L’esecutore materiale, per Tramonte è Gianfranco Melioli, ordinovista di Rovigo e gestore a Padova della libreria Ezzelino di Freda, morto per overdose il 1991. E questa, dopo un altro dibattimento, resta la verità. O almeno il brandello della medesima a cui siamo approdati, convalidato dalla Cassazione. All’ergastolo il mandante Maggi, che muore a fine 2018 agli arresti domiciliari, e l’informatore Tramonte, uno dei pochi ancora dietro le sbarre, che ha innescato la bomba. Il suo volto è ritrovato anche in una foto, scattata immediatamente dopo la carneficina. Lo arrestano mentre si trovava al Santuario di Fatima, nel 2017. Ma sopra e dietro a loro, c’era qualcun altro? E chi li ha aiutati in quella terribile azione nella piazza?
Nel 1980, la fase più cruenta degli attentati neofascisti sembrava conclusa. Ecco perché la strage alla stazione di Bologna è stata giudicata atipica. È lo è stando alle risultanze processuali, giunte come sempre con il contagocce dopo troppo tempo: a Bologna è la prima volta in cui sono condannati, assieme, dei terroristi neri, esponenti dei servizi segreti, iscritti alla Loggia altrettanto segreta P2. E non sono nomi di secondo piano. Nell’ultima inchiesta della Procura Generale, che si svolge all’ombra delle due torri proprio mentre scriviamo, i nomi eccellenti abbondano: come mandante e organizzatore, addirittura Federico Umberto D’Amato, per 20 anni al vertice degli Affari Riservati del Ministero degli Interni, il servizio segreto della Polizia. Con lui, un ex Parlamentare, due volte Senatore del MSI poi rieletto alla camera con Democrazia Nazionale, Mario Tedeschi, per 36 anni direttore del “Borghese.” I fondi, ingenti, provenivano invece da Gelli e dal suo intimo Umberto Ortolani, pure “piduista” e per qualcuno il vero stratega della Loggia segreta. Con loro, anche un altro esecutore materiale della strage e il primo inquinamento è immediato: sono le telefonate che rivendicano, il giorno stesso e quello successivo, l’accaduto ai Nar, i nuclei armati rivoluzionari: si scoprirà che sono partite dalla sede di Firenze del Sismi, dal 1977 il nuovo nome dei Servizi e degli 007 militari. Il secondo, si chiama Marco Affatigato. È un complesso personaggio di estrema destra collaboratore dei servizi francesi e americani.
Il 27 giugno 1980, un DC 9 di Itavia esplode sopra Ustica: morti tutti gli 81 a bordo. Altro mistero irrisolto. Affaticato era vivo e vegeto a Nizza, forse latitante per una storia di bancarotta e fallimenti che gli costerà 8 anni. Ma è accusato anche per Bologna, un Maresciallo di Lucca crede di riconoscerlo in una foto sul luogo della strage e lo denuncia. Due giorni dopo è arrestato ed estradato. Dimostrerà agevolmente che, invece, si trovava in Francia. L’ultima inchiesta, al momento, non è ancora diventata nemmeno un processo: l’11 febbraio 2020, la Procura Generale di Bologna ha depositato l’avviso di fine indagini per quattro mandanti e finanziatori ormai deceduti, un autore materiale della strage e alcuni personaggi minori. Ora bisognerà vedere se seguirà il rinvio a giudizio, e con che esiti. Due i filoni dai quali l’investigazione è partita. Il legale di alcune vittime negli atti del primo processo ha trovato delle immagini in Super 8 prima e subito dopo la strage: un turista tedesco filma dal finestrino del treno quanto avviene sul primo binario. C’è anche un volto baffuto, riconosciuto in Paolo Bellini, ex attivista di Avanguardia nazionale, nel 1975 assassino di Alceste Campanile di Lotta Continua a Reggio Emilia, prima di fuggire in Sudamerica. Ritornato in Italia, finirà in carcere. Bellini era stato indagato per la strage, ma poi prosciolto e la Procura revocò il provvedimento, mentre ora ne chiede il processo. Aggiunge che in quel filmato potrebbero essere altri ancora da identificare, quindi le investigazioni continuano.
Questo atto della Pg, lo accusa però della carneficina in concorso con D’Amato e Tedeschi, mandanti e organizzatori; e Gelli e Ortolani, mandanti e finanziatori. Infatti, il secondo filone dell’indagine inizia da un foglietto e due appunti sequestrati a Gelli: i movimenti di un conto svizzero, da febbraio 1979 a dopo la strage, per 5 milioni di dollari. L’estratto conto si intitola “Bologna”. Tra quei documenti, ci sono gli pseudonimi di chi ha ricevuto somme anche notevoli, dopo una serie di trasferimenti bancari per dissimularne la provenienza, come ha stabilito un’indagine della Guardia di Finanza. I quattrini sono giunti a personaggi dei Nar, e a D’Amato e a Tedeschi, gratificato, sembra di capire, per il supporto disinformativo offerto.””

– da pag. 83: “Dopo Moro in Italia si pratica ancora di più il tiro al bersaglio. Se nel 1969 si contano 145 attentati e bombe, di cui 96 certamente della destra estrema, nel 1979 diventano 659, attribuiti a 269 diverse organizzazioni. Quasi due al giorno. Sparano tutti: dalle Br e i loro simili (Prima linea e i Nap nati dalle carceri); chi voleva semplicemente accreditarsi verso di loro, come la Brigata XXVIII Marzo di Marco Barbone e altri “signorini” milanesi, che il 29 maggio 1980 dà il colpo di grazia al giornalista Walter Tobagi (Barbone si “pente” subito: un centinaio di arresti). E i neofascisti: i Nar, Terza posizione, Ordine Nero e altri ancora. A perdere le Br, e sembra quasi paradossale, sono le troppe richieste di ammissione dopo il successo di via Fani: tante regole vanno in crisi. Poi le rivelazioni dei “pentiti”: il primo è Patrizio Peci, arrestato a Torino il 20 febbraio 1980 insieme a Rocco Micaletto, uno del gruppo di fuoco a via Fani; l’ anno dopo le “nuove” Br gli uccideranno il fratello Roberto: una vendetta trasversale, al culmine di 54 giorni di prigionia. Infine, l’omicidio a sangue freddo, mai accaduto prima, di un sindacalista comunista: Guido Rossa, dell’ Italsider di Genova, nel 1979. Il fenomeno del pentitismo deriva in buona misura da una legge del 1982 che prevede forti sconti di pena e investe pesantemente anche l’ultradestra. Rosy Bindi era assistente all’Università di Vittorio Bachelet, una delle infinite vittime delle Br il 12 febbraio 1980 a Roma. In quel momento stava al suo fianco e lo vede cadere, e subire il colpo di grazia da Bruno Seghetti. Dopo di lui Ezio Tarantelli nel 1985, Roberto Ruffilli nel 1988, Massimo D’Antona nel 1999 e Marco Biagi nel 2002; c’erano già stati i Giudici, anche Emilio Alessandrini nel 1979 e Guido Galli nel 1980, oltre a quelle vittime dei neofascisti. A parte Carlo Casalegno, il vicedirettore della “Stampa” colpito sotto casa il 16 novembre 1977, soltanto feriti i giornalisti come Indro Montanelli, Emilio Rossi direttore del Telegiornale, Vittorio Bruno; o altri, come Gino Giugni, il padre dello Statuto dei lavoratori. Gli estremi episodi brigatisti sono disconosciuti dal gruppo storico in Carcere. Non c’è alcun progetto politico, resta soltanto quello delle armi. Un bilancio dell’infelice stagione si riassume in circa 20.000 inquisiti, e 4.200 in prigione. Di alcuni tra gli orribili delitti dei Neri, non si è saputo mai nulla. Nemmeno i pentiti hanno parlato””.

Sin qui il libro di Fabio Isman.

Ora, come di consueto, integrazioni e valutazioni. In primis, sul citato primo pentito BR, Patrizio Peci, vicenda che ricordo in quanto ero all’Antiterrorismo e ben conoscevo l’Avvocato d’ ufficio disposto dai P.M., il grande giurista Antonio De Vita, suggerisco a chi ha pazienza questo mio articolo (https://www.attualita.it/uncategorized/il-professore-dei-misteri-rileggiamo-le-pagine-dellitalia-tenebrosa-per-il-terrorismo-ed-e-per-questa-logica-di-morte-che-lavv-de-vita-doveva-morire-42754/). Quindi,esaminati quei tempi lontani, ma non troppo, e vivendo l’oggi tanto nebuloso, riteniamo che l’attenzione vada tenuta costantemente alta da parte di tutti, in quanto è inimmaginabile che dopo la disarticolazione del terrorismo rosso e nero negli anni ’80, con eccezionali successi di Magistratura, Servizi allora come non mai efficienti, e Polizie di altissimo livello, taluni personaggi ben noti ma ai margini delle organizzazioni rivoluzionarie e non scalfiti dalle molteplici inchieste, non siano stati incisivamente monitorati nel tempo! E questo imperativo di vigilanza riguarda anche la Politica e tutte le Istituzioni, non escludendo la gente comune perché oggi, sull’onda lunga della gravissima crisi economica, la possibile saldatura dei gruppi terroristici “dormienti” con quelli vitali, con frange anarchiche anche internazionali, è senz’altro possibile, ovviamente supportata da un’azione di proselitismo forte e senza precedenti, contrariamente a quanto si va da più ambiti “lieto pensanti” e decisamente incompetenti rassicurando.
Certamente inquietante, al riguardo, quanto leggiamo nella premessa al bel libro di Pino Casamassima, di non molti anni fa, giornalista attento e intelligente, dal titolo: “Gli Irriducibili- Storia di Brigatisti mai pentiti”, editore Laterza di Bari. “”Tra i sessanta detenuti appartenenti al “Partito Armato”, ci sono otto uomini e una donna che escono di giorno e rientrano alla sera; i rimanenti quarantuno uomini e dieci donne scontano il carcere a tempo pieno o perché arrestati di recente o perché non hanno abbandonato la lotta armata come strategia politica: pronti cioè a imbracciare nuovamente le armi se solo fossero liberi… Addirittura, gli irriducibili veri, cioè Paolo Maurizio Ferrari, Cesare Di Lenardo e Nadia Lioce, rifiutano qualsiasi contatto con la “stampa borghese”, ritenuta indegna””.
Ma quanti sono gli italiani che ricordano, a distanza di poche manciate di anni, la storia recente del nostro Paese? Quella che ha segnato le nostre spaccature politiche, i guai economici, l’indebitamento folle, il declino culturale, morale, industriale di oggi?
Come potrebbe l’Italia di certi quiz televisivi, convinta che Hitler prese il potere nel 1964 (!) o che Mussolini invitò Ezra Pound a palazzo Venezia nel 1979 (!), ricordare tragedie quali la strage di piazza Fontana del 1969 se sei su dieci degli studenti milanesi già nel 2005 l’attribuiva alle Brigate Rosse e due alla mafia?
Si, esiste una memoria cancellata. Per questo su quegli argomenti bisogna scrivere e scrivere… coinvolgendo soprattutto i giovani…

Ho finito.

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