Tematiche etico-sociali

La vita del Colonnello Antonio Varisco, grande vittima del dovere !!!

Roma, 21 dicembre 2018 – Raccontiamo il libro (“L’agguato Sul Lungotevere – Storia del
Colonnello Varisco” Edizioni Segno di Anna Maria Turi euro 29,00).. letto con grande
interesse, sia per l’affettuosa ammirata conoscenza che avevo per Lui, sia per aver vissuto
operativamente quella tragica epoca..come tanti “Veterani” che lo leggeranno..
Un vero e proprio turbinio di eventi inquietanti..Tre giorni prima di morire (da pag.15),
quando dopo vent’anni stava abbandonando il servizio, Antonio Varisco accennò al peso
diventato insostenibile del suo lavoro ad un amico giornalista, Dino Cimagalli.
Il giorno dopo prese il rapido per Milano. È presumibile che abbia incontrato anche
l’Avvocato Giorgio Ambrosoli, occupato in mattinata per la rogatoria di estradizione del
noto Michele Sindona. Presente a Milano era anche il Capo della Squadra Mobile di
Palermo, Boris Giuliano, venuto appositamente per vedere Ambrosoli.. In ogni caso, i
futuri contatti potrebbero aver avuto inizio poco dopo dati gli stretti legami già stabilitisi con
Ugo Niutta.. Davvero un’amicizia forte tra i due, che non poteva permettere di negare
qualcosa all’altro. Nel gran quadro del tema rapporti per acquisire informazioni, si
inserisce..la cena con gli Americani (da pag.69), nell’immediatezza della vittoria del
Grande Oriente d’Italia per il ritorno a Palazzo Giustiniani, che può essere stata
l’occasione per una presentazione di Varisco all’Intelligence statunitense.
Nell’incontro (incredibili dictu! nda) la conversazione sarebbe stata dominata
dall’italoamericano Gigliotti (il narcotrafficante calabrese a New York, l’uomo legato ai
provvedimenti di arresto eseguiti quattro o cinque anni addietro in Calabria nda).
…Il Comandante Varisco era forse inconsapevole dei pericoli che in quei rapporti
amichevoli si celavano..? E proprio su quei contatti necessari per la sua azione
informativa, si fa riferimento al fatto che conobbe anche Eugenio Cefis quando questi ebbe
bisogno di lui. Fu Ugo Niutta il collegamento fra entrambi e ciò avvenne alla vigilia della
convocazione giudiziaria.
Ma prima era successo qualcosa, apparentemente non riconducibile ad essa. Un giorno, il
citato Ugo Niutta (Presidente della Farmitalia-Carlo Erba, si tolse la vita nel 1984, già
Magistrato ordinario, chiamato all’Eni da Enrico Mattei, di cui fu stretto collaboratore per 10
anni – nda) gli aveva detto che andava in Sicilia ad accompagnare Enrico Mattei, il
Presidente dell’ENI. E difatti partì con gli altri dirigenti della Società. Era il 26 ottobre 1962.
Varisco lo apprese come tutti, la sera del 27 ottobre, che Mattei era precipitato col suo
aereo dell’ENI nei pressi di Pavia. Un anno e mezzo dopo, nel maggio 1964, il Capitano,
su mandato del P.G. di Roma Luigi Giannantonio, doveva comunicare agli alti dirigenti
dell’ENI, Eugenio Cefis, Raffaele Girotti, Giuseppe Bartolotta e Ugo Niutta la convocazione
da parte dei PM Saviotti e Bruno. L’intero stato maggiore del “più potente Ente di Stato”.
Ancora, passando ad ambiti militari di alto rilievo, si fa riferimento alla circostanza che.. Il
14 giugno del 1964, in occasione dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Arma, a
Roma sfilò l’XI Brigata Meccanizzata, dotata di autoblindo, cingolati e mezzi corazzati. La
sera stessa il Generale de Lorenzo (il più grande Comandante Generale! – nda) annunciò
che, per il protrarsi delle celebrazioni, i reparti non avrebbero lasciato la Capitale prima del
20 luglio. Quando poi Moro si recò al Quirinale per accettare l’incarico per un nuovo
Governo di centro-sinistra moderatamente riformista, rientrata la crisi politica, nessun
Carabiniere, in assenza di ordini, si mosse. Il Tenente Varisco capì, forse prima degli altri,
che “l’azione” non ci sarebbe stata e potè tirare un sospiro di sollievo…
A pag 85 apprendiamo di un incontro con il Generale de Lorenzo ove apprese che era
stato tracciato un piano operativo relativo alla Capitale con il compito per lui di prendere
temporaneamente in custodia nel Palazzo di Giustizia alcune persone prima di essere
inviate altrove.. Il processo (da pag 94..) per il noto “Piano Solo” (fantomatico; infatti si
trattava non di golpe ma di predisposizioni di OP – nda), terminò il 1° marzo del 1968. Il
Tribunale condannò in primo grado i giornalisti Jannuzzi e Scalfari (che gridavano al
“golpe” – nda), ma riconobbe le deviazioni del SIFAR e le responsabilità di de Lorenzo.
Varisco tirò un sospiro di sollievo, ma aveva l’amaro in bocca. Non solo per aver dovuto
partecipare, su comando, alla preparazione del Piano ma soprattutto per quel silenzio sul
suo nome.
Ora sorgeva un’altra preoccupazione: chi doveva ringraziare e, soprattutto, cosa si voleva
da lui a titolo di ringraziamento? La storia di quei tempi si stava maledettamente
ingarbugliando.
Il Governo aveva sempre opposto il segreto di Stato con gli “omissis” di Moro alle richieste
di informazioni da parte delle varie Commissioni d’inchiesta. Dei fascicoli del SIFAR si
dispose la distruzione. L’ex Ufficio REI fu poi ereditato dal Colonnello Nicola Falde
inseguito per anni dal sospetto di essere stato l’esecutore dell’assassinio del collega Col.
Rocca, nonostante la chiusura delle indagini per suicidio. Nel frattempo, dei 26 plichi di
carte sequestrati nell’ufficio di Rocca e depositati nell’Ufficio corpi di reato del Tribunale,
poco ne restò perchè una parte di essi scomparve.. Ancora, il Magistrato romano Vittorio
Occorsio, il 22 dicembre 1969 aveva preso in mano l’istruttoria sulla oscura strage nella
Banca di Piazza Fontana , che in questo modo veniva tolta al PM milanese, in ragione
delle bombe scoppiate nella Capitale. E Occorsio riteneva di poter contare sulle indagini
condotte dalla Questura di Roma a partire dalla sera del 12 dicembre sul gruppo “Circolo
anarchico 22 Marzo” creato da Mario Merlino (gia’ neofascista con Delle Chiaie – n.d.a.), a
Roma. Nell’imperversare di questo colossale e universale attacco mediatico al ballerino
anarchico Pietro Valpreda, Varisco, che non se ne lasciava affatto turbare, diceva a casa,
con i suoi, in tutta tranquillità: “Valpreda innocente”. Naturalmente, v’erano dei risultati di
indagini compiute da lui personalmente che lo autorizzavano ad affermare ciò. Va detto
che è partito per il Nord qualche giorno dopo le bombe; non ha mai fatto un rapporto
scritto. È certo che è arrivato a Milano, che è passato in macchina per il Veneto,
fermandosi più volte per indagini, e che è tornato da Venezia a Roma in treno… quindi
aveva raccolto elementi probabilmente nell’ambito dell’eversione di estrema destra che lo
avevano convinto di un’altra verità. Poi, il noto Ugo Niutta (da pag.155)..gli disse che
aveva un problema per quella questione del suo nome di battaglia di quando era
partigiano: “Antelope Cobbler”..E Niutta, come incaricato prima da Mattei per l’ufficio
legislativo dell’ENI e poi da Cefis sia all’ENI che alla Montedison, aveva avuto in sostanza
il compito di attrarre parlamentari anche mediante elargizione di denaro e quindi con
attività di corruzione. E una volta tirata fuori tutta la faccenda degli aerei americani alla
fine chiese di appurare se nelle carte dell’istruttoria fosse comunque presente qualcosa
che poteva essere riferita a lui (nel 1976 l’Azienda statunitense Lockheed, oggi Lockheed
Martin, ammise di aver pagato tangenti a politici e militari stranieri per vendere a Stati
esteri i propri aerei militari – nda).
Anche Giovanni Leone, Presidente della Repubblica, venne indicato come Antelope
Cobbler dal settimanale l’Espresso e da un libro di Camilla Cederna. Le accuse mosse
contro Leone non furono mai provate. Poi, altro terribile argomento..(da pag.165) il PM
Vittorio Occorsio (un grande Magistrato, conosciuto personalmente.. – nda) gli disse che
aveva interrogato un pressocchè sconosciuto Maestro Venerabile della Massoneria, Licio
Gelli. In base ad alcune testimonianze stava indagando sulle connessioni tra eversione
nera, criminalità organizzata e la Massoneria stessa. Finora non aveva ottenuto granchè.
“Perciò mi occorrebbe il suo aiuto..”. Il dottor Occorsio era un Giudice serio e severo.
Varisco lo conosceva bene anche per la sua ferma intransigenza al processo de Lorenzo.
E allora iniziarono i problemi per Varisco, da una parte legato dai vincoli di amicizia con
Niutta legato a sua volta a un Cefis, (definito nel libro nda) il fondatore occulto della P2, e
dall’altra incaricato dal giudice Occorsio di indagare sulla piovra massonica che si
preparava al golpe in Italia sul modello sudamericano, cileno o argentino. Ma prima di
allora l’Ufficale aveva deciso, secondo l’opinione dell’autrice, di trasmettere le informazioni
di cui disponeva grazie ad una fonte importante, e cioè Niutta, ad Occorsio. Come aveva
tempo prima preannunciato Varisco, Occorsio sentiva di aver scoperchiato i rapporti fra
terrorismo neofascista, massoneria e apparati deviati dei Servizi. E Varisco dentro di sé
aveva tremato. Egli non figurava come legato alla Loggia segreta, ma era tutt’altro che
segreta la sua frequentazione sempre intensa e costante con Ugo Niutta, sicuramente ai
vertici di quella Massoneria; e Ugo lo metteva certamente al corrente di quasi tutto,
soprattutto – è l’idea di chi ha scritto il libro – delle operazioni che non trovavano d’accordo
Niutta stesso. Nel clima di rivalità e di tensioni già presente all’interno del mondo militare,
ora esplodeva una vera e propria guerra dei Generali.
Il Generale Mino, che proveniva dall’Esercito, era propenso a non estendere il settore
d’intervento dei Carabinieri mentre il Generale Arnaldo Ferrara (CSM – nda) era di parere
opposto. Il 12 agosto 1977 (NB:il 15 agosto di quell’anno ci fu la fuga di Kappler
dall’Ospedale Militare Celio di Roma!!..nda) il Generale Mino rassegnò le dimissioni da
Comandante Generale (da pag.188)..ma lo stesso 12 agosto il Generale Anzà fu trovato
morto a casa sua, a Roma. La mattina Anzà aveva incontrato al Ministero della Difesa le
alte gerarchie perchè era considerato il principale candidato a sostituire Mino. Pare che
Anzà, tornato a casa, si fosse preparato il modesto pranzo. Quanto accadde poi non
sappiamo, a parte la conclusione tragica della giornata. Come fu che il PM Sica e Varisco
conducessero le indagini per terminarle chiudendo tutti e due gli occhi ? Non si sa né
possiamo immaginarlo. Fatto sta che le conclusioni ebbero dell’incredibile. Quello di Anzà
– scrissero- fu “un suicidio d’amore..” ma il suicidio per tali ragioni era una soluzione
assurda, dati gli elementi obiettivi a favore dell’omicidio.. Anche l’incidente aereo in cui
aveva perso la vita il Generale Mino restò un mistero. Il posto vacante lasciato da Mino
attendeva chi lo occupasse; intanto lo reggeva ad interim il Vice Comandante, Ferrara. Ma
sempre per scongiurare l’autonomia eccessiva dell’ Arma, il 5 novembre 1977 il Generale
Pietro Corsini dell’Esercito diventò (ottimo! nda) Comandante Generale. Ora argomento
Top!: Mino Pecorelli non riuscì a raggiungere Antonio Varisco subito dopo l’agguato di via
Fani (da pag 222).. Ma una sera attese l’amico sotto casa, in macchina, fino a notte fonda
e gli disse che quando il Presidente Moro scese da casa, e fu ben prima delle nove, venne
accompagnato dal Maresciallo Leonardi all’auto di rappresentanza, la Fiat 130, alla quale
faceva da scorta l’Alfa Romeo Alfetta. Non appena Moro fu in macchina, è probabile che
Leonardi gli abbia comunicato che per ragioni di sicurezza era stata predisposta una
seconda scorta perchè ci sarebbe stato il suo trasferimento in un’altra automobile, che
avrebbe compiuto un altro percorso. Dopo il cambio della scorta, Leonardi stesso sarebbe
tornato indietro con l’auto di rappresentanza seguito dall’ Alfetta, passando per via Fani.
Leonardi forse riconobbe qualcuno, magari.. lo stesso.. che gli aveva dato l’ordine di
effettuare per l’Onorevole Moro l’operazione di cambio scorta e di percorso. Avvenne
dunque che, col riconoscimento, fu messo a tacere col piombo e con lui non fu risparmiato
nessuno, furono trucidati tutti. Non dovevano sopravvivere testimoni. Al riguardo, nel corso
delle prime indagini, si fa riferimento nel libro ad un appunto riservato di Varisco per il
Magistrato Achille Gallucci. L’aveva scritto per l’Arma, ma l’appunto non si sa quale iter
abbia percorso. Si informava che alcuni brigatisti dissidenti erano disposti a rivelare il
luogo della prigione di Moro in cambio di “danaro e garanzie di poter espatriare e rifarsi
una vita”. Si trattava di una prigione nei pressi di Focene, secondo informazioni. Dalla
chiesa, messo a parte insieme a Varisco sulla località della prigione di Moro, ne aveva
informato a sua volta il Ministro dell’Interno, ma Cossiga non era intervenuto. Dai riscontri
sulla Renault 4 rossa e da quelli sul cadavere, saltarono infatti fuori sabbia e tracce di
vegetazione riconducibili a una località marittima del litorale laziale, verosimilmente tra
Focene e Marina di Palidoro. Una operazione di depistaggio, secondo gli ex brigatisti. Utile
a che cosa ? Dalla Chiesa quindi restava un pericoloso testimone e per questo Pecorelli
ne profetizzò la morte. Varisco aveva ascoltato il racconto di una vicenda che, seppure
non vissuta direttamente, aveva purtroppo immaginato…”Io l’anno scorso (prosegue
Pecorelli nda) ho mandato a Moretti una cartolina da Ascoli Piceno. L’ho indirizzata
all’ingegner Vincenzo Borghi, via Gradoli 96. C’era scritto semplicemente: “Saluti, brrr.”.
Lui abita lì insieme alla sua compagna Barbara Balzarani dal 1975, scala A, interno 11,
cioè l’appartamento che è stata la base operativa per preparare e attuare il sequestro
Moro..”. E questo che vuol dire? Chiese Varisco.. Risposta: “Vuol dire che lo Stato
attraverso i Servizi Segreti ormai traffica con le Brigate Rosse; chiede favori in cambio di
concessioni; l’abitazione fa parte di una serie di lotti gestiti dai Servizi per mezzo di
prestanome o di società immobiliari e fiduciarie, ben venti solo al civico 96..”.
Per la Storia, a questo punto va ricordato che l’Ufficiale aveva cercato e trovato contatti
utili (anche dal ben noto – nda) Avv.Rocco Mancia.. e aveva ricevuto preziose
informazioni. L’indicazione fu in un appunto riservato di Varisco per il Magistrato Achille
Gallucci, che aveva scritto anche per l’Arma, ma l’appunto non si sa quale iter abbia
percorso. Non potevano, nel libro, come ovvio, mancare rapporti con il grande Generale
Dalla Chiesa… il quale restava un pericoloso testimone, e per questo Pecorelli ne
profetizzò la morte. E un giorno, dopo un lavoro sotterraneo tanto complicato quanto
rischioso, Varisco, che aveva cominciato a scrivere un diario a garanzia, secondo lui, della
sua incolumità, di cui parlò alle sorelle più volte tra la fine del 1978 e il 1979 e a chi scrive
(il libro in trattazione – nda) come persona vicina alla famiglia (da pag.288), diede al
Generale Dalla Chiesa la notizia riguardante il resto del Memoriale Moro (scritto durante la
prigionia – nda) che andava cercando: era certo che dei documenti erano stati fatti
pervenire clandestinamente nel carcere speciale di Cuneo e che il destinatario era Francis
Turatello, ivi recluso al momento dell’invio. La malavita comune e quella organizzata,
come s’è detto, avevano forme di collaborazione in certi momenti con le Forze di Polizia
Giudiziaria. In tale contesto stupì la sentenza di assoluzione dei componenti della banda
dei Marsigliesi responsabili della rapina a piazza dei Caprettari a Roma e nessuno ne
comprese la ragione.. La Polizia intanto era risalita ad alcuni autori della rapina, Ludavino
De Sanctis, soprannominato “Lallo lo Zoppo”, e a due dei suoi complici, Albert Bergamelli
e Jacques Berenguer, membri e fondatori, con Maffeo Bellicini, del “clan dei Marsigliesi”,
la banda che a Roma da qualche tempo compiva rapine e sequestri di persona e gestiva il
traffico di armi e droga. Il clan era in rapporti con gli esponenti dell’eversione di destra, i
Servizi deviati, nonché con la Loggia Massonica P2, sulla quale stava indagando il giudice
Occorsio. E si era certi che al successivo processo per i sequestri di persona i Marsigliesi
non sarebbero sfuggiti alla giusta condanna dei giudici.
Fu Varisco l’architetto dell’accordo? Se si pensa al suo preciso interesse a seguire il
processo ai Marsigliesi per i sequestri di persona l’anno dopo, come già dimissionario
dall’Arma, presente alle udienze e ansioso già di primo mattino, il giorno della sua morte,
di andare in Tribunale.. a vedere cosa sarebbe accaduto.. Fatto sta che, a pochi giorni
dalla citata stupefacente assoluzione per la rapina.., Dalla Chiesa e Pecorelli partivano per
il carcere di massima sicurezza di Cuneo. Lo scopo era la ricerca dei documenti
riguardanti il memoriale di Aldo Moro. Andarono là a colpo sicuro. In quel gennaio 1979 “il
salame” (nome in codice – nda) venne trovato dal Maresciallo Incandela degli Agenti di
Custodia, collaboratore del Generale, in un pozzetto in cui venivano presi in consegna i
generi di conforto portati ai detenuti. Domanda: Chi aveva spedito il “salame” a Turatello?
Uno dei Marsigliesi, perchè aveva operato con loro a Roma soprattutto nei sequestri, una
specie di pagamento che la mafia, partecipe della vicenda Moro, ha avuto dai Marsigliesi,
in un ambito più ampio della loro collaborazione. E Buscetta che stava nella stessa cella di
Turatello che ruolo può aver avuto se non quello di agevolare..? Si giunge all’uccisione di
Mino Pecorelli (da pag.321).. i due sportelli anteriori aperti. Il corpo del giornalista ripiegato
sulla destra. Pecorelli doveva essere stato colpito prima al volto e poi, quando era piegato
sul lato destro, alla schiena, con più colpi. Mentre il PM Sica si avvicinava ancora di più e
scrutava tutto attentamente, Varisco si ritraeva: lo spettacolo del corpo dell’amico privo di
vita era più terribile di quello che era stato costretto a vedere in tutti quegli anni.. che
aveva fatto appena in tempo a scrivere su OP l’articolo che sarebbe uscito con la data del
giorno della sua morte, 20 marzo 1979, l’ultima sfida ai responsabili del rapimento Moro
rimasti nell’ombra. Il titolo: “Aldo Moro un anno dopo. Perchè via Fani?” La lunga storia del
coraggioso Ufficiale si chiude, ovviamente, con la sua morte (da pag. 331).. Quel giovedì
12 luglio 1979 Varisco partecipò ad una riunione con l’intesa di rivedersi l’indomani a
Palazzo di Giustizia per il processo ai “Marsigliesi” sui sequestri.. E fu sul Lungotevere
Arnaldo da Brescia dove ci fu il suo mortale agguato.. Era stato il PM Sica, il primo ad
essere incaricato delle indagini che furono immediatamente avviate sul binario della
responsabilità brigatista per il suo attentato.. D’altro canto, vere o false che fossero (ma
non vi furono nè vera analisi nè discussione al riguardo), c’erano state rivendicazioni delle
Brigate Rosse, che però dopo le accertate falsificazioni in occasione di altri eventi tragici
non potevano essere considerate delle prove in assoluto… Era dal giorno 7 luglio che non
usava più l’auto di servizio, ma la sua macchina, la vecchia BMW. Aveva esitato se
prendere o meno una delle sue tre pistole. No, non si sarebbe armato. Da questo
momento in poi si è costretti a seguire il viaggio di Varisco sulla falsariga delle
dichiarazioni di chi si attribuirà la colpa dell’omicidio: il brigatista Antonio Savasta. Secondo
costui, il gruppo è costituito da quattro persone operative e da una staffetta. Sono lo
stesso Savasta; Franco Piccioni; Rita Algranati, e Odorisio Perrotta. La staffetta è Cecilia
Massara. “Ecco, affiancammo la macchina e io sparai con un fucile a pompa calibro 12 a
canne mozze un primo colpo che andò a vuoto..”il fucile della mafia..” I colpi sparati sono
tre “Il quarto uccise definitivamente il Colonnello Varisco”. Il 21 luglio 1979, dieci giorni
dopo l’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli avvenuto a Milano e otto giorni dopo
quello del colonnello Antonio Varisco commesso a Roma, Boris Giuliano, Capo della
Squadra Mobile di Palermo, venne ucciso mentre pagava il caffè al bar.. A sparargli alle
spalle a distanza ravvicinata fu Leoluca Bagarella, mafioso affiliato al clan dei corleonesi.
Boris Giuliano forse aveva in mano anche gli elementi di colpevolezza di Eugenio Cefis,
divenuto Presidente dell’ENI dopo l’incidente aereo di Mattei, elementi forse già raccolti dal
giornalista Mauro de Mauro, scomparso com’è noto senza lasciare tracce, ma solo
supposizioni… Le morti di Ambrosoli, ucciso dal killer William J. Aricò, assoldato dal
bancarottiere legato alla mafia Michele Sindona, e quella di Boris Giuliano sono firmate
inequivocabilmente da esecutori della criminalità organizzata. L’omicidio del Colonnello
Antonio Varisco, che si colloca in stretta successione cronologica sembrerebbe di matrice
mista: una sigla terroristica, quella delle Brigate Rosse e quella della criminalità
organizzata. Compartecipi dell’agguato a Varisco, anche, come dagli elementi indicati più
sopra, appartenenti alla camorra napoletana.. Quest’ultimo fattore, da noi messo in
evidenza, spalanca nuovi scenari… così conclude l’avvincente libro la brava autrice.
Dunque Varisco..era Colui che aveva acquisito le linee guida delle responsabilità dei
nemici dello Stato sempre da difendere.. Per questa ragione era il Combattente della
Legalità per eccellenza, spaventosamente esposto nei riguardi di killer, capibastone
e alti burattinai.. Fu Lui che per il ruolo delicatissimo che rivestiva, fu
soprannominato “Varisco?..vado..vedo..e riferisco..” ma ancor più nobilmente:
“Magistrato aggiunto..” ed “Eminenza grigia del Tribunale di Roma..”.. Questa la Sua
tormentata storia… che Gli rende Onore e Merito… in difesa dello Stato e a
salvaguardia del bene comune Giustizia! Purchè Giustizia ci sia…altrimenti è inutile
morire….!!

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