Tematiche etico-sociali

La ‘ndrangheta stragista con obiettivo l’Arma Benemerita… Con miei ricordi professionali …2^ Parte

Roma, 26 novembre 2019 – La recente la presentazione a Firenze per “Gotha – il legame indicibile tra ‘ndrangheta, massoneria e servizi deviati”, libro-inchiesta di Claudio Cordova, con prefazione del Procuratore Cafiero De Raho. “Gotha” affonda le proprie radici nella storia della ‘Ndrangheta, svelando e analizzando i legami con la massoneria, gli ambienti eversivi e il mondo delle Istituzioni.

Facendo seguito al  mio articolo  del corrente 19 novembre dal titolo Ndrangheta e Massoneria… Una storia da conoscere … Nell’amara ma nobile terra di Calabria… Con Miei ricordi professionali …”, questa volta,  esaminiamo il capitolo che illustra le vicende della ‘Ndrangheta stragista…” contro l’Arma dei Carabinieri.

LA ‘NDRANGHETA STRAGISTA

(da pag. 191)…Simile all’inchiesta “Sistemi Criminali” nella sua impostazione sull’esistenza di un progetto eversivo nazionale di Cosa nostra e ‘Ndrangheta, negli anni ‘90 e l’inchiesta della DDA di Reggio Calabria denominata “‘Ndrangheta stragista”.

Dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, gli attacchi contro i Carabinieri in Calabria culminati con il duplice omicidio dei Carabinieri Antonio Fava e Giuseppe Garofalo e i tentati omicidi dei Carabinieri Vincenzo Pasqua, Silvio Ricciardi, Bartolomeo Musicó, e Salvatore Serra, eseguiti da due giovanissimi killer della cosca di ‘Nrangheta dei Lo Giudice, Giuseppe Calabrò e Consolato Villani.

È il quadro ricostruito dalla DDA di Reggio Calabria, coordinata da Federico Cafiero di Raho, che ha portato alla sbarra Giuseppe Graviano, boss del mandamento palermitano di Brancaccio, e Rocco Filippone, di 77 anni, di Melicucco (RC), indicato dagli inquirenti come colui che, per conto della potente cosca dei Piromalli di Gioia Tauro, teneva i rapporti con la destra eversiva e la massoneria occulta. I due sono ritenuti mandanti degli agguati ai Carabinieri in Calabria, da inserire, secondo la DDA reggina, nella strategia stragista messa in atto da Cosa nostra tra il 1993 e il 1994, con gli attentati a Firenze, Roma e Milano.

A Rocco Filippone viene contestato anche il reato di associazione mafiosa, in quanto ritenuto capo del suo clan, indicato dai Piromalli di tenere i contatti e preparare i summit con i capi delle altre cosche calabresi “per rendere più efficaci le decisioni di particolare rilevanza criminale licenziate di volta in volta dalla “cupola” mafiosa calabrese”.

Graviano e Filippone sono dunque chiamati a rispondere su quella che gli inquirenti di Reggio Calabria definiscono come “l’univocità della strategia stragista e mafiosa“, un obiettivo di destabilizzare lo Stato e la democrazia.

“Obiettivo” scrivono i Giudici nelle loro ordinanze “che ‘Ndrangheta e Cosa nostra condividevano, contrariamente a quanto finora creduto rispetto a un rifiuto delle principali cosche della ‘Ndrangheta(Piromalli, De Stefano e Papalia ) alla richiesta di Totò Riina di entrare in guerra contro lo Stato”.

Il 18 gennaio 1994 vengono uccisi, come prima riferito, sull’autostrada Salerno Reggio Calabria, all’altezza di Scilla, i Carabinieri Antonino Fava e Giuseppe Garofalo.

Nella notte fra l’uno e il 2 dicembre 1993, l’azione criminale era stata indirizzata invece ai danni di Vincenzo Pasqua e Silvio Riccardo e, l’1 febbraio 1994, ai danni di Bartolomeo Musicó e Salvatore Serra, la morte dei quali veniva evitata solo per casuali e fortuite e coincidenze.

In questi ultimi due casi, gli attentati venivano realizzati a Saracinello, nella zona periferica meridionale della città di Reggio Calabria. Le tre azioni di fuoco presentano caratteristiche comuni: oltre a essere compiute nella cintura periferica cittadina, erano state perpetrate attraverso l’utilizzo, in tutti e tre gli episodi, della medesima arma automatica (un mitra M 12), ai danni di pattuglia automontata che, di notte, era impegnata in normali turni di monitoraggio del territorio, ad opera di soggetti mai destinatari di alcun controllo né da parte dei Carabinieri, divenuti vittime della furia criminale, né da parte di altri appartenenti alle Forze dell’Ordine.

Per tutte e tre le vicende sono stati individuati gli esecutori materiali: si tratta di Giuseppe Calabró, all’epoca appena maggiorenne, e di Consolato Villani, all’epoca minorenne, che furono condannati per l’omicidio, per i due tentati omicidi e per i reati connessi.

Pur arrivando alla condanna dei soli esecutori materiali, nulla era emerso, all’epoca, circa la causale dei tre episodi.

Secondo la tesi di Calabró, che aveva confessato la sua responsabilità per tutti e tre i delitti, chiamando anche in correità sia Villani sia altri soggetti (poi assolti dalle Corti chiamate a giudicare), ciascuna delle tre azioni era da collegare al fatto che si voleva prevenire e impedire distinti controlli da parte dei Carabinieri su tre diversi carichi di armi.

Ma Calabró sul punto mentiva.

I delitti contro i Carabinieri a Reggio Calabria avrebbero costituito tuttavia la prosecuzione della cosiddetta strategia stragista che aveva colpito l’Italia nel corso del 1993 con gli attentati di Roma (via Fauro, San Giovanni in Laterano e Velabro), di Firenze (via dei Georgofili) e di Milano (via Palestro).

Il primo quinquennio degli anni 90, infatti, è un periodo chiave per la storia d’Italia. Un periodo di grandi cambiamenti a livello nazionale (ma anche internazionale) di natura storica e politica, in cui tutte le organizzazioni criminali, dopo il tramonto della cosiddetta Prima Repubblica, intendevano continuare a mantenere l’influenza sulla classe politica proiettandosi su quella emergente nella nuova fase storica che si stava delineando.

Tempi, obiettivi e modalità dei fatti sembrano, in tal senso, univoci: i tre attacchi ai Carabinieri di Reggio Calabria coprono un arco temporale al cui interno si colloca quello che poteva essere il più grave fra tutti gli attacchi materialmente eseguiti in quella stagione da Cosa Nostra: l’attentato allo Stadio Olimpico di Roma, i cui preparativi iniziano nel novembre dicembre 1993 e la cui esecuzione si colloca nella terza decade del gennaio 1994. Solo una fortunata coincidenza (il mancato funzionamento del telecomando, ovvero dell’innesco dell’ordigno) impedì che 120 kg di esplosivo già collocati all’interno di una vettura opportunamente posizionata, cagionassero la morte delle decine di Carabinieri che prestavano servizio di ordine pubblico, in via dei Gladiatori, nei pressi dello Stadio Olimpico di Roma.

La sentenza del procedimento “Crimine”(da pag.205) ha sancito, in via definitiva, l’unitarietà della ‘Ndrangheta. Una conquista giurisprudenziale fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata calabrese. “Tutti siamo nella ‘Ndrangheta”, diceva il boss Giovanni Ficarra in una nota intercettazione.

Tante le inchieste che, nel corso degli anni, hanno tentato di arrivare a tale pronuncia. Nessuna c’è riuscita.

Solo “Crimine”. Eppure elementi significativi sono rintracciabili già dal noto summit di Montalto… A questo punto da parte mia è   necessario ricordare che il 26 ottobre 1969  venne siglato uno dei patti più importanti per la storia della ‘Ndrangheta. Nel territorio di Montalto nel cuore dell’Aspromonte era in atto un summit con circa 200 uomini d’onore, rappresentanti della famiglie storiche della vecchia ‘ndrangheta. Il summit venne interrotto dai Carabinieri… Da allora tutto cambiò, il giorno prima a Reggio Calabria era stata notata la presenza del Principe Julio Valerio Borghese…Nei giorni successivi scoppiarono a Reggio gravissimi disordini in cui la ‘Ndrangheta si schierò con il principe Borghese noto per il tentato  Golpe…Il 14 dicembre, a Milano, deflagrò la strage di Piazza Fontana. A luglio del 1970 prese il via la rivolta di Reggio…

Continua li libro in esame…Ulteriore passaggio è dato dalla riunione intermafiosa di Nicotera Marina, svolta all’interno del villaggio turistico Sayonara, controllato dalla famiglia Mancuso di Limbadi (CZ), legatissima a quella dei Piromalli, come provano diverse sentenze definitive quali Piano verde, Porto e Tirreno. Sulla riconducibilità del villaggio turistico ai clan vibonesi riferiscono diversi collaboratori di giustizia.

Notoria l’infiltrazione le cosche vibonesi nelle strutture ricettive di quell’area. I Mancuso appartengono al gotha della ‘Ndrangheta: ragionevole, quindi, che abbiano dato garanzie sul ruolo dell’importante riunione.

L’assise criminale in questione ha avuto un altissimo valore strategico essendo, il soggetto, proprio la questione stragista.

E non a caso, a Nicotera, per interloquire con Cosa Nostra su questa delicatissima questione, vennero chiamati a partecipare tutti capi della ‘Ndrangheta da Cosenza a Reggio Calabria, il che peraltro rappresenta una ulteriore prova storica della unitarietà della ‘Ndrangheta ovvero il suo atteggiarsi a forza mafiosa che verso l’esterno si presentava unita e compatta.

Per il numero e lo spessore di soggetti intervenuti, quella di Nicotera Marina è sicuramente la riunione più importante.

E tuttavia altri incontri “satellite” su questo tema messo sul tavolo dei corleonesi si svolsero in Calabria, come risulta da numerose dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. La ‘Ndrangheta prese, ufficialmente, una posizione netta: fece intendere ai siciliani di essere pronta a collaborare se specificamente richiesta e se necessario, senza però attivarsi autonomamente.

(da pag.210)…Agire, per quanto possibile, nell’ombra, non esporsi eccessivamente, ordire trame oscure e ignote ai più, navigare infiltrarsi nelle istituzioni e nei contesti massonici: questa, da sempre, la linea di condotta della ‘Ndrangheta.

Linea di condotta che, negli anni, ha ripagato, perché l’ha trasformata nella prima mafia nazionale.

Per gli assalti ai Carabinieri, infatti, vengono utilizzati due giovanissimi criminali, Villani e Calabrò, certamente fedeli, efficienti e spregiudicati, ma non immediatamente riconducibili alle famiglie di ‘Ndrangheta che erano alle spalle dell’azione.

L’ennesimo, geniale, depistaggio della ‘Ndrangheta….

Sin qui l’interessante libro…Ora, per i miei 25 lettori, attingendo a ricordi personali di Terra di Calabria, essendo stato Comandante Provinciale di Catanzaro con la Provincia madre non ancora tripartita con Vibo Valentia e Crotone, qualche cenno al grande Comandante Generale dell’Arma di quegli anni, Luigi Federici,  che sempre fece sentire la Sua vicinanza a tutti noi in servizio in quella difficile Regione, con frequenti telefonate sino anche ai minori livelli operativi, ma soprattutto con la Sua forte e rassicurante presenza! Come  il 18 gennaio 1994, quando lungo l’ autostrada Salerno – Reggio Calabria, nei pressi dello svincolo di Scilla, vennero uccisi, in un vile agguato, gli Appuntati Scelti Antonino Fava  e Vincenzo Garofalo;  e così anche il 03 febbraio 1994, quando  Reggio Calabria si svegliò con un nuovo attentato nella notte, ai danni di  due giovani Carabinieri, subito ricoverati  in ospedale; un  atto della strategia della ‘ Ndrangheta, volta a intimidire lo Stato. E lo Stato rispose con  l’invio di 1350 militari di leva (OPERAZIONE RIACE), e con l’invio di ulteriori contingenti di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Ma perché l’attacco proprio ai Carabinieri? “Perché sono un simbolo dello Stato… perché colpendo loro, colpiscono l’immaginario collettivo” affermò il Magistrato Pedone.
“Ma sia certo, affermò il Comandante Generale, Luigi Federici,  che giunse nell’immediatezza dell’ evento, facendo come di consueto visita ai due feriti e ai familiari: “Gli uomini in divisa non arretreranno di un solo passo”…Nella circostanza mi piace ricordare che nella Cerimonia di cessione delle Sue alte funzioni, in Roma, il 20 febbraio 1997, il Generale Federici volle donare la sua sciabola alla Famiglia  del Maresciallo Giuliano Guazzelli, ucciso in Sicilia dalla Mafia. Si trattò di un gesto  di altissima valenza emblematica e simbolica, che non credo  abbia avuto precedenti e seguito nelle nostre Forze Armate…

Quindi, il 1991, in Calabria, un anno terribile! Settecento morti nella seconda guerra di mafia, iniziata nel 1985 e terminata proprio in quel 1991, protrattasi per oltre cinque anni…

Ogni anno si effettuano operazioni importanti contro le mafie nostrane, con centinaia di arresti e sequestri di beni ingentissimi, e tuttavia constatiamo che la mala pianta è sempre verde e vitale con germinazione di nuove leve, nuovi capi, nuovi patrimoni importanti. Ad ogni significativa operazione di Polizia, ci rallegriamo, e con noi giornali e politici, sperando che l’Idra perniciosa stia per morire… ma, invece… scopriamo che la ‘Ndrangheta – che fattura 30 miliardi di euro l’anno nel mercato dei narcotici – è la Mafia più potente rispetto alle altre consorelle italiche…

Il problema, a questo punto, è di volontà politica decisa, coerente, trasparente!

Sappiamo bene che in Italia ben quattro Regioni meridionali sono assediate da mafie stanziali e che queste, al nord, come sopra visto, hanno importanti insediamenti ed enormi interessi; ma sappiamo pure che al nord proliferano le mafie straniere, oltremodo pericolose e agguerrite, che stanno sempre più prendendo piede…

Quindi, non è sufficiente l’arma della repressione, arma necessaria ma non bastevole; non ne usciremo se le situazioni economiche, la scuola, la società intera e la morale restano “aperte” alla riproduzione della mala pianta. Un Nuovo Umanesimo, quindi, è necessario… Un problema che investa tutti, ma soprattutto la politica, quella vera e nobile, quella scritta con la P maiuscola! Una Politica che significhi servire gli altri con senso dello Stato , spirito di servizio, lealtà verso le Istituzioni… Ho finito!

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