Tematiche etico-sociali

“L’ ultima marcia del Tenente Péguy”

“L’ ultima marcia del Tenente Péguy” di Roberto Gabellini, giornalista riminese e critico letterario molto apprezzato (per Edizioni Ares, agosto 2014, euro 14,00), è un bellissimo libro nel quale l’autore si mette alla prova in un cimento letterario importante, quello di raccontare, poeticamente, quel che fu il destino e gli ultimi giorni di Charles Péguy, morto nel 1914, proprio all’inizio della battaglia della Marna.

Quindi, un poema, anzi, una poesia narrativa che unisce il racconto al tono meditativo, introspettivo e addirittura mistico. Gabellini si sofferma in particolare sul senso della vita e del dolore, che solo con l’aiuto della Fede e della Grazia può riscattarsi.

L’inizio è ritmato e marziale: “Noi siamo la riserva della Francia, noi, / riserva di memoria / riserva della storia, / noi riserva di popolo e di Chiesa; / riserva d’obbedienza, d’onore, / riserva di anime da usare, noi / riserva d’altri tempi. /….. Scorta di sangue, scorta di gambe, / di braccia e di bende, di lacrime e d’orrore;/ scorta di fame,scorta scorte di sudore, di grida,/di monconi e di stampelle, di dolori;/ scorta di cuori, di corpi/ in fila per nome./…….E quando il nemico verrà avanti, quando i fanti/ cominceranno a cadere…/…noi prenderemo il loro posto,/ rifaremo il loro passo; noi saremo il fronte,/ le trincee, saremo la terra, tutta di Francia;/ noi, i campi per le fosse./…….”

Certamente, questo singolare poema ci impone di interrogarci sia sul dramma della violenza della guerra sia sull’assurdità del dolore e del male che da essa derivano.

Il Tenente Péguy, prima pacifista, di fronte alla minaccia tedesca riscoprì il senso nazionale della patria francese, il suo amore per la Patria, il ritrovato sentimento religioso e ciò lo ricondusse alla Fede cristiana, come religione poetica senza sacramenti, svincolata dai dogmi ma densa di umiltà vissuta, praticata e sofferta.

Charles Péguy morì agli inizi della grande battaglia della Marna; era il tardo pomeriggio del 5 settembre 1914. Era subentrato al comando della sua Compagnia, la 19ª del 276° Reggimento di Fanteria, dopo che il suo Capitano era stato colpito. Morì  a Villeroy per una pallottola in fronte mentre, in piedi, con coraggio ammirevole incitava gli uomini ad andare all’assalto. Lo ritrovarono in un campo di barbabietole.

Si concludeva così, a soli 41 anni, il viaggio terreno di una delle voci maggiormente profetiche del Novecento, che lasciava un’eredità culturale pura come il diamante e per questo forse inascoltata. La prima guerra mondiale, lo sappiamo, animata dai nazionalismi, fu la fine per l’Europa della Belle Époque, che andò verso il precipizio con inconsapevole frivolezza e impreparazione.

I Francesi, in particolare, erano animati anche da sentimento di rivalsa per la terribile disfatta di Sédan del 1870 e, “ciechi e assordati dalle fanfare di guerra, si avviarono al massacro..…partirono in guerra nel 1914 abbigliati più o meno come nel 1870, e poco diversamente dai tempi di Napoleone”, come scrisse lo storico inglese J. Keegan. L’insegnamento di Pèguy, come mirabilmente rappresentato da Gabellini, è quello che dove è passata la morte passerà anche la grazia… e proprio ispirata alla profonda pietas della massima di Péguy, leggiamo la  conclusione di Gabellini al suo poema: “Signor Tenente sei caduto,/ poco lontano dalla strada, vicino ai tuoi Soldati/ che sembrano dormire,/ che stringono il fucile; alcuni,/la testa sotto i sacchi…./…../Signor tenente, il tuo mondo è finito, / il suo tempo consumato, inutile / il suo onore, il suo sogno – il tuo -/ di un mondo senza guerre…../… Tu, / cristiano senza sacramenti, irregolare, / l’adesso e l’ora della tua preghiera speciale, / di quelle parole che hai conservate, le uniche / che non hai lasciato cadere, / che ti serviranno ancora, / finalmente – ora – coincidono esatte. Il seme muore. / Nunc et in hora mortis nostrae“.

 

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