Tematiche etico-sociali

Il triste canto del duduk e la colomba del pellegrino

papa francesco Karekin colomba armenia 2016Roma, 27 giugno – La visita di Francesco in Armenia è iniziata il 24 pomeriggio nella cattedrale armena apostolica della Santa Echmiadzin (Discesa dell’Unigenito), a circa 20 chilometri a ovest dalla capitale Yerevan, con la preghiera per un popolo che ha tanto sofferto e ancora soffre.

L’Armenia, storicamente dal 301 prima nazione cristiana nel mondo, con un’identità sempre legata al credo cristiano e con un proprio alfabeto nato (ad opera di un santo molto celebrato, Mesrop Mastoc) per la diffusione del Vangelo e di tutta la Bibbia, rappresenta per papa Bergoglio una preziosa e concreta testimonianza.

Così viene indicata in tutto il suo viaggio. E l’ospitalità offerta a Francesco nella sede apostolica armena di Karekin II, come la presenza del supremo patriarca e catholicos di tutti gli armeni in tutti gli appuntamenti del pontefice, sono dimostrazione del buon rapporto fra i due e che il cammino verso l’unità possa proseguire sempre più avanti:
La vera pace deve,essere una realtà prima cristiana, poi proposta ad altri.

La tradizione armena è riferimento concreto. La bandiera ha il rosso del sangue dei martiri, l’azzurro del cielo di Armenia, l’arancio dell’albicocca, frutto nazionale, e del grano maturo. Al centro dello stemma armeno si vede riportato l’Ararat con in cima l’arca.

Nella sede presidenziale, ricevuto con evidente cordialità dal presidente Serz Sargsyan, parole molto ferme, del pontefice sulle azioni di sterminio compiute contro la popolazione armena: “Quella tragedia, quel genocidio inaugurò purtroppo il triste elenco
delle immani catastrofi del secolo scorso, rese possibili da aberranti motivazioni razziali, ideologiche o religiose che ottenebrarono la mente dei carnefici fino al punto di prefiggersi l’intento di annientare interi popoli. È tanto triste che sia in questa – come
nelle altre – occasioni le grandi potenze guardavano da un’altra parte.
Rendo onore al popolo armeno.”

Diamo alcuni riferimenti storici. Nel 1878 con Il Trattato di Berlino le potenze europee sottoscrivono un accordo che definisce l’assetto europeo e i rispettivi domini e zone d’ingerenza degli Stati europei in Africa. Nell’articolo 61 vi ‘è il preciso riferimento agli obblighi  assunti dalla Sublime Porta (sinonimo della potenza ottomana) nei riguardi della popolazione armena, da proteggere anche relativamente agli attacchi circassi e curdi. Ma il sultano Abdul Hamid II (il quale aveva introdotto grandi miglioramenti amministrativi e tecnici nella vita dei propri sudditi) dopo la sconfitta nella guerra russo-ottomana del 1877-1878, temendo anche, con ragione, l’ingerenza russa sulla popolazione armena, nella incalzante disgregazione dell’impero ottomano, non mantenne fede a quell’articolo, Iniziò così una serie di tumulti armeni (con anche un tentativo di attentato al sultano) che portarono a violente e progressive, sanguinose, repressioni fra il 1890 e il 1895, Ancor più vaste e sistematiche (maggiormente con
l’aiuto dell’alleata Germania durante la Prima guerra mondiale) dopo che, preso il potere nel 1909 gli appartenenti ai Giovani Turchi (Comitato dell’Unione e Progresso), avvenne l’abdicazione del precedente sovrano in favore del fratello Mehmed V. Il desiderio di
accentrare il potere, per non disgregare il territorio ottomano, ribaltò gli intenti di progresso e modernità di quel movimento che si ispirava nei lontani inizi (Giovani Ottomani) addirittura alla Giovane Italia.

“È di grande importanza che tutti coloro che dichiarano la loro fede in Dio uniscano le loro forze per isolare chiunque si serva della religione per portare avanti progetti di guerra, di sopraffazione e di persecuzione violenta strumentalizzando e manipolando il Santo Nome di Dio”. Altre parole di Francesco sulle persecuzioni.

Nella giornata del 25: ancora ricordo e preghiera. Nel Tzitzernakaberd (Fortezza delle Rondini) Memorial Complex, a Yerevan, davanti alla fiamma perenne che ricorda coloro che patirono il Grande Male (della deportazione e del genocidio), il doloroso commento del duduk, un flauto tratto dal legno di albicocco. Il papa qui ha incontrato i discendenti di superstiti ospitati allora da  Benedetto XV a Castel Gandolfo.

Poi il trasferimento a Gyumri (ricostruita dopo il terribile terremoto del 1988) per l”unica celebrazione eucaristica pubblica di Francesco in Armenia, nella Piazza Vartanants.
Ai giovani l’invito a tenere vive le memorie degli anziani, come già spesso detto dal pontefice durante i  suoi viaggi e in particolare in Africa e in America.  Fare viva attenzione alle basi della propria vita: “Cosa dobbiamo oggi costruire, su cosa dobbiamo costruire?” Ricordando un grande riferimento armeno, San Gregorio di Nerek, enunciatore della Misericordia. Memoria antica e preziosa. “Il vostro alfabeto è nato per annunciare la parola di Dio. Fra tremende avversità… Gioia che resiste.di fronte al dolore, trasformandolo in pace…Liberare dai pesi dell’orgoglio, del
timore… Uomini e donne di buona volontà per una società più giusta”.
Tanti i temi fondamentali.
Una visita, dopo, alla cattedrale armeno apostolica Yot Verk (Sette Piaghe) e alla cattedrale armeno cattolica dei Sette Martiri.

Nel pomeriggio un incontro ecumenico, una preghiera per la pace in Piazza della Repubblica a Yerevan.  Stessi pensieri e speranze perFrancesco e Karekin II  La pace per tutto il mondo e per l’Armenia, in particolare, la fine dei mali della corruzione e del conflitto con l’Azerbaijan per l’enclave del Nagorno Karabakh. Meglio un accordo, pazienza perdere tutti qualcosa, ripetuto come sempre, come per i conflitti in Africa e in America latina, detto ancora una volta nella conferenza stampa al ritorno in Italia, in
aereo.

Domenica 26 la divina liturgia: nella cattedrale di Echmiadzin,  luogo sacro per eccellenza, fondato originariamente da Gregorio l’Illuminatore e nel cui complesso è la sede del patriarca Karekin II. Qui si cita “Il nostro scandalo,” la mancanza di unità fra tutti i cristiani, con  parole di San Gregorio di Nerek.  “Non sei tu che porti la radice, ma la radice porta te”. Bartolomeo e Taddeo evangelizzarono in Armenia, Pietro e Paolo a Roma. Ancorati alle radici bisogna guardare avanti, al futuro.

Ultima tappa, significativa, il monastero di Khor Virap (pozzo profondo) dove la tradizione vuole che San Gregorio l’Illuminatore sia stato tenuto prigioniero dodici, tredici  o quattordici anni per  ordine del re, soggetto a Roma, contrario all’espandersi della fede cristiana. Quel Gregorio che, poi, battezzato il medesimo re Tiridate III,  a lui grato per la guarigione dalla pazzia (chiesta all’Illuminatore dalla sorella del sovrano alla quale apparve in sogno un angelo) fece divenire nel 301 l’Armenia prima nazione cristiana.
Qui Francesco e Karekin II hanno firmato una dichiarazione comune. Già nel 2001 Giovanni Paolo II e Karekin II, ne avevano firmata una, nel viaggio del pontefice in occasione della celebrazione dei 1700 anni dalla nascita della nazione cristiana armena, Qui papa Francesco e Karekin II hanno liberato due colombe verso l’Ararat, ora in territorio turco.

Le torrette dell’Armata Rossa e della Nato, alla base di quel monte biblico (alto m. 5165) ci rammentano che l’attuale arcobaleno, dopo le calamità belliche, ancora si attende, A pochi chilometri, circa dieci, Aralik, la prima città turca oltre confine.

Liberare una colomba è un gesto simbolico locale proprio del pellegrino e per il papa è stato un atto conclusivo per legare, ad un significato di pace religiosa e politica il viaggio in Armenia.

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