I 126 anni della LAZIO.

Compleanno della Polisportiva più grande d'Europa.

Roma, 9 gennaio 2026.

 

Nel kolossal “Ben Hur” del 1959, con protagonista Charlton Heston, c’è una scena dove s’incontrano il principe giudeo Ben Hur (Heston) ed il governatore romano Ponzio Pilato.

La Giudea è sotto il controllo dell’impero romano e i due si vedono dopo la maestosa gara delle quadrighe vinta da Ben Hur, a Gerusalemme, contro il tribuno romano Messala.

La gara, estremamente cruenta, vede il duello senza esclusione di colpi tra il principe giudeo e Messala, che muore travolto e maciullato da una quadriga a fine corsa.

Ponzio Pilato ammonisce Ben Hur che la sua vittoria può accendere pericolosi entusiasmi tra i giudei e lo invita a calmare gli animi, proponendogli l’espatrio.

<Se tu rimani qui diventerai parte di questa tragedia>.

Ben Hur, che deve sopportare lo strazio di una madre e della sorella colpite dalla lebbra per gravi responsabilità del potere romano, replica: <Io sono già parte di questa tragedia>.

Tutto questo preambolo, lungi da me dal voler essere blasfemo, per significare che nel 126° compleanno della Polisportiva Lazio i tifosi della sezione Calcio, almeno quelli che sentono la Lazialità in modo viscerale, si sentono parte di questa tragedia.

La Lazio calcio ha vissuto nella sua storia momenti anche più brutti, più drammatici, sportivamente parlando ma non solo, di quelli odierni ma mai come in questa occasione il presente ed il futuro appartengono a qualcosa di astratto.

Continue situazioni paradossali, assoluta mancanza di programmazione, accompagnano la gestione societaria che mostra, a più riprese, la stanchezza e l’usura di quasi ventidue anni di conduzione.

Proprio in questi giorni, durante la compravendita dei giocatori, nel mercato di riparazione di gennaio la società naviga a vista prima dismettendo i calciatori più forti poi, con calma, investe su profili tutti da valutare e scoprire.

Il paradosso è che durante la scorsa estate la società ha più volte dichiarato che non aveva bisogno di vendere, anzi che avrebbe aggiunto e potenziato l’organico…

Nel frattempo il campionato va avanti con tutti i rischi del caso nel mezzo di un ambiente, allenatore, atleti e tifoseria, in piena crisi di identità e credibilità.

Comunque in questo giorno che “santifica” il nostro sodalizio, forte di un’ottantina di sezioni che consentono a più di diecimila atleti, durante i fine settimana, di indossare casacche con i nostri colori, vorrei ricordare due giocatori che, al pari di altri, hanno incarnato una “Lazialità viscerale”.

Lo spunto mi viene dal ricordo della scomparsa di Uber Gradella, portiere negli anni dal 1940 al 1949, venuto a mancare il 6 gennaio 2015, quindi undici anni fa, e dal suo omologo Ezio Sclavi, in forza negli anni eroici dal 1923 al 1934.

Due “non romani”, mantovano Gradella, della provincia di Pavia Sclavi, che si distinsero durante il percorso alla Lazio per uno straordinario attaccamento ai colori sociali, oltre che per la valenza tecnica.

Ezio Sclavi s’innamora perdutamente dei colori biancocelesti, coraggioso fino all’incoscienza nel difendere la porta di quell’Ideale chiamato Lazio e protagonista di un lacerante addio al calcio con il rifiuto di indossare un’altra maglia che non fosse quella laziale.

Nei primi anni Cinquanta sviluppa la passione per la pittura arrivando, come esponente di spicco della scuola romana, ad esporre in importanti gallerie di Milano e Roma.

Muore nel suo ultimo ritiro ligure nell’agosto del 1968.

Uber Gradella, titolare in più di 150 presenze con la Lazio, vive il complicato periodo a cavallo del secondo conflitto mondiale.

A lui è legato un ricordo relativo alla sua ultima gara con la Lazio, nel 1949, quando a Bergamo, contro l’Atalanta, si getta senza il minimo indugio in una mischia per catturare il pallone contrastato e sommerso da sette giocatori avversari.

La porta è salva ma Gradella si frantuma il ginocchio sinistro ed è costretto al fermo di un anno, tra vari interventi chirurgici e la convalescenza.

Al suo rientro Gradella trova la sua porta occupata da un altro portiere e piuttosto che giocare con un’altra squadra abbandona l’attività a soli 28 anni!

Gradella non abbandona Roma, apre e gestisce un’attività commerciale con il marchio storico “La Bottega dello Sport” e in qualche modo, attraverso le forniture sportive, rimane legato alla “suaLazio.

Ecco due esempi, tra i tanti, di fulgida rappresentazione di “Lazialità” che mi piace riproporre in un contesto odierno dove locuzioni come romanticismo, attaccamento alla maglia, senso di appartenenza, appaiono fuori dal tempo.

Non ho il minimo dubbio che la Lazialità è visceralmente presente nell’animo del Presidente generale della Polisportiva, Antonio Buccioni, in relazione a tutte le attività del Sodalizio.

Quello che bisogna augurarsi è che la società della sezione calcio, la più importante per il seguito che esprime nello sport più popolare, possa riprendere un contatto diretto, una sorta di ritrovato amore, con la sua gente.

E’ paradossale come nell’epoca in cui viviamo, social, multimedialità, comunicazione globalizzata, il rapporto tra la Lazio calcio ed il suo popolo sia chiuso, impenetrabile.

Della serie: “Si stava meglio quando si stava peggio…”.

AUGURI LAZIO!

 

 

FOTO:  Gradella, Sclavi e simbolo Lazio   archivio personale.   

 

 

 

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