Spettacolo

Accademia Nazionale di Santa Cecilia – Yuja Wang diretta da Lionel Bringuier

teatro yuja wangLa sofisticata eleganza dei concerti di Ravel

Roma – Lei è bella e lo sa, anzi sfoggia la sua bellezza traversando su tacchi vertiginosi ( almeno quindici centimetri) il palcoscenico del Parco della Musica, mostrando tutte le sue superdoti fisiche, dal corpo sottile e atletico con un lato B di prim’ordine alle gambe perfette e toniche esaltate da passettini veloci quanto basta, trattenendo mollemente la gonna lucente di paillettes aperta da uno spacco inguinale per facilitare il passo. Una bella ragazza cinese e non solo. Perché quando le mani poggiano sulla tastiera, Yuja Wang esplode di virtuosismo pirotecnico, si lancia sulla pagina di Ravel con inusitata passione e con rigore artistico, esaltandone i colori strumentali brillanti, quelli stessi che si possono ascoltare nei due concerti messi in programma dall’Accademia di Santa Cecilia per salutare il pubblico della lunga stagione invernale.

Solo nel 1927 Maurice Ravel cominciò a ideare e abbozzare un concerto per pianoforte e orchestra che avrebbe dovuto portare con sé in una tournée americana, ma il progetto trovò attuazione solo due anni dopo, quando il pianista Paul Wittgenstein, che aveva perduto nella Grande Guerra il braccio destro, chiese al raffinato compositore francese di scrivere per lui un concerto per la mano sinistra. Ravel accettò e in sincrono cominciò a scrivere anche il Concerto in Sol. Ambedue le opere furono battezzate solo nel 1932, rispettivamente a Vienna e a Parigi.

Il “Concerto in re maggiore per la mano sinistra” è un pezzo funambolico che si svolge in un unico movimento distinto in due parti, della quali la prima si configura come un’introduzione lenta e drammatica che prepara l’esplosione possente del pianoforte, solo per poco in dialogo con l’orchestra per poi proseguire con una cadenza ricca di scale, di arpeggi e di tutte le possibilità tecniche che si possono estrapolare dai tasti bianchi e neri fino al momento in cui l’orchestra riappare in fortissimo per poi piano piano riequilibrarsi, mentre lo strumento solista cerca il dialogo ad uno ad uno con gli strumenti a fiato. Infine,ecco il suono caricarsi delle suggestioni del jazz rielaborate in patria da Ravel dopo il soggiorno USA, durante il quale aveva avuto modo di frequentare la musica nera dei club di Harlem con George Gershwin. Grandissimo il successo della Wang e dell’Orchestra diretta da Bringuier che ha saputo accompagnare l’artista fino a quel finale , definito dallo stesso Ravel “una brutale conclusione” per quel crescendo ricco di tensioni quasi insostenibili, di alta drammaticità.

Ancora un défilé dell’artista cinese per il palcoscenico, un baluginare d’oro in un abito lungo dalla scollatura memorabile. Ancora raggiunge il suo posto fra l’ammirazione del presenti e ancora Ravel, questa volta con il “Concerto in sol maggiore per pianoforte e orchestra” che prende l’avvio con un suono che somiglia ad un colpo di frusta per poi svilupparsi in un ritmo danzante che si distende sull’intera orchestra, mentre il pianoforte si carica di echi di folklore spagnolo, che faranno capolino per tutta la composizione assieme a suggestioni jazzistiche. L’arte di Ravel destina una melodia dolcissima, piena d’incanti al solista nell’ Adagio centrale, una melodia che si apparenta ad altri brani celebri come “Ma mère l’Oye” o il sogno de “L’enfant et les sortilèges”. Il concerto in sol, che Ravel aveva voluto scrivere nello spirito antiromantico e brillante di Mozart e di Saint-Saëns, si conclude con un brillante sfarfallio di note, suscitando un’ovazione nel pubblico, gratificato poi da due bis.

A fare da ali ai concerti di Ravel due brani, notissimi, “Le danze di Galanta” di Zoltán Kidëly, nate per celebrare gli ottant’anni di vita della Filarmonica di Budapest, ricche di melodie trascinati come si conviene dove il compositore, appassionato etnomusicologo, seppe mescolare la tradizione magiara con influenze viennesi, balcaniche, turche e tzigane. E, a conclusione del programma, “L’oiseau de feu”, la suite di balletti che Igor Stravinskij scrisse su commissione del geniale impresario Sergej Diaghilev che aveva portato alla gloria e al successo i Ballets russes. 

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