Accademia Nazionale di Santa Cecilia – Xian Zhang dirige Haydn, Verdi e Šostakovič.

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teatro Xian ZhangUna vibrante bacchetta cinese
Roma, 08.04.2018 – Un Verdi sacro incastonato fra la Sinfonia 102 in si bemolle maggiore di Haydn e la Sinfonia n. 5 in re minore di Šostakovič, per il programma settimanale dell’Accademia di Santa Cecilia, affidato alla bacchetta di Xian Zhang, musicista cinese, prima donna ad aver ricoperto in Italia l’incarico di direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano “Giuseppe Verdi”, dal 2009 al 2016.
Viene a sostituire il maestro Juri Temirkanov che ha dovuto disdire l’impegno con Roma per motivi di salute.
Quel che colpisce prima di tutto è l’energia di questa artista sorridente e l’empatia che sa costruire con l’orchestra e il pubblico. Lo si vede immediatamente nel pezzo di apertura con Haydn, il primo grande maestro del classicismo viennese, colui che aveva codificato la sinfonia, che in quest’opera, la n.102, anticipa i modi beethoveniani e romantici. Scritta a Londra dove era ritornato dopo un primo soggiorno e dove si sarebbe fermato dal febbraio del 1794 fino all’agosto del ’95, la sinfonia come le coeve altre cinque (che portano il n. d’opus dal n.99 al 104) fu accolta da clamoroso successo per l’architettura più ampia, la varietà di spunti tematici, le invenzioni musicali profuse e per quel vento di novità che veniva ad attenuare gli echi dello stile ‘galante’.
Si apre con un ‘Largo’ al quale segue immediatamente l’’Allegro vivace’ a partire da un flauto e subito ripreso dall’orchestra. La Zhang, attenta alla dinamica, ne ha dato un’interpretazione vibrante di energia suscitando l’orchestra vigorosamente. La serenità e la limpidezza mozartiane dell’Adagio’ oscillano con momenti di inquietudine che si spingono fino al Minuetto, mentre il Finale, ‘Presto’ si snoda in un clima allegro e popolareggiante.
Il profondo sentimento del sacro, e tutta la ridda di emozioni che vanno dall’angoscia alla speranza che invadono ogni essere umano di fronte al mistero della morte, sono espressi nel Te Deum che Giuseppe Verdi compone nel 1895, già molto avanti negli anni – era nato nel 1813 -, un modo per salutare il suo Pubblico (egli ne scriveva con la lettera maiuscola).
È una grande costruzione polifonica per doppio coro e orchestra con un soprano solista (Donika Mataj del Coro dell’Accademia), che ha per testo un inno latino di autore incerto distinto in tre parti, l’invocazione dei primi sei versetti, l’esaltazione della divinità e della sua potenza nel tredici successivi e gli ultimi dieci con la supplica.
Bisogna annotare, qui, l’ottima l’esibizione del Coro istruito da Ciro Visco.
“Il nucleo ispiratore della mia Sinfonia è il divenire, la realizzazione della personalità umana. Al centro della composizione, concepita liricamente da capo a fondo, ho posto un uomo con tutte le sue esperienze e le sue tragedie; il Finale risolve gli impulsi del primo tempo, e la loro tragica tensione, in ottimismo e in gioia di vivere”, così scriveva Dimitrij Šostakovič della sua Quinta Sinfonia in re minore, composta tra aprile e luglio del 1937 a Leningrado e lì eseguita per la prima volta da Evgenij Mravinskij, proprio nell’anniversario del Ventennale della Rivoluzione, in pieno regime stalinista. Il musicista riemergeva da un periodo di amarezza e di preoccupazione; la sua opera lirica “Lady Macbeth del distretto di Mcensk” era stata accusata di ‘formalismo’ e ritirata dalle scene ed egli aveva dovuto accantonare la Quarta Sinfonia per la stessa accusa mossa da un musicista sindacalista durante le prove. Il musicista, ligio ai dettami del regime, tanto da rappresentarne all’epoca una sorta di portavoce, non riesce a nascondere l’ansia e la paura che stava vivendo che emergono soprattutto nel primo movimento ‘Moderato’ dove vivono emozioni drammatiche piene di dolore. Il clima man
mano si modifica fino al finale “Allegro. Non troppo” che, quasi forzatamente, esprime momenti di gioia con effetti esasperati e roboanti.

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