Spettacolo

Teatro Quirino – “L’anima buona di Sezuan” di Bertold Brecht con Monica Guerritori

Dei e parassiti per la generosa Shen-Te

Roma, 01 novembre 2019 – Un cielo di madreperla illuminato da un sole sfumato e una baracchetta sbilenca a rappresentare una tabaccheria accolgono, ad apertura di sipario, il pubblico del Teatro Quirino, venuto per assistere alla rappresentazione della ‘parabola scenica’ ”L’anima buona di Sezuan” di Bertold Brecht. Il cielo irreale è uno stargate che squarcia i cordoni del tempo, e riporta indietro, in quel lontano 1981, dove impera l’arte di Giorgio Strehler, il grande, che fu maestro di Monica Guerritore.
Oggi l’attrice, che cura anche la regia, ripropone molte delle scelte del geniale regista, come quella piattaforma girevole che viene a scandire il tempo che passa e le caratterizzazioni espressionistiche dei personaggi. Brecht aveva messo la parola fine alla sua favola-spettacolo alla fine del ’39, quando già la Germania era invasa dalla ideologia nazista, un momento storico che sollecitava il suo teatro dove l’impegno politico e civile era appena stemperato dalla forte componente lirica e poetica. Nell’opera viene prepotentemente alla ribalta il rapporto fra Bene e Male, fra il singolo individuo e la società e tutti i conflitti etico-sociali che sono universali e che si riscontrano ancor oggi e che ne “L’Anima buona” sono rappresentati da una pletora di questuanti, di parassiti, di poveri famelici e invasati costretti dalla condizione di estrema miseria e di fame a divorarsi l’un l’altro e sbranare persino chi li aiuta, come anche a mostrarsi vigliacchi e pronti a fuggire quando si profila un ‘padrone’autoritario: una visione lucida, crudele e con risvolti tragicomici della condizione umana. Filiata dall’estetica espressionista e da quel Frank Wedekind con i suoi personaggi vendicativi e maledetti. Nell’opera compaiono molti dei topoi cari a Brecht come il tema del travestimento, del doppio, ma anche quell’aspetto di straniamento che è la sconfessione della tecnica tradizionale che presuppone l’immedesimazione del pubblico con il personaggio che viene rappresentato, laddove l’attore strehleriano deve semmai suggerire, proporre il personaggio per suscitare il senso critico degli spettatori.
Dal loro trono di nuvole del cielo irreale di Sezuan tre dei sono scesi per cercare un’anima buona fra gli uomini. Ma nessuno accetta di ospitarli. Solo la prostituta Shen-te offre loro riparo per la notte. La mattina dopo, prima di lasciare la terra, i tre donano alla donna mille dollari d’argento. Il prezzo del riscatto dalla sua vita peccaminosa. Shen-Te decide di impiegare la cifra nell’acquisto di una tabaccheria. È l’inizio dello scatenarsi di un’orda di bisognosi veri o finti, che mostrano palesemente ipocrisia e malevolenza, chiedendo in massa aiuto, fino ad assottigliare le risorse della ragazza quasi al tracollo. Tanto che, per salvarsi dal proprio eccesso di generosità e di bontà e dalla incapacità di fare barriera allo scatenarsi dei questuanti, Shen-Te si sdoppia nell’immaginario cugino cinico e avido Shui-Ta. Molti dei personaggi che la circondano mostrano di avere una doppia faccia. Anche l’aviatore Sun, che vuole sposarla non per amore ma per predarle il denaro per potere tornare a volare.
Monica Guerritore è semplicemente straordinaria nel delineare i due personaggi antitetici, la struggente poesia della dolce Shen-Te e il grottesco allure di un uomo che sembra un gangster americano da operetta, il cinico Shui-Ta, ad ognuno offre la propria energia, il dinamismo interiorizzato, la fedeltà al testo, e la forza del proprio ricordo in carne viva dell’insegnamento del maestro Strehler. All’altezza del confronto gli altri interpreti, che si sdoppiano e si triplicano a seconda delle esigenze Matteo Cirillo, qui l’avido Sun, l’aviatore ma anche il falegname che viene a reclamare un credito esoso, Vincenzo Gambino, il tenero venditore d’acqua che accoglie i tre dei e il fratello zoppo, e tutti gli altri: Alessandro Di Somma, Niccolò Giacalone, Francesco Godina, Diego Migeni e Lucilla Mininno. Tutti insieme creano il miracolo di uno spettacolo che buca il velo del tempo e riporta in vita il mondo brulicante e ambiguo di una massa inquietante di parassiti e di poveri autentici animati dal bisogno di soddisfare necessità vitali che Brecht voleva raccontare, che Strehler aveva rappresentato degnamente e che Monica Guerritore regista riprende con entusiasmo, passione e grande professionismo.
Lo spettacolo è illuminato magnificamente dalle luci poetiche e sfumate di Pietro Sperduti, mentre le scene sono di Luciano Damiani. Paolo Danieli ha curato egregiamente la scelta delle musiche.

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