Spettacolo

Teatro dell’Opera – Il capolavoro di Bizet diretta da Villaume.Carmen e il suo destino d’amore e morte

Carmen,  ovvero l’Amore, anzi l’assoluto in amore, attraverso il canale sempre aperto della libertà, nella piena consapevolezza del destino, arma ineludibile.

L’amore come un altare del sacrificio che, una volta consumato, cerca bramosamente altrove la sua riproposizione. Dunque, non l’incostanza né la fatalità, ma la ricerca insaziabile dell’amore come totalità.

Questa è Carmen, la Carmencita, la zingara, la sigaraia, la contrabbandiera, l’amante. Bizet aveva dato l’incarico del libretto a due autentici maghi di testi per il teatro: Henry Meilhac e Loudovic Halévy, scrittori prediletti da Jacques Offenbach, che in quell’ultimo scorcio di secolo stava spadroneggiando a L’Opéra Comique di Parigi.

I due arricchirono l’omonimo racconto di Prosper Merimée che aveva dato vita letteraria a Carmen 30 anni prima, con personaggi a contrasto o di contorno: Escamillo e Micaela, per primi, deboli e psicologicamente un po’ caricaturali. Escamillo, il toreador, tronfio e impettito  prende su di sé l’imperio oleografico del racconto, fissandolo in terra andalusa; Micaela, leziosa e manichea nella sua scontata bontà.

Questa Spagna  sul palcoscenico del Teatro dell’Opera di Roma deve contentarsi di un sipario rosso velato a simboleggiare la foga tutta passionale, il sangue versato, la morte che si sta per vivere.

Perché tutt’altro si vedrà quando terminerà il Preludio, nel quale tutti i temi sono esposti, che Emmanuel Villaume dirige con foga squillante, quando non addirittura esplosiva, un effetto che ricorda la poetica dello sturm und drang, passione pura e febbrile.

Lui partecipa del dramma con viscerale empatia, trascinando con la forza della vibrante bacchetta il pubblico fino al momento in cui l’orchestra trova la sua più propria formula di accompagnamento e sostegno e le voci/personaggi vengono a ridare quella vita   fittizia che solo l’eternità del palcoscenico può assicurare.

Un palcoscenico che si tinge di colori bigi, di laterizi e forse palizzate in legno grezzo color cemento che si aprono di lato come porte scorrevoli che si definiscono da sole. Le scene sono firmate da Daniel Bianco e, se pure la tendenza più cool negli allestimenti di oggi è quella di spogliare il palcoscenico per troppi decenni invaso dalla cartapesta, per dare anche allo spettatore la possibilità di cucirsi addosso con la propria competenza e fantasia i topoi dove si svolgono gli eventi, non si può non rispettare i gusti, anzi le necessità di chi vede abusi e profanazioni quando tutto appare all’insegna della noia e della monotonia. Personalmente, pur non amando gli eccessi, preferisco dei sostegni alla mia fantasia, ricordando una vecchia lezione: l’opera è un insieme coordinato di canto, musica, costumi, scene, luci e, a volte, anche di studiate coreografie. Né si può contare su una regia, autore Emilio Sagi, che sappia innovare, anzi non si è visto da tempo tanto rispetto della tradizione.

Ma non ci sono sbavature nella recitazione, c’è anzi una ricerca del gesto spontaneo e naturale ad accompagnare ogni emozione, ogni sentimento. Anche se poi, quasi a smentire, ecco Lilas Pastia, il taverniere amico di Carmen e degli zingari, presentarsi, lui, corpo traccagnotto e grosso ventre d’accompagno, vestito con un abito zingaresco rosso tutto volant e una parrucca di capelli neri lunga sulle spalle.

Malgrado queste piccole felure lo spettacolo è bello, per il target attuale. Il merito va al bouquet di voci, la giovane Clémentine Margaine, innanzitutto, misurata e passionale, dopo avere sfrondato il personaggio dalle incrostazioni della tradizione, delle volgarità, interiorizza il personaggio e lo rende con una voce duttile, elegante forse di volume contenuto ma di perfetta intonazione. Dmytro Popov disegna con crescente identificazione il personaggio di don José, bravo soldatino, insicuro e un pò mammone, che non sa resistere all’uragano di passione che la femmina seduttrice gli sciorina davanti e che lo trasforma in un essere doppio, dopo che è stato toccato dal fiore magico di Carmen. Eleonora Buratto da’ corpo ad una Micaela perfetta, candida, ingenua, contadinotta poco più che bambina, ma che sa difendere se stessa e il proprio futuro sposo.

Lo fa con mezzi vocali di notevole efficacia, con una voce che attinge vette di purezza e   limpidezza . Macho quanto occorre, compiaciuto di sé e dell’effetto che la popolarità ha sulle ragazze, Escamillo è Kyle Ketelsen.

Qualche movimento coreografico spagnoleggiante completa lo spettacolo, peraltro assai applaudito, nato in collaborazione con il Teatro Municipal di Santiago del Cile.

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