Scienza

L’”homo naledi” chiave della verità?

homo nalediRoma, 18 settembre – Non è un giorno che la scienza si dibatte nella ricerca dell’origine dell’umanità. Gli studi sono progrediti in modo incredibile e, con l’aiuto della scienza, hanno raggiunto livelli inimmaginabili.

Per mezzo del carbonio 14 oggi si riescono a penetrare i “segreti” nascosti nella notte dei tempi. Grazie ai moderni strumenti di ricerca, i reperti archeologici rispondono sempre più a domande cui prima non esisteva risposta, ma una sola cosa ancora resta nel buio, l’origine dell’uomo.

Il penetrare nel buio dei tempi per centomila, duecentomila, milioni di anni, ci ha dato finora la visione di come poteva essere allora l’ambiente in cui l’uomo nasceva… e che forma avesse questo “animale” che, al contrario della bestia, si evolveva e, nella sua lotta per la sopravvivenza, cominciava a dominare il territorio e le sue creature.

Il percorso della lunga e buia storia della sua evoluzione è stato tracciato da molti studiosi ma quello che ha fornito dati più certi di questa strada è certamente Darwin. Il progenitore dell’uomo era, sulla base di molti parametri, la scimmia. Questa, condizionata dall’ambiente e dalle situazioni, da uno stato di quadrupede, nel corso dei millenni, si era eretta ed era diventata bipede. Darwin ha enunciato questa teoria. La storia biologica dell’umanità è stata basata su questa teoria che, nel tempo, ha assunto aspetto di legge biologica. Tutti vi si sono assoggettati nell’eterno interrogativo di sapere quali erano le proprie origini.

Ho settanta anni e, di vedute mai superficiali, mi sono sempre posto la stessa domanda e la teoria darwiniana, ad un certo punto, non mi ha soddisfatto più. Se fossi stato discendente della scimmia, avrei dovuto portare nel mio DNA determinate caratteristiche della scimmia, che si sarebbero dovute rendere evidenti. Bene; oggi, nonostante la scala dell’evoluzione darwiniana tracci la strada della “trasformazione” dalla scimmia all’uomo, possiamo vedere che le “uguaglianze fisiche” lasciano il tempo che trovano. A questo punto, il mio ragionamento, è stato suffragato da una considerazione. Per mezzo dei miei genitori, ero discendente dai miei nonni e, prima ancora, dai genitori di questi. A ricerche fatte, rilevavo, intatte, alcune peculiari caratteristiche fisiche di costoro ma, cosa più importante e determinante, di quelli, riportavo anche caratteristiche psicologiche, di sensibilità e di comportamento che fornivano la dimostrazione della discendenza da loro…dunque, invece che profonde, incomprensibili e dispersive dimostrazioni biochimiche, il “conto della serva”, linguaggio universale e più comprensibile per tutti, il DNA.

Il DNA non si trasforma con l’ambiente; può subire danni e può diventare non più leggibile, ma non si trasforma nei contenuti da trasmettere.

Il ritrovamento dell’ominide nel Sud-Africa ci dice che qualcosa, nelle teorie di Darwin, è stata trascurata o non è stata considerata perché ci fa trovare di fronte ad una realtà… diversa. 

Innanzi tutto l’”anello di congiunzione” con la scimmia, non c’è e, secondo, i due sono distinti da profonde differenze del corpo. Poi un secondo parametro di studio, sta nella psicologia, nel comportamento, nella sensibilità. In pratica, se fossimo discendenti dalla scimmia, anche a distanza di milioni di anni, dovremmo “sentire” come loro sentono, e conservare nel nostro DNA, un certo “sentirci scimmia”, altrimenti … altrimenti, ”il conto non torna” più. Su questa “sentenza” aggiungiamo che l’uomo è dotato di due caratteristiche,“autonomia” e, soprattutto, “creatività”, che definiscono, al di la di ogni dubbio, la sua natura fisica e psicologica e che ci dimostrano la netta lontananza dalle teorie evolutive darwiniane.

Oggi, il ritrovamento dell’ominide nel Sud-Africa, ha messo in discussione molte “conclusioni” di Darwin ma questo non ha risolto il problema, anzi lo ha complicato anche di più e, a me, ha dato la conferma che… non “vedevo” sbagliato!

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