Politica

VITE DI FALSARI

Due libri con la vita e le opere di due grandi falsari. Il primo, autentico missionario di bene e altruismo; l’altro, coinvolto nelle nebbiose inquietanti vicende della notte della Repubblica.
 

Un bel libro di Sarah Kaminsky sul Padre : “Adolfo Kaminsky. Una vita da falsario”, Edizioni Colla, 2011, che tratta di un grande falsario, benemerito della solidarietà umana e ispirato ai più nobili principi di civiltà e bene comune.
Nato a Buenos Aires nel 1926 da genitori ebrei russi, Kaminsky inizia a lavorare come tintore. Nel 1944, quando i nazisti occupano la Francia, Adolfo ha diciotto anni, ma ne dichiara uno in meno per sottrarsi al lavoro obbligatorio. Insieme ai fratelli e al padre viene rinchiuso a Drancy, ma riescono ad evitare la deportazione sui treni per Auschwitz, grazie alla nazionalità argentina. 
Dopo Drancy, la famiglia si smembra e Adolfo entra in clandestinità unendosi alla Resistenza.
Una volta divenuta nota la sua abilità come chimico, il passo a diventare falsario è breve. Infatti, durante la guerra ha applicato le sue conoscenze per la chimica, fabbricando, copiando e alterando documenti di identità, attività per la quale non vuole essere pagato unendo a ciò la sua passione per la libertà dei Popoli. Quando gli viene detto che può chiedere qualsiasi somma per quei documenti, non solo non accetta, ma poco dopo ha termine la sua attività, dopo ben trent’anni.
Adolfo Kaminsky ha dei principi morali ferrei per cui non si presta a fare qualcosa che possa agevolare gente di malaffare, andando così contro la sua adamantina coscienza.
Tantissime vite ha salvato Adolfo, ma quanti bambini sarebbero potuti finire nelle camere a gas per una sola sua svista? 
Quello che c’è stato di grandioso nella carriera di falsario di Adolfo Kaminsky è la coerenza che la regola, per cui, alla fine della guerra, mette la sua abilità al servizio di tutte le cause ‘giuste’, in difesa degli oppressi, di quanti cioè lottano per la libertà o anche per la semplice sopravvivenza. E’ conseguenziale, dunque, che sostenga l’immigrazione clandestina in Palestina degli ebrei in fuga dall’Europa che li aveva sterminati e, più tardi, veda nel movimento del Fronte di Liberazione Nazionale Algerino il corrispettivo della resistenza francese al Nazismo.
 
Le vicende di un altro falsario dagli intenti meno nobili del primo, le apprendiamo dall’interessante libro di Nicola Biondo e Massimo Veneziani: ”Il falsario di Stato”, Cooper Editore, 2008, con bella prefazione di Giancarlo De Cataldo.
Tony Chichiarelli è il falsario di Stato, appunto, esperto in quadri falsificati, tanto da riprodurre alla perfezione tele di De Chirico, Guttuso, Fantuzzi, Omiccioli ed altri grandi Maestri del ‘900, ma è anche un bandito ai più sconosciuto, presto balzato sulle ribalte delle vicende più oscure della Repubblica; raccontare la sua vita è come rileggere le pagine più significative della “Notte della Repubblica”.
Sono tanti gli interrogativi su questo personaggio strano e inquietante, purtroppo non il solo nelle vicende lontane e vicine della nostra storia. Perché è lui, ci si domanda, a scrivere il comunicato numero sette delle BR durante il sequestro Moro, quello per ricordare ai più che annuncia la possibilità di rintracciare il corpo dello Statista nel lago della Duchessa nel reatino? Perché per anni il Chichiarelli ha utilizzato la sigla Brigate Rosse con messaggi depistanti e minacciosi spacciandosi lui stesso quale brigatista mentre abitualmente frequentava elementi della Banda della Magliana, del neofascismo e informatori delle Forze dell’ordine? Perché progetta e realizza la rapina del secolo da 50 miliardi di lire con sospetta facilità? Perché gli Organi di Informazione e Sicurezza dello Stato, che conoscono i suoi movimenti, non lo bloccano? Quale ruolo ha avuto nell’omicidio del giornalista Pecorelli? Perché Tony lascia sempre tracce che portano alla sua identità? Perché, infine, viene ucciso in modo così spettacolare e “cattivo” a sei mesi dalla citata rapina del secolo nel caveau della Brink’s Bank di Roma?
Per motivi di spazio ci soffermiamo solo sull’evento più importante, qual è il “Caso Moro”. Il 18 aprile 1978, per le BR, è un giorno difficile perché spiazza tutta la strategia sino ad allora seguita con successo, che ora è a un passaggio delicato. Nessun arresto, nessun problema di sicurezza sino a quel momento. La scoperta del covo di via Gradoli, zeppo di documenti, armi e materiali usati nell’agguato di via Fani (scoperto accidentalmente per l’acqua caduta nell’appartamento sottostante a quello dei brigatisti a causa di una doccia aperta e ad arte posta, probabilmente da “manine o manone”, ad irrorare una sconnessione di mattonelle per favorirne la caduta), e il falso comunicato numero 7, entrambi pubblicizzati proprio quel giorno, cambiano in un certo senso i piani dei terroristi. Per la cronaca, agli inquirenti accorsi in gran numero con il supporto di Esercito e Vigili del Fuoco, appare subito chiaro che nessun cadavere può trovarsi sul fondo del lago. La superficie da tempo è infatti ricoperta da una lastra di ghiaccio. Per 48 ore proseguono le ricerche. Le BR (quelle vere), per tutta risposta, si chiedono con il comunicato 7 bis chi ha scritto quel documento, chiedendo per la prima volta un riscatto costituito dalla richiesta di “ prigionieri comunisti”. Secondo Patrizio Peci, il protopentito dell’organizzazione criminale, le BR non c’entrano; alla stessa stregua si esprime Valerio Morucci, dell’ala scissionista del gruppo. Anche Aldo Moro, nel suo memoriale scritto nel cosiddetto carcere del popolo, denuncia, facendo riferimento alla messinscena:””….la stessa grande edizione sulla mia esecuzione può rientrare in una logica della quale forse non è necessario dare ulteriori spiegazioni…….””. Comunque, il primo effetto visibile del comunicato fasullo è quello di spingere le BR ad una trattativa. Moro, in quel frangente, scrive due lettere non recapitate al Segretario DC Zaccagnini (successivamente rinvenute in originale dai Carabinieri del Generale Dalla Chiesa nel covo di via Montenevoso a Milano), in cui comunica fermamente  la sua intenzione di dimettersi dalla DC. Infine, sull’operazione di depistaggio in parola, della quale sembra sia stato l’ispiratore, così trionfalmente (da far rabbrividire!) ha scritto nel suo libro: “Noi abbiamo ucciso Aldo Moro”, Steve Pieczenik, l’esperto USA chiamato dal Ministro dell’Interno Cossiga quale “superconsulentesuperstar: “Non si aspettavano (le BR) di trovarsi di fronte ad un altro terrorista che li utilizzava e li manipolava psicologicamente con lo scopo di prenderli in trappola (pensa te!). Avrebbero potuto venirne fuori facilmente, ma erano stati ingannati. Ormai, non potevano fare altro che uccidere Moro (SIC!)””. Le vicende che vedono come protagonista il falsario Chichiarelli sono state vagliate in modo approfondito, per la prima volta, nel corso del processo Pecorelli, nella seconda metà degli anni ’80. Il giudizio della Corte d’Assise è inequivocabile e fermo: “”……si è davanti, a parere della Corte, ad un inspiegabile e grave, se non deliberato, vuoto investigativo che, se colmato, a tempo debito avrebbe permesso di arrivare con facilità ad Antonio Chichiarelli prima della sua uccisione e di chiedere conto del suo operato in relazione al sequestro e all’uccisione di Aldo Moro e in relazione all’omicidio di Carmine Pecorelli. Così non è stato……(Tra l’altro) gli organi inquirenti erano alla ricerca spasmodica della testina rotante per macchine da scrivere IBM con la quale erano stati redatti i comunicati delle BR….Inspiegabilmente, non solo tali fatti non vengono collegati, ma addirittura alcuna indagine viene fatta sulla testina rotante sequestrata al Chichiarelli (in vita) e questa tranquillamente restituita al possessore””.
Concludiamo, con una amara riflessione sul modo “pecoreccio” con cui in Italia, per colpa, ovvero per dolo, il che costituirebbe in verità aspetto oltremodo grave, si trattano vicende delicate, spesso delegando, con ampia facoltà di azione da parte di Organi dello Stato, la gestione di talune vicende a faccendieri e personaggi dal passato oscuro, spesso anche criminale, con incoffensabili interessi reconditi. Per questo, probabilmente, come già abbiamo avuto modo di affermare su questa illustre testata, che si ispira ai valori di altissimo valore civile e morale del grande Gaetano Salvemini, difficilmente si è potuti giungere ad una valida verità processuale sui gravi fatti che hanno costellato la nostra cara Italia da Piazza Fontana (1969) in poi, passando per il golpe Borghese (1970), la strage di Brescia e del treno Italicus (1974),  quella di Bologna (1980), continuando sino agli assassinii di Dalla Chiesa (1982), Falcone e Borsellino (1992), sino allo stragismo mafioso di Cosa Nostra (primi anni ’90), per giungere al fenomeno criminal-terroristico dei banditi in divisa (indegnamente portata) della “Uno Bianca”, ed altro ancora….Quindi, non una verità giudiziaria difficilmente perseguibile, in quanto condizionata dall’esame delle carte processuali nel tempo acquisite, spesso per vari motivi non esaustive per giungere a sentenze definitive di condanna nei confronti dei rei, ma rimandando tale compito a quella storica, certamente verità più ampia e articolata, che sarà valida solo se trattata da storici scientificamente credibili ma soprattutto scevri da condizionamenti
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