Politica

NAPOLITANO COMMEMORA IL GENERALE DALLA CHIESA

Commemorando ora la morte di Carlo Alberto Dalla Chiesa ci chiediamo se la lotta alla mafia sia, al di là dei proclami di rito, ancora attuale.
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Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del ventinovesimo anniversario dell’agguato mafioso di via Carini a Palermo, nel quale persero la vita il Prefetto Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta, Domenico Russo, ha inviato un messaggio nel quale ricorda con immutata emozione come ”….quel giorno, la mafia volle la morte di un servitore dello Stato che con coraggio e rigore aveva combattuto ogni forma di violenza e illegalità costituendo essenziale punto di riferimento per la intera comunità nazionale e per coloro che avevano potuto apprezzarne quotidianamente la ferrea determinazione e la capacità nell’individuare metodi di indagine nuovi ed efficaci”.
Con il suo assassinio – scrive il Capo dello Stato -, la delinquenza organizzata cercò di minare la credibilità delle Istituzioni e di innescare la folle fase della sua strategia criminale tesa a sovvertire il nostro ordinamento. All’assassinio seguirono invece una intensa azione di contrasto del fenomeno mafioso e quella mobilitazione della coscienza civile che Egli aveva auspicato fin dal suo arrivo a Palermo, ritenendola indispensabile per sostenere l’impegno delle forze dell’ordine e della magistratura”.
Ebbene, mentre si commemora così un alto Eroe Positivo della Patria, vediamo approvato il nuovo Codice Antimafia, ai primi di agosto, che rischia di essere “un bel regalo ai boss”.
Lo dice, con motivate argomentazioni e autorevolezza, il Senatore Giuseppe Lumia, già Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia.
Lumia parte dalla nuova disciplina dei beni confiscati, aspetto pregnante della lotta alla criminalità organizzata, in quanto i mafiosi temono più la sottrazione del loro patrimonio al carcere. Con in più, il valore simbolico della assegnazione di quei beni a fini pubblici o sociali. La nuova legge fissa un limite al tempo, che può passare tra il sequestro e la confisca: ben 18 mesi, con due possibili proroghe di sei mesi, con richiesta motivata del Tribunale. “Il limite dei due anni e mezzo è troppo breve”, dice Lumia, “….le indagini patrimoniali sono complesse, soprattutto se parte delle ricchezze è nascosta all’estero. Questa è la prima finestra che il governo apre alla mafia, e rischia di diventare un portone”.
Un altro limite è la possibilità di revoca della confisca di un bene, anche se questo è già stato assegnato, e per esempio è diventato una Caserma dei Carabinieri ovvero Commissariato di PS, come anche la sede di una cooperativa sociale. Mentre, prima, la confisca era definitiva, con il nuovo testo chi esce assolto da un processo per mafia può chiedere la restituzione di quanto gli è stato sequestrato. “La norma azzera la grande intuizione di Pio La Torre sull’attacco alle ricchezze della criminalità organizzata”, continua Lumia. “Il processo penale e le misure di prevenzione seguono percorsi diversi. Un soggetto può anche essere assolto dall’accusa di 416 bis, ma se è inserito in un ambiente mafioso, se controlla decine di società e di immobili pur dichiarando un reddito di poche migliaia di euro, è ovvio che il suo patrimonio è di origine illecita, a meno che lui non riesca a dimostrare il contrario”.
Il nuovo Codice , insomma, è “una grande occasione attesa da anni da chi si occupa di lotta alla mafia, ma il Governo ha fatto prevalere altre ragioni”, afferma il Senatore del Pd.
Altro aspetto esiziale è la mancata modifica dell’articolo 416 ter CP, quello che punisce il voto di scambio, ma solo e soltanto se il politico offre “denaro” al mafioso in cambio di voti. Infatti, da tempo investigatori ed esperti chiedono che la norma sia estesa ai casi ben più concreti di voti
“comprati” in cambio di appalti, quali finanziamenti pubblici, autorizzazioni, licenze e assunzioni… Una richiesta caduta completamente nel vuoto: l’art. 416 ter infatti non è stato
modificato.
A titolo di cronaca, va anche ricordato che dall’ultima relazione della Corte dei Conti, si evince che oltre la metà dei beni confiscati resta inutilizzata per la lentezza delle procedure. E che, dal momento del sequestro, “servono ancora tra i 7 e i 10 anni per giungere alla confisca definitiva dei beni e al loro successivo riutilizzo”. Quindi, se qualcosa andava fatto, era quella di accelerare, non già di ritardare la procedura!
Misteri d’ Italia!
Altra singolarità riguarda l’istituzione della Banca Dati Antimafia, che, costituita presso la Dia, sembra, da quanto da prima lettura del testo, finalizzata quasi solo a rilasciare o revocare la certificazione antimafia. La curiosità sta nel fatto che oltre ad essere consultabile dalle Camere di commercio, dagli Ordini professionali, dall’Amministrazione del Ministero dell’interno e dalle Forze di Polizia, il contenuto della Banca Unica Antimafia è fruibile solo dalla sola Direzione Nazionale Antimafia “per lo svolgimento dei compiti previsti dal codice di procedura penale (per compiti di mero coordinamento)”, ma non per le Procure Distrettuali Antimafia (a livello prevalentemente regionale), i cui Pm avrebbero invece diritto di accesso per le loro inchieste.
Lo sappiamo bene che la mafia cambia velocemente modi e modalità operative; la normativa antimafia, infatti, rischia di essere non più attuale nel tempo stesso in cui viene ideata se non viene realizzata in tempi rapidi e razionali, attraverso un forte e incisivo confronto tra Legislatore, Magistrati e Polizia Giudiziaria. Per l’art. 416 bis del Codice Penale, va detto che l’impianto teorico ipotizzato nel nuovo Codice Antimafia, pur mantenendo in un certo senso invariato quanto già previsto, depotenzia il reato per diluire i principi in più articoli, del tutto anonimi, a partire dal n. 1 e successivi del libro I, ponendo così a rischio la vera valenza simbolica collegata alla primogenita definizione che, nella nuova veste, perde il suo valore emblematico, necessario nella lotta alla mafia. Va, infatti, ricordato che l’introduzione del delitto associativo si avviò con la prima ricordata Legge antimafia n. 646/82, la legge Rognoni-La Torre. A essa si riconosce il merito di aver creato ipotesi di intervento nuove per contrastare un fenomeno nefasto e invasivo che negli anni che ne precedettero la promulgazione giunse a momenti di eccezionale recrudescenza. Anni, quelli, in cui morirono esponenti delle Forze dell’Ordine, della Magistratura e della politica, esposti in prima persona nella lotta alla mafia. L’uccisione dello stesso Pio La Torre, nel 1982, pochi mesi prima della approvazione della Legge, fu preceduta dall’omicidio del Procuratore Capo della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa (1980), del Prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e dell’Agente di scorta che oggi vogliamo ricordare (sett.1982). Periodo tragico, quello, che ebbe termine nel 1983, con l’omicidio del Capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, Rocco Chinnici. La legge Rognoni-La Torre, come detto, introdusse due elementi fondanti di novità nella lotta alla mafia. Il primo, quello dell’inserimento dell’art. 416 bis CP (associazione per delinquere di stampo mafioso) che, stigmatizzando per la prima volta il delitto di associazione per delinquere di stampo mafioso, ha permesso di superare le difficoltà processuali nell’utilizzo dell’art. 416 CP (associazione per delinquere “semplice”), previsto anticamente dal benemerito Codice Rocco, e ha mosso il primo concreto passo per un tardivo riconoscimento giuridico di una struttura ben delineata di efferata consorteria criminale, le cui caratteristiche non possono certamente farsi rientrare nelle ipotesi di reato riconducibili alla criminalità comune anche se organizzata. Il secondo elemento di novità, invece, è legato all’esigenza di contrastare la forza della mafia d’infiltrarsi nel sistema economico legale, con il conseguente sequestro e successiva confisca del patrimonio, creato grazie a incontrollate condotte illecite.

Ancora Onore, quindi, oggi, tutti uniti nel ricordo, alla preziosa Memoria del grande Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Sua Moglie e dell’Agente di scorta, con la speranza che il Loro martirio sia utile, soprattutto per i più giovani, per il riscatto morale della nostra amata e benedetta Italia!

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