Politica

Rosario Livatino, il Giudice ragazzino

LivatinoRoma, 22 agosto – Il titolo del libro nasce da una sprezzante inutile polemica dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, riportata in chiusura del libro: Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il corso di diritto romano sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Un giudice ragazzino, quindi,  Rosario Livatino, ucciso a trentasei anni, il 21 settembre 1990, nella campagna di Agrigento; è Lui è il protagonista del libro (“Il Giudice Ragazzino-Storia di Rosario Livatino assassinato dalla mafia sotto il regime della corruzione“), raccontato con la consueta passione civile da Nando Dalla Chiesa (riedizione de: “Il Sole 24 Ore, luglio 2015, in vendita in edicola, euro 8,90). Certamente non può essere spiegata la causa diretta dell’assassinio, probabilmente sepolta nei misteri della mafia, come le uccisioni di altri Magistrati, di Carabinieri, Poliziotti,  politici, del Generale Dalla Chiesa, Padre di Nando, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

La tesi di Dalla Chiesa è la stessa denunciata spesso da Falcone: gli uomini che combattono veramente la mafia vengono lasciati soli dalle istituzioni e perciò possono essere colpiti. “Livatino vive in una terra di nessuno”. A 28 anni, molto giovane, si era occupato della inchiesta sui Cavalieri del Lavoro di Catania – spiega l’autore –, un gruppo di quattro imprenditori potentissimi nell’edilizia e non solo, che allora sembravano costituire il potere economico più forte nel Sud.  

Dalla Chiesa non si sottrae certo alla responsabilità di ricordare dei casi e di citare dei nomi.

Da pagina 24 l’autore scrive: “La politica aveva così instaurato verso la Magistratura un duplice atteggiamento di delega e diffidenza. Da un lato la delega andava alla risoluzione

dei problemi più gravi che attanagliavano la democrazia italiana; dall’altro ne diffidava temendo che la risoluzione di questi problemi potesse alla fine comportare qualche seria minaccia al suo potere, alle sue trame e alle sue connessioni illegali….”

Prima di Livatino, nel settembre 1988, la stessa sorte era toccata al Presidente della Prima Sezione della Corte d’Assise di Palermo, Antonino Saetta, e al figlio Stefano.

Ecco quindi  il Ministro Calogero Mannino (da pag.70), invitato a un pranzo a cui partecipa anche il capomafia Peppe Settacasi e testimone alle nozze del figlio di un altro boss mafioso. Non si tratta, naturalmente, di fatti illeciti, ma ce n’è quanto basta – scrive Dalla Chiesa – “per dedicarsi a qualche volatile riflessione sull’etica dello Stato”. Ecco il Ministro Guardasigilli Vassalli e il Presidente di Cassazione Carnevale ( da pag.87) “…mortificare ciò che di nuovo, di libero o di coraggioso si muove nella Magistratura. L’uno, stizzito, invita pubblicamente i Giudici a non far collaborare con la Giustizia gli uomini dei clan con la motivazione – psicologicamente devastante – che lo Stato non è in grado di garantire loro protezione. L’altro annulla processi difficili e complessi per vizi di forma esterni alla conduzione delle indagini e del dibattimento in aula……e in quel biennio che si colloca tra il 1985-87…. si realizza una specialissima combinazione di cariche e di persone che  segna una svolta drammatica negli equilibri del regime. Una svolta che manda i suoi effetti devastanti ancora oggi….. È senz’altro famoso l’ interrogatorio di Livatino al già citato Ministro Calogero Mannino, accusato di legami con vari boss e di aver stipulato un accordo elettorale con un esponente agrigentino di Cosa nostra, Antonio Vella, nel biennio 1980-1981. Per la cronaca, Mannino verrà poi arrestato nel 1995 per concorso esterno in associazione mafiosa ma assolto in appello nel 2008, per mancanza di prove.  Nasce l’asse Vassalli-Carnevale (da pag.90). E sopra quest’asse, sparito Sandro Pertini, si affaccia benedicente al Quirinale la figura di Cossiga….La lotta alla mafia, ritenuta una necessità, un impegno da onorare, diverrà una colpa, un fastidio che il regime della corruzione sentirà rivolto, come per un richiamo della foresta, anche e principalmente contro se stesso. E lo Stato di diritto diverrà sempre più una tana mostruosa, fatta di cavilli, di soprusi e di armi che sparano impunite.

Un giudice può esser isolato perché ha toccato fili politici ma non credo, dice l’autore, sia stato colpito per quello. Il fatto è che era solo con pochi altri colleghi a lottare contro la mafia. E tutto questo mentre i suoi superiori rilasciavano dichiarazioni di ostilità nei confronti dei Magistrati impegnati e alcuni di loro erano sospetti di collusione……La polemica sui Magistrati politicizzati non vale solo per chi fa le inchieste su Berlusconi, viene ripresa molte volte anche negli altri ambiti, continua Dalla Chiesa…
Ecco, se oggi si volesse prendere qualcosa, dal giudice ragazzino, sarebbe l’equilibrio. Nella bella prefazione, Roberto Gallullo, scrive:”Per quel buon siciliano……la Chiesa il 21 luglio ha avviato il processo diocesano di beatificazione. Rosario Livatino, un predestinato strappato indegnamente alla vita dalla per volontà di sistemi criminali rimasti nell’ombra; attraverso questo libro dona lezioni immortali di legalità che solcano l’anima”

 

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