Politica

LA LIBERAZIONE DI ADRIANO SOFRI

A  conclusione di un lungo iter processuale, Adriano Sofri, che era stato condannato a 22 anni per l’uccisione del Commissario di Polizia Luigi Calabresi, è libero, avendo scontato la sua pena.

Sofri, già leader di “Lotta Continua”, era stato condannato con sentenza definitiva nel 1997, insieme con Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi. Sofri si è sempre dichiarato estraneo nè ha mai presentato richiesta di grazia. Nel  2005 è stato colpito da seria malattia ed ha trascorso gli ultimi 5 anni agli arresti domiciliari.
Con il ‘fine pena’ di Sofri si chiude una delle più complesse vicende giudiziarie degli ultimi decenni; un processo durato 12 anni, con 14 sentenze, al centro di numerosi dibattiti politici.
Il primo arresto di Sofri ci fu nel 1988, a ben 16 anni dal tragico evento (Calabresi venne assassinato il 17 maggio del 1972), a seguito delle confessioni del “pentito”  Marino, che chiamò in causa Sofri, Bompressi e Pietrostefani,  sostenendo di essere stato lui a guidare la macchina usata per l’attentato, mentre, a suo dire, a uccidere il Commissario fu Bompressi. La responsabilità di Pietrostefani e Sofri, invece, secondo la ricostruzione di Marino, sarebbe stata di “ordine morale”, ossia quella di “mandanti”.
Mentre Sofri ha scontato la pena, Bompressi ha ottenuto la grazia nel 2006, mentre Pietrostefani è latitante in Francia nel 2002. La signora Gemma, vedova di Luigi Calabresi, non si mostra turbata dalla scarcerazione definitiva di Sofri: ”Ormai da molto tempo nessuno era più in carcere per l’omicidio di mio marito e questo passaggio non cambia i miei sentimenti. Ho sempre creduto  che la verità e la giustizia sarebbero state il risarcimento più grande: siamo riusciti a ottenerle entrambe, grazie all’impegno di magistrati coraggiosi e scrupolosi, e le sentenze sono state rispettate”(Ansa). Ma qual’era il clima di veleni e menzogne, contrabbandate per verità da ideologie fuorvianti in quegli anni, che costituirono i prodromi dell’infame delitto di un integerrimo servitore dello Stato?
Andiamo a ritroso nel tempo; il che fa bene a noi Italiani spesso dalla memoria corta e fallace. Il 7 aprile 1979, vengono effettuate centinaia di perquisizioni in tutta Italia, con l’arresto, sulla base di 22 ordini di cattura firmati dal grande Sostituto Procuratore della Repubblica di Padova, Pietro Calogero, nei confronti di 15 esponenti di “Autonomia Operaia”, tra cui Toni Negri e Oreste Scalzone,  mentre sfuggirono all’arresto, tra gli altri, il noto Franco Piperno. Erano tutti professori, assistenti e studenti universitari e giornalisti, tutte persone di alta cultura, tutte protese ad avvelenare non solo le coscienze con i loro scritti, ma disposti anche ad imbracciare le armi, come si evince dai capi di accusa. Dodici degli imputati furono incriminati anche “…..per aver… organizzato e diretto un’associazione denominata ‘Brigate Rosse‘ … al fine di promuovere l’insurrezione armata contro i poteri dello Stato e mutare violentemente la Costituzione e le forme di governo sia mediante propaganda di azioni armate contro persone e cose……..”. Chi erano questi signori, tutti ben acculturati nelle farneticazioni deliranti dell’ultracomunismo più becero e violento?
Erano i famosi “Catilinari” della cultura, mutuando il termine dalle Catilinarie, cioè i quattro discorsi tenuti da Cicerone contro Catilina tra il novembre e il dicembre del 63 a.C., in seguito alla scoperta e alla repressione della congiura che voleva minare gli ordinamenti repubblicani, che faceva capo appunto a Catilina. “ Quoque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”, (cioè: “sino a quando abuserai della pazienza nostra?”), tuonò Cicerone, aggiungendo  la celebre esclamazione: “O tempora! O mores!”, (vale a dire: “quali tempi, quali costumi!”), convincendo il Senato a condannare a morte Catilina.
Ma, in quei tragici ma recenti anni ‘70, così lontani, eppure tanto vicini a noi nel tempo e nella memoria, non ci fu un autorevole Uomo di Stato che abbia potentemente urlato contro questi “Cattivi Maestri”, chiamando a raccolta le coscienze migliori per contrastare la guerra civile che si andava delineando. Con azione di supplenza, ci fu solo la Magistratura, unitamente alle sempre benemerite Forze dell’Ordine, unico presidio  di Legalità democratica, a contenere senza sostegno morale e materiale  l’urto nelle piazze di “canee” scatenate e folli, spesso armate di congegni micidiali.
Come non ricordare i motti e i lazzi del tenore: “ Carabiniere basco nero primo posto al cimitero!”; cambiato dalla stessa imbecille ubriacatura ideologica, in tempi molto recenti, in : “ 10-100-1000 Nassiriya!”. All’epoca, andarono di moda gli spettacoli gratuiti, quale “Morte accidentale di un anarchico”,  di  Dario Fo, che fu, anni dopo, nella seconda metà degli anni ’90, “giustamente” gratificato con il Premio Nobel per il Teatro.
Andavano, quindi, di scena questi “Catilinari”, che giudicarono e condannarono a morte il povero Commissario Luigi Calabresi per una morte, come stabilirono le indagini, assolutamente accidentale dell’ anarchico Giuseppe Pinelli (così il Giudice D’Ambrosio scrisse nella sentenza : “L’istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli”).
Questa farsa ispirò pure la lettera che fu pubblicata su ”L’ Espresso”,  firmata da 800 intellettuali, di cui alcuni di loro, ma solo alcuni, chiesero poi tardivamente scusa.
“Dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, ed è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito (…) Qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi, che più modestamente di questi nemici del popolo vogliamo la morte… “  (così si scriveva su Lotta Continua del 6 giugno 1970). In quel periodo, diversi giornalisti, non legati a “Lotta Continua”, prestarono il loro nome firmando il giornale come direttore responsabile per consentirne la pubblicazione. A causa dei contenuti dei loro articoli, furono tutti giustamente inquisiti dalla Magistratura per “reati a mezzo stampa” come vilipendio all’Esercito, istigazione alla diserzione ed a delinquere ed altri reati d’opinione. Sempre L’Espresso, in tre successivi numeri apparsi in edicola a partire dal 13 giugno 1971, pubblicò la lettera di cui sopra. Tale documento, tra l’altro, definiva il Commissario Luigi Calabresi “un torturatore”, lo accusava quale “responsabile della morte di Pinelli” e chiedeva di ricusare i “Commissari torturatori, i Magistrati persecutori, i Giudici indegni”. Tra i firmatari c’erano artisti, registi, editori, giornalisti, politici, accademici, filosofi, scienziati, sindacalisti e, in generale, molti tra i più noti esponenti della cultura  italiana del tempo. Di questi, taluni, nel tempo, sono divenuti importanti esponenti della politica nazionale, mentre altri ricoprono ancora posti di rilievo nella società odierna.
Almeno oggi, a distanza di quarant’anni, c’è qualcuno che abbia il coraggio di urlare, ora per allora, come fece nell’antica Roma il grande Cicerone: “Quoque tandem abutere……. patientia nostra?, ovvero, anche: “O tempora! O mores!”.
Quale “piattume” generale; quanta modestia!!
 

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