DI CROLLALANZA, UN GALANTUOMO

Qualche settimana orsono mi sono recato a Bari per sapere di persona chi era Araldo di Crollalanza.
 

È per me motivo d’orgoglio parlare di lui, uomo di specchiata onestà, rigorosamente impegnato durante la sua lunga vita a servire degnamente lo Stato.
Nato a Bari nell’anno 1892, da antica e nobile famiglia d’origine valtellinese, si dedicò fin da giovane al giornalismo.
Per sei anni fu Podestà di Bari, carica che gli consentì di conoscere a fondo i problemi della sua città.
Appena entrato in politica, prima come Sottosegretario, poi come Ministro dei Lavori Pubblici, realizzò innumerevoli opere che ancora oggi testimoniano le sue grandi capacità.
Per volontà sua nacque l’ANAS, che realizzò il completamento e la riorganizzazione della rete stradale nazionale.
Nel 1930 cinquanta Comuni della Campania, del Sannio e della Lucania, furono sconvolti dal terremoto. Rimase ininterrottamente sul posto per vari mesi per presiedere all’opera di ricostruzione. Lasciò le zone terremotate solo quando gli abitanti poterono entrare nelle case ricostruite.
Come si può non fare il confronto con quanto avvenuto in Irpinia dopo il terremoto del 1980?
Ad oltre trent’anni di distanza le popolazioni esasperate chiedono dove siano andati a finire gli ingenti stanziamenti, a suo tempo, elargiti dal Governo.
Ritornando in argomento, Crollalanza nel 1935, fu nominato Presidente dell’Opera nazionale Combattenti, carica che mantenne fino al 1943.
Tra le innumerevoli opere, quella che ebbe maggiore risalto fu la bonifica dell’Agro Pontino. Egli, avvalendosi di tecnici validi, seppe in otto anni bonificare la palude e sconfiggere la malaria. Su queste terre, nelle quali rinacque la vita, sorsero grandi città: Littoria (l’attuale Latina), Aprilia, Pomezia e Sabaudia.
L’uomo, che aveva bonificato regioni e fatto sorgere città, viveva in un modesto appartamento, non possedeva un palmo di terra né un conto in banca.
Dopo il 25 aprile non si nascose, si lasciò arrestare e processare avendo ricoperto cariche importantissime, ma dovettero assolverlo in istruttoria.
Nessuna voce si levò per accusarlo di alcunché.
Dopo la caduta del Fascismo, si trovò in mezzo ad una strada: non aveva un soldo in tasca, ma soltanto l’ardente desiderio di trovare subito un’occupazione che gli consentisse di sfamare i suoi otto figli.
Si rivolse alla Casa Editrice Zanichelli che lo assunse con il compito di effettuare la vendita di libri porta a porta.
Santi Severino, direttore del Giornale d’Italia ed Armenise, editore dello stesso, conoscendone le spiccate doti di giornalista, lo chiamarono per affidargli la redazione delle Puglie.
Nel 1953 entrò nel Movimento Sociale Italiano ed i pugliesi lo elessero per ben sette legislature consecutive.
Riscosse il rispetto di tutti, compresi gli avversari.
In occasione del suo 90° compleanno, Amintore Fanfani volle conferirgli una medaglia d’oro. In tale circostanza era presente Indro Montanelli, che (come riporta nel Giornale del 19 gennaio 1986) gli chiese se del suo passato avesse qualche rimpianto o rimorso. Rispose a voce bassissima: “Uno solo, ma immenso: in quei vent’anni potevamo fare l’Italia e non la facemmo”.
Ma se c’era uno a cui questo rimprovero non poteva essere mosso era proprio lui.
La città di Bari gli ha intitolato il lungomare dedicandogli un monumento con busto bronzeo.
 
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