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Agcom, la multa storica a Cloudflare: 14 milioni di euro per non aver bloccato i siti pirata

Per la prima volta, un fornitore di infrastrutture tecnologiche di livello globale come Cloudfare viene colpito per non aver collaborato attivamente allo smantellamento della pirateria online

Il panorama digitale italiano è stato scosso da una decisione senza precedenti: l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) ha inflitto una sanzione di 14 milioni di euro a Cloudflare, il colosso americano dei servizi di rete e sicurezza. La notizia, formalizzata con la delibera n. 333/25/CONS l’8 gennaio 2026, non è solo una questione di cifre, ma rappresenta un punto di svolta nell’applicazione della Legge 93/2023, meglio nota come “Legge Antipirateria”.

Per la prima volta, un fornitore di infrastrutture tecnologiche di livello globale viene colpito duramente per non aver collaborato attivamente allo smantellamento della pirateria online, in particolare per quanto riguarda la trasmissione illegale di eventi sportivi e contenuti protetti da copyright.

Perché Agcom ha multato Cloudflare: i dettagli della delibera

Tutto ha inizio il 18 febbraio 2025, quando Agcom, tramite la delibera n. 49/25/CONS, ordina a Cloudflare di intervenire tempestivamente. La richiesta era chiara: disabilitare l’accesso a una lista di contenuti pirata segnalati tramite la piattaforma Piracy Shield.

Cloudflare, che opera come intermediario tecnico fornendo servizi di DNS (Domain Name System) e CDN (Content Delivery Network), funge spesso da “scudo” per milioni di siti web. Secondo l’Autorità, questa posizione privilegiata impone alla società l’obbligo legale di impedire che i propri server vengano utilizzati per instradare traffico verso indirizzi IP e nomi di dominio (FQDN) legati ad attività illecite.

L’obbligo di blocco DNS e IP: la sfida tecnica al colosso USA

L’ordine di Agcom prevedeva due strade obbligate per Cloudflare:

  1. Disabilitazione della risoluzione DNS per i nomi di dominio segnalati.
  2. Blocco dell’instradamento del traffico di rete verso gli indirizzi IP incriminati.

Nonostante l’ordine perentorio, Cloudflare ha mantenuto una linea di condotta che l’Autorità ha definito come “perdurante violazione”, non adottando le misure tecnologiche richieste per rendere i contenuti inaccessibili agli utenti finali in Italia. La severità della sanzione — 14 milioni di euro — deriva direttamente dall’applicazione rigorosa della normativa: Agcom ha optato per una sanzione pari all’1% del fatturato globale della società.

È interessante notare che la decisione non è stata unanime: la Commissaria Elisa Giomi ha espresso voto contrario, sollevando dubbi sulla proporzionalità di tali obblighi verso soggetti che operano a un livello così profondo dell’infrastruttura internet.

Piracy Shield: i numeri della guerra digitale contro lo streaming illegale

Il braccio operativo di questa strategia è la piattaforma Piracy Shield, attiva dal febbraio 2024. I dati diffusi dall’Autorità contestualmente alla sanzione sono impressionanti e danno l’idea della magnitudo del fenomeno: oltre 65.000 FQDN (nomi di dominio) disabilitati, circa 14.000 indirizzi IP bloccati.

Cloudflare ricopre un ruolo centrale perché una “larghissima percentuale” dei siti pirata utilizza i suoi servizi per nascondere l’identità dei server di origine. Colpire Cloudflare significa, per l’Autorità, recidere uno dei principali canali di distribuzione della pirateria moderna. La Legge 93/2023 ha esteso la responsabilità anche a fornitori di servizi VPN, DNS pubblici (come il celebre 1.1.1.1) e motori di ricerca.

Questa visione “olistica” della lotta alla pirateria mira a creare un ambiente in cui il contenuto illecito diventi tecnicamente irraggiungibile, a prescindere dallo strumento utilizzato dall’utente per navigare.

Cosa rischia il web italiano: tra sicurezza e pericolo “over-blocking”

La sanzione apre un dibattito tecnico e giuridico di alto livello. Da un lato, i detentori dei diritti (Lega Serie A, broadcaster, major) esultano per un atto di giustizia necessario. Dall’altro, gli esperti temono l’over-blocking: il rischio che blocchi così invasivi possano oscurare accidentalmente siti legittimi o causare una frammentazione della rete.

Cloudflare è nota globalmente per la sua difesa della libertà di espressione e preferisce agire a livello di hosting piuttosto che di infrastruttura. Tuttavia, la legge italiana è chiara: la collaborazione non è più opzionale

l valore della presenza di Cloudflare in Italia

Nonostante lo scontro, Cloudflare resta un pilastro dell’internet moderna. I suoi servizi di protezione contro gli attacchi DDoS e l’ottimizzazione dei caricamenti sono usati da milioni di aziende, testate giornalistiche e istituzioni pubbliche in Italia.

Un’Italia senza l’apporto tecnologico di Cloudflare, un pilastro fondamentale dell’internet moderna, sarebbe digitalmente più povera e vulnerabile. L’auspicio è che il rispetto delle regole possa convivere con l’innovazione, trovando un terreno comune di cooperazione tra le Big Tech e le autorità nazionali.

L’efficienza della loro rete rende il web italiano più veloce, sicuro e resiliente agli attacchi cyber che, sempre più spesso, prendono di mira le nostre infrastrutture critiche. La speranza, dunque, è che questa sanzione non porti a una rottura definitiva o a un disimpegno della società dal mercato italiano. La speranza è che Cloudflare e le altre grandi Big Tech trovino un terreno comune di cooperazione con le autorità, perché continuano a offrire servizi ottimi che sono diventati essenziali per la vita digitale del Paese. Un’Italia senza l’apporto tecnologico di Cloudflare sarebbe un’Italia digitalmente più povera e vulnerabile; l’auspicio è che il rispetto delle regole possa convivere con l’innovazione che questi colossi portano quotidianamente nelle nostre case e nei nostri uffici.

Redazione

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