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John Lennon: poesia in musica.

L’8 dicembre di quaranta anni fa l’omicidio di John Lennon che ha privato il mondo della sua poesia.

Roma, 7 dicembre 2020 – Bastano tre parole per sintetizzare i trent’anni di carriera di John  Lennon e i quaranta da quando se n’è andato: pace, pace, pace.

Oggi, se fosse ancora vivo, avrebbe ottant’anni e probabilmente suonerebbe ancora.

L’attuale situazione lo avrebbe fiaccato ma non sconfitto.

Alla fine anche lui, John Lennon, si sarebbe affidato ai social (anche lui) per reiterare il messaggio. Quello stesso che ha sempre sostenuto e per il quale ha pagato prezzi fin troppo elevati: pace, pace e ancora pace.

Poi, paradossalmente, può anche essere stato un tipo litigioso: ma odiava la guerra. Odiava tutte le situazioni in cui vi fosse prevaricazione, ingiustizia, odio e stupidità. Tutto tempo perso.

John Lennon si è sempre posto non “al di sopra” ma “tra” tutti quelli per cui ha lottato.

E non per “buonismo” ma perché era un pragmatico. Era come se dicesse: la guerra costa molta più energia, quindi “diamo una possibilità alla pace”. Give peace a Chance.

In concreto. Non mediante generiche aspirazioni a misticismi più o meno esoterici. Ma attraverso iniziative efficaci, a cominciare da piccoli gesti fortemente simbolici. Perché si deponessero le armi.

Per un’alternativa possibile. Per ritrovare la fiducia, unico vero collante di una società che voglia definirsi veramente “civile”. John Lennon è stato chiaro: la pace funziona.

John ci manca. Tanto. Oggi l’avremmo visto passeggiare a Central Park. Magro e ricurvo, con un cappello a falde larghe e Yoko a sostenerlo per un braccio. Gli immancabili occhialetti rotondi.

Ci avrebbe fatto ancora emozionare e divertire con la chitarra e con quel poco di voce che gli fosse rimasta. Coi testi e le poesie perché, prima ancora di essere un musicista, John Lennon è stato uno dei più grandi poeti del ‘900.

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