Estero

Libertè, Ếgalitè, Fraternitè

parigi fiori strageRoma, 15 novembre – Ci sono tulipani rosso sangue ai margini delle strade di Parigi. E c’erano  persone, uscite per ascoltare musica, attaccate con una mano, poi, all’ultimo filo della vita possibile, fuori, penzoloni, calate da finestre ormai alle spalle. E c’erano, con loro, prima, altre persone,  ridotte freddamente, poi, come fantocci da tiro al bersaglio.

E persone, la stessa sera, in altri luoghi, a Parigi, stavano tranquillamente, ma similmente non ci sono più.

Altri, per il terrore del fuoco, si lanciarono quattordici anni fa dalle Torri Gemelle o salutarono al telefono, in un ultimo atto d’amore, lo stesso giorno, i propri cari dagli aerei della morte.
Nella propria scuola, in tre giorni, con gli insegnanti che cercavano di distrarli, con angoscia terribile per chi già capiva, ci sono stati nel 2004 centottantasei bimbi come bambole spezzate, a Beslan.   E veramente ci sembrò, la sera, con le fiammelle in mano, l’indomani non fosse possibile un mattino. Quale dovrebbe, potrebbe, essere la realtà? La difesa del diritto delle popolazioni di vivere tranquille nelle proprie strade e in casa
propria, ovunque. La difesa dei più deboli, ovunque. La chiara, accurata, individuazione, nei confronti di  chi entri in un Paese ospitante, della sua condotta e dell’attività che deve essere accettata solo se inoffensiva e, a maggior ragione, quando chi vi entri, vi chieda rifugio.
Quale la realtà? Un lungo elenco, fin troppo conosciuto, delle tante, storicissime volte, in cui tutti hanno detto, ovunque, che “non doveva ripetersi più”. Mai un fatto è uguale nelle cause ad un altro: ma gli effetti, sì. I morti sono morti, la paura sempre paura, il terrore è terrore. Abbiamo ascoltato la voce del presidente Obama, come un soffio proveniente dalle viscere della terra, che citava, subito dopo i recentissimi fatti francesi,  “Liberté, Ėgalité, Fraternité”. E la voce di papa Francesco, rotta dalla commozione, dire, semplicemente, che non è umano.
E i media danno, oggi sempre più, le notizie. “Il giorno che la pioggia verrà”, racconta una nota canzone francese. E la pioggia, quasi ogni giorno, c’è. Primi piani, azioni di forza, su luoghi e persone, effetti letali anche da fuoco amico, stragi da fuoco nemico.
Mentre bambini muoiono, ma da polverosi decenni e decenni già muoiono, in alcuni luoghi come mosche, anche per piccoli o grandi malanni che, altrove, hanno diverso esito, percentualmente molto meno grave. Quanto abbiamo sentito parlare delle bombe con apparenza di giocattolo. E dei terreni pieni, saturi, grondanti mine anti uomo non deflagrate e pronte a ghermire pure se ora in pace. Ghermire chi? I fogli più leggeri che volano via prima. Più leggeri per protezioni inesistenti, pochissima attenzione, sovente persino dei genitori, tanto la legge dell’esistenza si ripete.
Ma quale legge? Guerre su guerre hanno falcidiato milioni di morti nel secolo scorso, una Prima Guerra Mondiale, una Seconda Guerra Mondiale.
E sarebbe preferibile, pensiamo, si desse, almeno, quanto più possibile, se legati a fatti identificabili, la dignità di vittime di azione bellica mondiale ai morti di terrorismo diffuso del secolo in corso. Per non attribuire alla loro morte la sfortuna, la sfumatura  e il nome di vittime di  “quella volta”, di un  pretesto da gioco digitale, pur se tremendamente vero.  E  per offrire a chi c’è, a chi resta, una dignità più ampia, per sentirsi meno solo pedine, per
vantare una qualche appartenenza che non sia solo il subire il clima di terrore. Si configura già, non sempre completamente chiarita, la posizione dell’emigrato per guerra o per ragioni politiche. Ma chi resta, per mille motivi, e subisce lì, chi è? Il potere strisciante, altrettanto diffuso, vuole rendersi, finché può, non totalmente definito e non consente la possibilità, neppure nel cuore, di una definita alternativa. Le posizioni nazionali e internazionali, se totalmente manifeste, evitano di fluttuare continuamente. E ci meravigliamo se i giovani, nel mondo perdono sempre più,statisticamente, l’orientamento e la capacità cognitiva con droghe, alcool, fonti anche di violenze gratuite e incidenti. Fatti apparentemente ostacolati dalle responsabilità governative, ma nella sostanza indirettamente causati da politiche assenti, non motivanti, fuorvianti o solo, semplicemente, colpevoli. L’invito a vivere nella  piena responsabilità individuale resta come imprescindibile orientamento educativo e deve restare quale preciso riferimento legale, ma resta ancor di più, in quanto esemplare, la necessità della vera coerenza nella altrettanto imprescindibile responsabilità politica. Ma, comunque, storicamente, le  posizioni cambiano.

Persino dove è nato, l’inno “Liberté, Ếgalité, Fraternité” ha avuto un percorso fin dall’inizio accidentato, ma resiste, sempre più valido.
San Francesco riuscì a stabilire un dialogo con il nemico. Ma non lo ascoltarono. E la guerra continuò. La Chiesa cattolica  ha chiesto perdono per guerre sante e inquisizioni. E citiamo che, anche nello stato attuale dei fatti,  la chiave della porta del Santo Sepolcro, a
Gerusalemme, dopo che furono murate le altre dodici dal Saladino, e comunque si convive, è affidata rispettivamente  nella proprietà, dal 1187, con pagamento, poi abolito nel 1831, e nella responsabilità per la garanzia dei riti cristiani, a due famiglie musulmane. Mentre si avvicendano, nella consegna per l’apertura quotidiana, le diverse Confessioni cristiane.
Tali modalità vigono dagli anni 1852-1853, con il ripristino, appunto, delle condizioni di concessione a molteplici Confessioni cristiane, avvenute nel secolo precedente.
È indispensabile, quanto mai oggi, che il dialogo interreligioso e di tutte le componenti a livello mondiale sia permanente, per togliere la possibilità ad altri interessi di camuffarsi sovente sotto pretesti di Fede.

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