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Tennis US Open Grand Slam – Una palla da 3 milioni di dollari

Roma, 7 settembre 2020 – Chi ha avuto la chance di seguire in diretta ieri sera la vicenda della squalifica del Numero Uno assoluto fra i tennisti mondiali, il serbo Novak Djokovic, non può mettersi alla finestra a guardare – soprattutto se provvisto della necessaria ed adeguata esperienza sportiva – ma avverte il dovere, da testimone oculare, di accompagnare gli assenti alla comprensione dei fatti accaduti , complicati dal groviglio degli inevitabili successivi interventi dei media. Ciò che successo negli Ottavi di Finale degli US Open di Flashing Meadows, New York, è un fatto eccezionale, senza precedenti nello sport, in qualsiasi sport – tranne, forse, il pugilato – .

Non è lecito trasmetterlo ai posteri adulterato da una verità influenzata da atteggiamenti “politically correct” : “Hai sbagliato. Non importa quanto tu sia importante, ma devi pagare!”. E giù via con i titoloni improntati al linciaggio morale del tennista serbo reo di aver perso la testa per mettere a KO “prendendo a pallate” una, indifesa e canuta Giudice di gara con atto sconsiderato, anche se palesemente improntato a non volontarietà.
Questa non è la verità sul provvedimento clamoroso. Un provvedimento che rappresenta una perdità secca di 3 milioni di dollari per Djokovic, sicuro vincitore (al 90% ) del primo premio agli US Open 2020.

Il serbo è imbattuto nell’anno. Cioè ha vinto tutti gli incontri disputati mentre nel tabellone non figurano gli unici altri due tennisti che possano, da molti anni impensierirlo, quando si tratta di Grandi Tornei come quelli del Grand Slam.
Al momento dell’incidente, è vero, si stava sul 6-5 in favore dello spagnolo Carreno Busta quindi, non era scritto che la vittoria alla fine sarebbe stata sua.
Si può dire, comunque – perchè è storia e statistica – che gli avversari che incontra, riescano ad opporglisi sufficientemente in inizio di match, ma poi la superiorità tecnica e mentale del serbo, prendono inevitabilmente il sopravvento.

Non è vero che Djokovic abbia “preso a pallonate” la attempata ed anonima Giudice. Attorno a questa figura vige il massimo riserbo, privacy. Lo stesso tennista serbo non lo ha voluto rivelare, pur scusandosi con lei per l’incidente involontario, divulgando un messaggio scritto in cui si assume ogni responsabilità, augurandosi che l’accaduto sia una lezione che gli servirà nella vita come tennista e come uomo. Stesse scuse si era precipitato a rivolgere appena si era accorto che la sua pallina era finita per incontrarsi con la gola della giudice – che guardava altrove – cercando di sollevarla da terra.
Insomma Djokovic non è quel mostro che molti tentano di fare apparire visto che mai è stato squalificato.

La comunicazione, invece, anche quella ufficiale, è colpevole di pessima accuratezza.
Si è scaricata, infatti, tutta la responsabilità della squalifica sulla pallina finita alla gola della Giudice stramazzata al suolo come fosse stessa colpita da un razzo anzichè da una pallina lanciata all’indietro verso la fine del campo ed i raccattapalle, con una parabola non certamente violenta.

Qualcuno dovrà spiegare come la donna, seppure anziana (cosa ci faceva lì?) si sia potuta accasciare quasi svenuta per una pallina da tennis lanciata da qualche metro, non certo in modo violento.
Il punto non è ancora questo, giacchè Djokovic ha ammesso per primo lo sbaglio e la propria mancata attenzione.

Il punto è che il Numero Uno è stato squalificato – dopo lunghissimi conciliaboli fra i giudici e rivisitazione di replay televisivi – non per quella “pallata” ma perchè  all ‘inizio della partita il serbo, indispettito per un proprio errore, aveva scagliato contro una zona laterale degli spalti (deserti) una pallina con violenza straordinaria. Ci si era meravigliati che non gli fosse stato comminato un richiamo formale. È stato proprio quell’episodio (non stigmatizzato) che è stato preso in considerazione nel momento di decidere la squalifica: “Una volta passi. La seconda no!”

L’unica pena possibile, in questo caso, è la squalifica. Evviva! Giustizia è fatta! Viva gli US Open! Viva l’America Puritana! Questa ‘verità’ non deve passare alla storia. Djokovic non è un violento a piede libero che ha liberato il posto del vincitore degli US Open ed i relativi 3 milioni di dollari ad un suo collega che si sarebbe già accontentato di arrivare in finale.

Magari questo collega potrebbe essere il giovanottone romano Matteo Berrettini, numero 8 al mondo, finora apparso maturato ed in grandi condizioni di forma. Il russo Rublev è alla sua portata.
Il prode Matteo lo scorso anno arrivò in semifinale. Suo miglior piazzamento in un Torneo del Grande Slam.

Quanto a Djokovic è assai improbabile rivederlo in America a prescindere da quello che a caldo va sostenendo. Dice che l’esperienza sarà utile a migliorarlo. Non è semplice.
Certi atleti sono campioni perchè alla base tecnico-fisica sono in grado di aggiungere qualità mentali che quando necessario permettono di grattare il fondo del barile. Risorse energetiche che possono portare a gestire certi momenti particolarmente difficili.

 

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