Ciclismo

Gimondi, la Roubaix e Anquetil…

La grande impresa, nel 1966, del "Fiammingo della Val Brembana".

Roma, 17 aprile 2021 – Il 17 aprile del 1966 a Parigi il tempo è balordo, piove a dirotto, fa freddo e nonostante la settimana precedente si sia festeggiata la Pasqua sembra invece di essere a Natale, in pieno inverno.

La 64° edizione della Parigi-Roubaix, la Regina delle classiche del Nord, sta per partire.

Il percorso di 262 km offre una prospettiva poco incoraggiante, con i tratti di pavé viscidi, insidiosi, quindi un’attenzione estrema da parte dei corridori a non volare sul lastricato.

La gara ha un grande favorito il belga Van Looy, vincitore di tre edizioni, ma la pattuglia degli italiani è di livello con buone possibilità per Durante, Motta, Dancelli, Adorni e il fiammingo della Val Brembana: Felice Gimondi.

I soliti carneadi infiammano la corsa già dalle prime battute per poi spegnersi o ritirarsi quando la kermesse si fa decisiva.

A circa 60 km dall’arrivo scappa il belga De Boever, un gregario di Van Looy.

Un lampo nel grigiore del cielo autunnale che prelude ad una tattica d’attacco del suo capitano, che però rimane confinato in fondo al plotone.

Nel frattempo non si contano le forature, tubolari squarciati, forcelle delle moto al seguito spaccate e autisti delle ammiraglie che imprecano per le rotture delle coppe dell’olio.

Rimangono circa una trentina di superstiti, dei 134 partenti, in equilibrio nel pantano.

Ancora una novantina di minuti di fango, di pozzanghere, prima di un’agognata doccia bollente.

I nostri pian, piano, crollano o cadono meno due: Dancelli e Il fiammingo della Val Brembana.

Gimondi scatta e strappa di potenza a quaranta km da Roubaix, con Dancelli che resiste per poco e con De Boever ormai a un tiro di schioppo.

Sul breve strappo in pavé di Mons-en-Pévèle Felice non vede più nessuno, nero come un minatore, senza mantella, né occhiali, scivola tra le pietre pigiando da forsennato sui pedali.

La figura di Gimondi, in uno scenario che esso stesso è la leggenda del ciclismo, è qualcosa di epico con i guantini neri di lana grezza ma con la maglia Salvarani a mezze maniche…

Dopo 262 km in sella, per sette ore di corsa, la maschera di fango di Gimondi entra da trionfatore nel velodromo di Roubaix con 4’08’’ su Janssen secondo.

E’ la consacrazione di un Campione assoluto che l’Italia si ritrova appena sei anni dopo la scomparsa del Grande Airone, Fausto Coppi.

Tuttavia c’è ancora qualcuno che stenta a riconoscere tale blasone e non è uno qualsiasi: è Jacques Anquetil.

Il Campione transalpino, in qualche misura riconoscente a Gimondi per aver battuto Poulidor nel Tour dell’anno precedente, punzecchia Felice.

<Bravo, una bella impresa, però ha sfruttato il fattore sorpresa, scappando da lontano, voglio vederlo attaccare quando lo marcano tutti.>

Gimondi, da bergamasco tosto, metabolizza le dichiarazioni di Anquetil e la settimana successiva vince la 52° edizione della Parigi-Bruxelles ad una media di 44km/h.

Nella classica delle due capitali, a circa dodici km dal traguardo, scatta su un tratto di pavé, al centro della strada.

Gli inseguitori invece cercano conforto pedalando sulla banchina in terra battuta ai lati della carreggiata, ma non ce n’è per nessuno.

Monsieur Anquetil il gioco è fatto, les jeux sont faits…

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