Calcio

Racconti di sport. Quel calcio di Boban

La sospensione di Serbia-Albania, finita in rissa per motivi politici, ci riporta ad un tragico precedente del 1990.

Roma, 15 ottobre – Tutto si confonde nei Balcani, ancora accesi di tensione per la tragica guerra civile che sfasciò la Jugoslavia dal 1991 al 1995. Qui la politica e l’odio etnico finiscono spesso con il mescolarsi al calcio, grazie al quale trovano visibilità e spesso impunità.

E la storia si ripete, come dimostra la sospensione di Serbia-Albania dell’altra sera per un drone con la bandiera della grande Albania che ha provocatoriamente sorvolato lo stadio del Partizan Belgrado scatenando la reazione del pubblico e dei giocatori serbi. La guerra del Kosovo è del 1999 (parliamo di un territorio a prevalente popolazione albanese ma rivendicato dalla Serbia) e Belgrado ancora non ha digerito l’indipendenza data a Pristina nel 2008.

Serbia-Albania, dunque, era una polveriera che poteva scoppiare ed è scoppiata e ora ci si chiede perché la Uefa, in sede di sorteggio, non abbia messo le due nazionali in gruppi diversi anche alla luce di quanto accadde, proprio nel calcio, il 13 gennaio 1990.

Quel giorno si doveva giocare Dinamo Zagabria-Stella Rossa alla stadio Maksimir di Zagabria nell’ambito del massimo campionato jugoslavo (la Jugoslavia era ancora unita), ma non si giocò e quanto accadde sul campo fece da preludio alla tragica guerra civile che sarebbe scoppiata dopo un anno. Nella Dinamo, squadra simbolo ed emblema della Croazia, giocava il ventunenne Zvonimir Boban, di cui tutti dicevano un gran bene, ma che quel giorno non riuscì a dimostrare che avevano ragione, perché poco prima del match sugli spalti si scatenò l’inferno. Una mega rissa tra tifosi avversari (o meglio, tra croati e serbi) che impedì l’inizio della gara. Per sedarla la polizia (composta in gran parte di serbi) attaccò soprattutto i tifosi di casa con manganelli e gas lacrimogeni, lasciando fare quelli ospiti della Stella Rossa. I supporters della Dinamo, di conseguenza, invasero il campo per dar la caccia a quelli serbi, scatenando l’intervento dei reparti antisommossa, che arrivarono con autoblindati e cannoni ad acqua. Nella concitazione generale proprio Boban colpì un agente con un calcio per proteggere un giovane tifoso croato dalle manganellate e poi venne salvato da alcuni tifosi e dirigenti della Dinamo.

La rivolta incendiò Zagabria anche all’esterno dello stadio fino a tarda notte e si concluse con una massa di feriti e arrestati.

Per quel calcio Boban fu sospeso per sei mesi e non convocato ai Mondiali del 1990, ma per il suo popolo diventò un eroe. In seguito dichiarerà: “Ho solo reagito a una grande ingiustizia alla quale non potevo restare indifferente. Quando il poliziotto mi ha colpito, ho risposto”.

Poco più di un anno dopo, nel giugno 1991, la Croazia dichiarò unilateralmente la sua indipendenza e la Serbia intervenne con i suoi carri armati per proteggere la minoranza di etnia serba che abitava in Croazia e che, per tutta risposta alla dichiarazione di quest’ultima, aveva proclamato la nascita di uno stato serbo in territorio croato.

Fu la fine della ragione e l’inizio dell’odio che fino al 1995 infiammò i Balcani con una guerra di tutti contro tutti le cui conseguenze si avvertono ancora oggi.

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