Calcio

Il maledetto 30 maggio giallorosso

Trenta anni fa la Roma perdeva la Coppa dei Campioni in casa contro il Liverpool ai rigori. Venti anni fa ci lasciava Agostino Di Bartolomei. Per i tifosi della Roma il 30 maggio è da cancellare.

Due eventi diversamente tragici e che, ovviamente, non possono essere paragonati tra loro in quanto a drammaticità, hanno contribuito a rendere pessima la data del 30 maggio per il tifoso della Roma.

Ci riferiamo alla sconfitta ai rigori nella finale della Coppa dei Campioni del 30 maggio 1984 ad opera del Liverpool (trenta anni fa) e, soprattutto, all’addio a tutti noi da parte del capitano di quella squadra, Agostino Di Bartolomei, del 30 maggio 1994 (venti anni fa).

Agostino Di Bartolomei è stato uno dei più grandi capitani della Roma e un mito per quell’intera generazione di tifosi che oggi gravita tra i quaranta e cinquant’anni. Un personaggio del quale il calcio odierno avrebbe un gran bisogno per il suo spessore umano e culturale. A chi ha avuto la fortuna di conoscerlo come noi, poi, manca ancora di più.

Quanto alla sconfitta della Roma con il Liverpool ci sono mille storie da raccontare. Per la prima volta nella competizione il trofeo venne assegnato ai calci di rigore; dopo sei finali consecutive terminate 1-0 una delle due squadre riuscì a rimontare lo svantaggio (la Roma, con l’1-1 di Pruzzo nei minuti finali del primo tempo); alla Roma vennero a mancare due rigoristi come lo stesso Pruzzo (costretto a chiedere il cambio nell’intervallo per una colica probabilmente di origine nervosa) e il povero Maldera, squalificato perché ammonito nella semifinale con il Dundee; con quel successo il Liverpool vinse la sua quarta Coppa dei Campioni in otto anni. La prima delle tre precedenti l’aveva conquistata sempre all’Olimpico di Roma  il 25 maggio 1977 contro i tedeschi del Borussia M.

A quella finale tra Roma e Liverpool si legano poi le storie di Falçao che non tirò il rigore e del presidente Viola che, costretto dal regolamento Uefa a scegliere un solo logo da apporre sulla maglia della Roma (che, come quella del Liverpool, per la finale era anche priva di sponsor, come voleva la prassi del tempo) rinunciò allo scudetto preferendo il lupetto. Il simbolo distintivo della sua squadra. Così la Roma diventò l’unica formazione italiana ad aver giocato la finale di Coppa dei Campioni senza il tricolore sul petto.

Intanto Venditti, al Circo Massimo, cantava “Notte prima degli esami” con quella strofa “… notte di sogni, di coppe e di campioni” che poi risultò un po’ beffarda per i tifosi della Roma come lui, ma che ha inevitabilmente segnato un’epoca.

Proprio come quella finale e quella squadra, guidata da Agostino, che sul dischetto si presentò per primo insaccando senza esitazione il suo calcio di rigore. Dopo la sconfitta, infatti, sia lui che l’allenatore Liedholm si trasferirono al Milan, chiudendo definitivamente la parentesi della meravigliosa Roma dei primi anni ottanta.

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