Calcio

Calcio – Roma harakiri, come la Juventus

calcio di franc allegriRoma, 5 aprile 2018 – Il calcio italiano continua a far parlare di sé in virtù delle curiosità che riesce a sollevare attorno alle sue prestazioni.  
La Juventus che,  da un tentativo di autorete di Chiellini fa scaturire il gol del secolo di Ronaldo capace di portare il suo piede destro a 2,37 metri dal suolo.  
La Roma che addirittura stabilisce un record internazionale irripetibile: regalare , via autogol, al Barcellona le prime due delle quattro reti che ridimensionano definitivamente il valore della formazione giallorossa.
Tutto molto sconsolante. Pittoresco, solo pittoresco!
Questo sarebbe il contenuto di uno sport nazionale che ci ha visto  quattro volte Campioni del Mondo, secondi dopo il Brasile ed alla pari della Germania? Uno sport che è praticato da milioni di giovani e viaggia da terzo mondista, mentre piccoli microcosmi azzurri  in tante discipline di continuo fanno risuonare in giro per il mondo l’Inno di Mameli: nel mese di febbraio, alle Olimpiadi della Neve, nel ciclismo, nella moto, nella Formula Uno.
Juventus e Roma appaiate nel fondo. Tutte prese ed appagate dall’egemonia che da anni impongono al calcio italico ma responsabili del crollo internazionale dello sport più seguito lungo lo Stivale.
Entrambe, soprattutto, accomunate  da un ritardo tecnico-tattico che chiede vendetta al cospetto di quanto accade altrove. Il disastro tecnico-tattico delle squadre più blasonate e dotate economicamente è sotto gli occhi di tutti.
Non c’è bisogno che si siano seguiti i seminari calcistici a Coverciano  (dove, comunque, si continuano a produrre allenatori che sono inutili cloni dei celebrati tecnici che vanno per la maggiore).  
Juventus, Roma, Inter (del Milan si specifica a seguire) sono nelle mani di allenatori italiani celebrati ma sorpassati nel gioco che propongono che si può esemplificare con la frase “palla lunga e pedalare”. Difesa e contropiede veloce, Lanci lunghi in profondità e cross dal fondo. Niente di nuovo in 30-40 anni; indietro ai tempi del catenaccio di Nereo Rocco.  
L’unica innovazione è il “possesso palla”, ovvero il sistema inventato per far trascorrere i minuti senza conseguenze ed annoiare e cacciare via dagli stadi gli spettatori.
Già sarebbe qualcosa!  Il guaio è  che “il possesso palla all’italiana” è totalmente diverso dall’originale praticato dappertutto. Da noi i passaggi fra i giocatori sono lunghi ed improduttivi, oltre che intercettabili, perché telefonati.
Il palleggio, gli scambi devono essere brevi e veloci. Tali da mettere fuori equilibrio gli avversari. Proprio come accade quando nelle fasi di riscaldamento pre-partita,  i giocatori praticano il cosiddetto “torello” dove i giocatori in circolo si trasmettono  l’un l’altro il pallone con un tocco solo mandando a vuoto i tentativi di intercetto  da parte di un giocatore al centro del circolo.
Questi tocchi misurati  sono bagaglio tecnico che qualsiasi calciatore (specie professionista) possiede. Però va esercitato individualmente e coralmente .
Inoltre esso va associato ad un altro movimento collettivo fondamentale: il pressing a tutto campo.
Ieri il Barcellona ha da dato una ennesima dimostrazione del perché da anni è il club al vertice del mondo: pressing aggressivo da parte di tutti (anche di Messi) necessario per accaparrarsi il pallone. Quindi possesso palla (“torello” o “Tiki-taki”) a breve distanza, anche in affollamento.
È evidente che per fronteggiare tali manovre  l’agilità è importante. Più sei alto, grosso e legnoso e più  sarai in difficoltà  nel girarsi e rigirarsi.  Più sei difensore del biotipo guerriero aggressivo e generoso come l’altro ieri Chiellini, Barzagli e compagnia o  come ieri a Barcellona,  Manolas  o Fazio (quindi il tappabuchi De Rossi) e più ti troverai  frastornato al punto da calciare tu stesso il pallone in rete. Quasi un atto liberatorio.
Che conseguenze tirare fuori per raddrizzare le sorti dell’italico calcio?
Intanto il perché di quello che è accaduto con la Nazionale fuori dal giro mondiale ed i Club nostrani fuori dalla Champions (ma c’è il ritorno… lasciamo perdere: siamo seri!) è un dato acquisito. Tanto Allegri, che Spalletti ed anche Eusebio Di Francesco, stanno facendo nobili tentativi per allinearsi ai dettami giusti. Ma è evidente, non è nel loro DNA.  
Di Francesco  è arrivato alla Roma per la fama  di allenatore “spagnolo” emulo di Sarri che si era conquistata in cinque anni al Sassuolo  (che ancora si giova dell’eredità da lui lasciata). Ma, evidentemente,  si trova in mano giocatori, sia avanti che dietro,  con profili tecnico atletici  in qualche maniera compromessi. 
La Roma, in effetti, sembra la più distante fra le big in termini di modernità. Peccato perche la società giallorossa nel 2011, appena diventata “americana”, la prima cosa che aveva fatto era stata ingaggiare l’allenatore del Barcellona Luis Enrique proprio per introdurre in Italia i segreti del calcio spagnolo. Il tecnico iberico portò con sé anche il suo secondo De La Pena  con l’intento di introdurre anche la preparazione tecnica fisica adatta allo scopo in tutti i settori della società fin da quelli giovanili.
Qualcuno, però,  pensava  che la Roma dovesse vincere lo scudetto al primo anno. Così, a metà del suo lavoro, Enrique  lasciò Roma per tornare a Barcellona.  Una occasione persa per la Roma e tutto il calcio italiano.
Più ottimistico , invece, il messaggio che arriva dalla ex Grande Milan.  Rino Gattuso, veramente è riuscito in tempi record a governare modernamente il Milan sia nel “Tiki-taki” che nel pressing.  La squadra balbettante, slegata, senza idee né gioco lasciata da Montella, ha tenuto a bada la corazzata Inter nel derby grazie soprattutto al pressing ed al possesso palla eseguiti in continuità da una squadra che non vanta certamente i talenti che affollano, invece,la squadra “all’italiana” di Spalletti.
In conclusione c’è poco da stare Allegri (o Di Francesco, o Spalletti) !!
Nell’Italia calcistica qualcosa si sta muovendo, ma non ai vertici dove si difende lo statu quo. La rivoluzione deve avvenire, e sta avvenendo, come sempre dal basso.
Il vertice, il Coni Malagò-Fabbricini, si  preoccupi solo di evitare che la Nazionale (pilota del rinnovamento) non venga affidata ad un tecnico paludato e lasci lavorare un giovane preparato come Di Biagio che ha il vantaggio anche di costare meno.  È un difetto, un limite questo?
Ed i Grandi Club? Quelle sono società a fini di lucro venute anche dall’estero. Sarà loro interesse seguire l’onda.
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