Racconti di sport

Walter Bonatti, le sue vette, i suoi viaggi.

A dieci anni dalla morte un ricordo del più grande alpinista-esploratore dello scorso secolo.

Roma, 13 settembre 2021.

 

La ricorrenza.

La data di oggi segna il decimo anniversario della scomparsa di Walter Bonatti, l’uomo che ha illuminato la scena mondiale dell’alpinismo dalla seconda metà degli anni cinquanta.

Bonatti, bergamasco classe 1930, cresce alpinisticamente nel gruppo dei <Pel e Oss> di Monza e insieme ad altri giovani comincia a cimentarsi con le prime scalate.

Nel 1951, a soli 21 anni, supera la parete Est del Gran Capucin, nel massiccio del Monte Bianco, con una tecnica innovativa per i tempi.

I 400 metri di arrampicata su roccia granitica, non calcarea, sono superati con punti di ancoraggio progressivi attraverso 170 chiodi da roccia.

L’innovazione di Bonatti sta anche nel racconto dell’impresa attraverso una collaborazione col settimanale L’Europeo.

Un’apertura sul mondo dell’alpinismo, fino ad allora circoscritto alle sole riviste specializzate, decisivo per le future generazioni.

Prima della famosa spedizione del 1954 sul K2, Bonatti si mette in luce con la conquista della Nord della Cima Ovest di Lavaredo e della Cresta Furggen (Cervino).

La spedizione del K2 rimane una spina dolorosa per Bonatti che si sacrifica per permettere a Compagnoni e Lacedelli di conquistare la prestigiosa vetta.

Bonatti non si vede riconosciuto il merito di aver portato le bombole d’ossigeno ad oltre 8000 metri, rischiando la vita, bivaccando all’addiaccio.

Viene accusato di aver mentito sulla questione e solo dopo cinquanta anni il CAI gli riconosce la veridicità di quanto testimoniato.

La carriera alpinistica di Bonatti si chiude esattamente il 22 febbraio del 1965, prima solitaria sulla parete nord del Cervino con il termometro che segna 30 gradi sotto zero…

Un’impresa da leggenda e quando su in cima gli appare la Croce, Bonatti la stringe al petto sentendone la sua struttura metallica e lasciandosi andare ad un pianto liberatorio.

A 35 anni Bonatti si dedica all’esplorazione e sotto contratto col settimanale Epoca sforna racconti, migliaia di fotografie, in un sodalizio che dura fino alla fine degli anni ’70.

Giungle, ghiacci, deserti, vulcani, dall’Alaska, alla Bolivia, dal Nepal, alla Nuova Guinea, con reportage dalla Patagonia, dall’Antartide, da Capo Horn, tanto per citarne alcuni.

Appena valicata la soglia dei cinquant’anni, inizia per Bonatti un’altra splendida avventura.

L’incontro con Rossana Podestà, una delle attrici più amate della sua generazione, con cui trascorre trent’anni meravigliosi.

Bonatti si divide con Rossana tra Milano, Roma, l’Argentario non tralasciando viaggi in varie parti del mondo per trovare poi il definitivo buen ritiro a Dubino in Valtellina.

Walter Bonatti nel suo percorso di vita scrive molto e due suoi pensieri mi piace ricordare in particolare.

Dopo la scalata sul Monte Bianco, fine anni cinquanta, dichiara:<Là dove il mazzo non è stato truccato per vincere ad ogni costo, esistono ancora il gioco, la sorpresa, la fantasia, l’entusiasmo della riuscita e il dubbio della sconfitta>.

Un anno prima di chiudere con l’alpinismo dice:<Non esistono tue montagne, ma esistono tue esperienze. Sulle montagne che hai scalato possono salirci altri, ma le tue esperienze non te le piglierà più nessuno>.

I reportages e le fotografie che Bonatti, più di cinquant’anni fa, mostra agli italiani sono gli occhi che fanno sognare viaggi in terre selvagge e vergini.

Un antesignano rispetto allo sviluppo che la materia ha avuto recentemente con la televisione.

 

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