Racconti di sport

Racconti di Sport. Mar Del Plata, 1978

rugby laplatasquadraL’Argentina della dittatura militare nel romanzo di Claudio Fava.

Roma, 5 aprile – La palla ovale fu introdotta in Argentina negli ultimi decenni del XIX secolo, nell’ambiente elitario delle scuole francesi e inglesi; dopola Seconda GuerraMondiale la pratica sportiva si estese anche agli altri ceti sociali, con coinvolgimento delle seconde e terze generazioni di immigrati, in prevalenza quelli di origine italiana. Oggi la selezione biancoceleste (i Pumas) sono una delle nazionali di vertice a livello mondiale.

Su questo sport, ma non solo, verte il breve romanzoMar del Plata”,scritto dal giornalista, scrittore, sceneggiatore e politico Claudio Fava (il cui padre Giuseppe, direttore del giornale “I Siciliani”, fu assassinato per mano mafiosa a Catania nel 1984, su mandato di Nitto Santapaola, come accertato da sentenza passata in giudicato).

La vicenda, di cui sono protagonisti i giovani giocatori del Rugby Club La Plata, è ambientata in Argentina nel 1978, durante i mesi che precedettero il Mundial calcistico (di cui abbiamo già parlato in altri articoli:Racconti di sport: Argentina ’78” e “Racconti di sport: “Don’t cry for me Argentina”.  

Per dovere di memoria storica bisogna sottolineare che il regime totalitario guidato da Jorge Videla, oltre agli atroci delitti finalizzati allo sterminio di quasi un’intera generazione, si macchiò anche di un altro misfatto, certamente non comparabile con il genocidio degli oppositori, ma che resta impresso nella cronaca non solo sportiva. L’evento calcistico, innegabilmente pilotato dalla dittatura militare come strumento di propaganda e di mistificazione della realtà, si concluse con la tutt’altro che limpida vittoria dell’Argentina. Laseleccion albicelestegiunse infatti come programmato in finale, dove si impose sulla migliore squadra al mondo in quell’epoca, l’Olanda orfana di Crujff, emblema di innovazione e libertà non solo in termini tattici. Ma qui rischiamo di deviare dal percorso narrativo originario.

Torniamo perciò al romanzo, già oggetto di molte recensioni alla sua uscita nel 2013 (addeditore, Torino) e poi al debutto dell’omonima piéce teatrale curata dall’autore. La storia, benché rimodulata nel flusso narrativo, è purtroppo vera nella sostanza e si ispira alla triste sorte del Rugby ClubLa Plata, città capoluogo della provincia di Buenos Aires. La talentuosa squadra, in cui militavano anche alcuni attivisti dell’opposizione alla dittatura, fu sterminata progressivamente dalla efficientissima organizzazione repressiva che aveva nellaEscuela Militar dela Armadaa Buenos Aires il suo centro nevralgico. Il merito di aver ricostruito la vicenda è del giornalista Gustavo Veiga, del quotidiano progressista “Pagina12”(Pagina doze), grazie all’unico testimone e superstite: il capitano Raul Barandiaran Tombolini, ruolo tre-quarti, di origini siciliane.

Fava ha mantenuto col vero nome solo il protagonista, Raulito, mentre si è affidato alla finzione per gli altri personaggi e luoghi; a conclusione del racconto l’autore ci induce a riflettere sui possibili parallelismi tra la violenza della dittatura militare e quella della società mafiosa, vissuta sulla sua pelle quando era pressoché coetaneo degli sfortunati protagonisti del romanzo. La tradizione rugbystica del rispetto rigoroso delle regole e della lealtà nei confronti degli avversari diviene così metafora dell’intera vicenda, per lo stridente contrasto con il totale disprezzo della libertà, dei diritti e dei valori altrui che accomunano invece le mentalità i regimi totalitari e la criminalità organizzata sicula.

Emblematica è la frase che pronuncia l’allenatore nel tentare di convincere i suoi giocatori a cogliere l’occasione di trovare rifugio in Francia: “Avete vent’anni. Vi ammazzano perché non conoscono i vostri pensieri. E questo li fa impazzire”.

La rubrica Racconti di sport ha un tratto caratteristico che accomuna chi vi collabora: il cercare di integrare la narrazione di un evento con le sensazioni provate o con episodi particolari all’epoca vissuti direttamente da chi scrive. Con tale approccio mi permetto perciò di riservare queste ultime righe al modo in cui ho imparato a conoscere l’Argentina e ad amare la sua cultura.

Alla fine degli anni ’70 trovarono asilo a Roma, come in altre città europee, famiglie sudamericane, prevalentemente argentine, in fuga dalla feroce repressione delle dittature militari dei loro paesi, che avevano già ucciso loro congiunti e che probabilmente sarebbero arrivati ad altri membri dei loro nuclei. Queste persone, nonostante le difficoltà economiche, emotive e linguistiche, hanno ricostruito qui le loro vite, conservando la memoria e la tradizione delle proprie origini.

Nel 1978, alla fine della mia quinta elementare, mio padre acquistò il primo televisore a colori marca Voxson, grazie al quale seguii il Mundial argentino, vedendo più partite possibili nonostante la differenza di fuso orario. In quegli anni nacquero amicizie tra la mia famiglia e alcune che dal Sudamerica ricominciavano in Italia, quasi dal nulla, le proprie esistenze. Quasi quarant’anni dopo, tutti i legami fraterni nati in quell’epoca, tra i bambini e gli adulti di allora, sono cresciuti e vivono solidissimi, perfetto innesto reciproco tra due culture. Grazie agli amici argentini ho imparato la lingua, la tradizione gastronomica, culturale e musicale del loro Paese, ma ho potuto anche apprendere le tragedie individuali e collettive che li avevano sfiorati o colpiti in pieno negli anni bui. Ho poi visitato direttamente quella meravigliosa terra nell’estate del 1991, con il privilegio e la guida di alcuni di loro, potendo stringere altre amicizie. All’epoca la transizione alla democrazia era ancora in corso: la moneta corrente era l’Austral, presidente Carlos Raul Menem, subentrato da un paio d’anni al traghettatore Raul Alfonsìn. Ricordo un impiegato cambiavalute rimbrottarmi per uno stemma sul mio maglione di marca marinara, che comprendeva ununion jack,odiato vessillo britannico che riapriva ferite ancora freschissime della sciagurata guerra delle Malvinas. Resta indelebile lo sconcerto provato nell’ascoltare aLa Cumbre, sulla Sierra de Cordoba, un mio coetaneo parlare della morte del cugino del padre, trovato decapitato per strada, come di un episodio da inquadrare comunque nel contesto di una “guerra civil”. Era una guerra sì, ma di civile non aveva nulla.

Poter parlare di queste vicende, nel bellissimo spazio di libertà che “Attualita.it” rappresenta, è il sentito omaggio non solo ai rugbysti desaparecidos, ma anche a tutte le persone che hanno vissuto analoghe tragedie e, dopo un nuovo inizio, hanno trovato la forza di raccontarle.

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