Racconti di sport

Peppino Prisco.

Ricordo di un mondo e di un personaggio esclusivo.

Roma, 8 marzo 2022.

 

Quasi tre mesi fa, esattamente il 12 dicembre in occasione del ventennale dalla sua scomparsa, volevo rendere omaggio ad uno dei personaggi più incredibili del calcio italiano: il Principe del foro meneghino, Giuseppe <Peppino> Prisco.

Problemi tecnici hanno impedito, in quei giorni, la pubblicazione di quella ricorrenza.

Oggi colgo l’occasione per celebrare l’entrata nella Hall of Fame nerazzurra di Peppino Prisco, tra quelli che hanno segnato la storia dell’Inter.

Penalista, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano, ma soprattutto alpino decorato con la medaglia d’argento al valor militare a seguito della campagna italiana di Russia, che porta a termine nella Divisione Julia.

Peppino Prisco annusa profumo di Inter già a otto anni, complici degli zii che lo coinvolgono in un festeggiamento per una vittoria sul Milan.

Ricopre diverse cariche all’interno del club fino a diventare vice-presidente nel 1963, ruolo che mantiene fino alla scomparsa.

Al di là dei vari munifici presidenti che si sono succeduti, da Moratti padre e figlio a Fraizzoli a Pellegrini, Prisco è il personaggio più riconoscibile del mondo interista dagli anni sessanta fino all’inizio del terzo millennio.

E’ <L’Interista> per antonomasia, ironico, pungente, mai sgarbato, elegante anche nei momenti più difficili quando è preso di mira da milanisti e juventini, nemici storici.

Prisco cresce nel mito di Giuseppe Meazza, ma l’idolatria giovanile viene letteralmente offuscata dall’avvento di Ronaldo, il Fenomeno brasiliano.

E’ talmente perso per quest’ultimo che si lascia scappare:<Chiedo scusa ai miei genitori, ma in mezzo alla foto di loro due porto sempre quella di Ronaldo>.

Le sue battute sono proverbiali, proferite nei molteplici interventi nelle varie trasmissioni sportive a cui non si sottrae mai anche in periodi di magra.

<Prima di morire divento milanista, così sparisce uno di loro>, <A Milano ci sono due squadre: L’Inter e l’Inter Primavera…>, <Il vero interista è interista al 20%, all’80% è antimilanista>.

Sono solo alcune delle innumerevoli e simpatiche punzecchiature che Prisco dispensa nel suo percorso.

Un capolavoro vero lo compie, da consumato penalista, nel 1971.

Nell’ottobre di quell’anno l’Inter, nell’andata dell’ottavo di finale dell’allora Coppa dei Campioni, perde clamorosamente per 7-1 a Monchengladbach contro il Borussia di Netzer e Heynckes.

E’ la famosa partita della lattina di coca-cola che colpisce Boninsegna, centravanti interista, a metà primo tempo sul punteggio parziale di 2-1.

Prisco, con abilità straordinaria, riesce a perorare la causa di richiesta della vittoria a tavolino ottenendo, nel ricorso all’Uefa, l’annullamento della gara e la ripetizione della stessa in campo neutro.

La partita che doveva essere il ritorno a Milano diventa l’andata e viene vinta dai nerazzurri per 4-2, mentre il ritorno in campo neutro finisce 0-0 con l’Inter che passa ai quarti della manifestazione.

Un capolavoro assoluto in un periodo in cui l’Uefa non prevede annullamenti o ripetizioni delle gare ma solo forti ammende ed eventuali squalifiche del campo di gioco…

Nei vari salotti televisivi gli rammentano di un Inter-Milan perso in maniera sanguinosa per 0-6; lo stuzzicano chiedendogli cosa fosse successo:<Lo 0-6 nel derby? Non me lo ricordo e poi i giornalisti ne inventano sempre tante…>.

Peppino Prisco, uno degli ultimi esponenti di un calcio romantico che oggi, in preda ad esasperazioni esagerate e dubbie appartenenze, non esiste più.

 

 

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