Racconti di sport

La Plata Rugby Club – la squadra dei desaparecidos – terza e ultima parte

La porti un cazzotto a Frascati

Roma, 22 dicembre 2020 – Nella terza e ultima puntata del racconto della tournée in Italia di fine anni ’70 del La Plata Rugby Club andiamo alle pendici dei Colli Albani, al campo “8 Settembre” di Frascati.

Qui si svolse una partita turbolenta tra la squadra dei Castelli Romani, che stava vivendo uno dei momenti migliori della sua storia e il La Plata Rugby Club.

A guidare il Frascati era Paolo Paladini, che poco dopo sarebbe approdato alla panchina della Rugby Roma e quindi a quella della Nazionale maggiore (1981-85).

In quella stagione il Frascati Rugby vestiva una maglia analoga a quella dell’A.S.Roma calcio, prodotta dallo stesso sponsor tecnico di quest’ultima, la Pouchain.

Come si vede nella foto della partita di Frascati qui allegata che abbiamo avuto per gentile cortesia di Marco Paiella, immortalato mentre riceve palla da Girini, con “el Chino” Valdez che accorre per contrastarlo.

Tra i giocatori del Frascati ricordiamo Franco Bargelli (per lui 14 presenze in nazionale) e Marco Paiella, attuale preparatore atletico della S.S. Lazio.

La partita tra il Frascati e il La Plata Rugby Club fu precocemente interrotta sul 16-15 per i frascatani a causa dell’estrema durezza degli scontri, degenerati in una rissa micidiale, come ci raccontano alcuni protagonisti dell’incontro.

Tra gli italiani raccogliamo le testimonianze di Paolo Paladini e Marco Paiella.

Paolo Paladini: “Con le squadre argentine la ruvidità era garantita. Dal punto di vista tecnico non fu certo una partita memorabile, anzi fu anomala per le continue interruzioni causate dalle zuffe. Della situazione in Argentina non sapevamo molto, giungeva qualche notizia dei desaparecidos, ma la verità sarebbe emersa solo qualche anno dopo, con la caduta della dittatura militare. A Frascati l’ambiente rugbistico non era affatto politicizzato, diversamente dalla Capitale”.

Marco Paiella: “Eravamo in vantaggio noi quando si interruppe il gioco. Io feci un placcaggio molto duro sull’estremo argentino Gavranic, che era ancora in aria per raccogliere un pallone calante dall’alto. La situazione degenerò poco dopo per il violento pugno tirato al nostro estremo Rossi dal loro numero 6, aggressivo come un pitbull (si tratta di Carlos Guerrero, che oggi fa il medico, ndr.)”.

Ecco invece i ricordi degli argentini.

Cominciamo con Josè “Pato” Roán, seconda linea e membro di una dinastia di Canarios.

Nel club, di cui è stato anche presidente nel 2018-19, ci aveva giocato suo padre e ci giocano i suoi figli, tra cui Guillermo, pilone con diversi anni di militanza in Italia tra Prato, Rovigo e Parma.

Ingegnere agrario, Pato è professore alla Universidad Nacional de La Plata e si occupa di agricoltura sostenibile: “Nel nostro gruppo nessuno era interessato alla politica. Eravamo giovani con “ninguna camiseta”. La società argentina dell’epoca era profondamente divisa. La paura era forte e in molta gente comune, anche in buona fede, si era insinuato il sospetto che gli arrestati desaparecidos potessero avere delle responsabilità. “Algo habrán hecho”(qualcosa avranno fatto, ndr) era la frase emblematica che si diceva. Così si viveva da noi negli anni finali della dittatura, in cui molti si rifugiavano in un meccanismo di occultamento della realtà. Ricordo che a Frascati fui io il capitano, per l’infortunio di Santander. E fu una vera battaglia, tanto che uscimmo dal campo con la folla che inveiva contro di noi e ci sputava addosso. Per uscire dagli spogliatoi ci scortò la Polizia”.

Proseguiamo con Carlos Varela, pilone, oggi professore di educazione fisica ed impegnato socialmente nelle villas miserias con progetti di diffusione del rugby tra i giovani.

La “gira” del 1979 fu totalmente autofinanziata con lotterie, feste, balli e donazioni cominciate quasi due anni prima – ci dice – furono 35 giorni in Europa, una esperienza indimenticabile che unì il gruppo in maniera fortissima. Al ritorno in Argentina la squadra era molto cresciuta tanto che conquistammo la promozione nella massima serie. A Roma alloggiammo in un collegio di suore vietnamite, dove dovevamo rientrare e cenare presto, quasi fossimo in clausura. Del nostro gruppo faceva parte anche Mario Larraín, medico dei Pumas nel Mondiale di Francia del 2007. Eravamo una squadra combattiva, Carlos Guerrero era sicuramente il più irruento. “Peguen abajo, que arriba no duele”(picchiate sotto, che sopra non fa male, ndr), si diceva. Però le nostre squadre si sono sempre basate sulla forza del gruppo, senza contare sugli individualismi”.

Infine Mario Barandiarán, centro, ha giocato anche nei Pumitas. E’ stato allenatore della prima squadra del La Plata Rugby Club a più riprese (1994-95, 2008, 2012-13) e dal 2004 al 2008 ha fatto parte dello staff dell’Argentina guidata da Marcelo “el Tano” Loffreda che ha patrtecipato ai Mondiali 2007.

Oggi vive in Spagna dove dal 2017, lasciata la URBA dopo 19 anni, è general manager della prima squadra del Valladolid Rugby Asociación Club: “Avevo 19 anni, ero giovanissimo e arrivavo con curiosità in Italia, il paese da cui veniva mio nonno, nativo di Porto Maggiore, vicino Ferrara. Noi vivevamo in una condizione di paura estrema, dopo quello che era successo ai coetanei di mio fratello. Anche se in cuor nostro avevamo repulsione della dittatura, evitavamo di parlarne tra di noi. Era forte il timore che tra i nuovi arrivati nella squadra potesse esserci qualche infiltrato. A distanza di tempo penso che tutti possano comprendere con empatia la nostra condizione. Che era quella di una gioventù condizionata mentalmente dalla strategia della repressione durissima. Fu perciò una grande rivincita per noi poter partecipare a quel tour in Europa, anche per verificare cosa si sapesse lì di quello che accadeva in Argentina. Ricordo poi benissimo la situazione surreale a Frascati, la scorta della Polizia sino al bus e uno sbrigativo terzo tempo con un poco di vino e biscotti dentro al campo sportivo, a rissa finita, ma con il timore che si riaccendesse la scintilla».

Per ora finisce qui il nostro racconto che dopo oltre quarant’anni prova a chiudere un cerchio di terzi tempi mancati, di storie non dette e di tragedie silenziose, in un abbraccio ideale – dopo molti cazzotti di fine anni ’70 – tra amanti del rugby d’Italia e d’Argentina.

E scriviamo “per ora” perché sarebbe bello assistere ad un’altra tournée de Los Canarios dalle nostre parti o a una visita di squadre romane in Argentina.

Un incontro tra giovani della generazione successiva e quelli di allora.

Noi proviamo a lanciare la suggestione in questa righe e chissà che qualcuno non la raccolga.

Un “ritorno al futuro”, ma nella consapevolezza piena del passato, tra le rive argentate del Rio della Plata e quelle del biondo Tevere.

Questo articolo è anche sul numero 153 di Allrugby di Dicembre 2020, disponibile anche in formato digitale per gli abbonati sul sito www.allrugby.it. Lo pubblichiamo su attualita.it in virtù dei consolidati rapporti di collaborazione tra le due testate.

FINE

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