Racconti di sport

Kaiser Franz.

Omaggio al talento di uno dei più grandi calciatori dello scorso secolo.

Roma, 10 settembre 2020. Quando si ha la capacità, la fortuna, di vincere un Campionato del Mondo di calcio in casa propria, nella propria città, va a farsi benedire la locuzione latina nemo propheta in patria, <<nessuno è profeta nella propria patria>>.

E’ quello che è successo a Franz Beckenbauer, il Kaiser, nel 1974 quando conquista da capitano il secondo titolo mondiale, nella storia della Nazionale tedesca, di calcio.

Domani, 11 settembre, il Kaiser compie 75 anni in un periodo non brillantissimo della sua vita, problemi di salute e personali, ma che non impedirà a chi di dovere di omaggiarlo come si conviene in quel di Monaco di Baviera.

Kaiser significa imperatore e nessun altro soprannome potrebbe descrivere al meglio la carriera calcistica di Beckenbauer. L’appellativo, che gli rimarrà appiccicato per tutta la vita, nasce a Vienna nel 1968 in occasione di una visita guidata al castello degli Asburgo prima di un’amichevole del Bayern. I fotografi sistemano Franz a fianco di un busto dell’imperatore Francesco Giuseppe d’Austria e l’indomani nella didascalia i giornali riportarono:<< I due Kaiser>>.

Fuoriclasse assoluto dal punto di vista tecnico e del portamento in campo, esplode nel 1966 ai Mondiali d’Inghilterra nel ruolo di centrocampista, ribadito quattro anni dopo in Messico dove nella leggendaria semifinale contro l’Italia rimane stoicamente in campo con una clavicola lussata ed una vistosa fasciatura che gli lega il braccio destro intorno al collo, non rinunciando a smistare una quantità enorme di palloni col suo magico esterno destro.

Negli anni successivi, prima del trionfo mondiale del ’74, Beckenbauer conquista l’Europeo con la Nazionale nel 1972 giocando nella nuova posizione di centrale difensivo. E’ un’intuizione del commissario tecnico tedesco Helmut Schoen che gli consiglia di arretrare la posizione ben sapendo che nel nascente squadrone germanico la classe di Franz, partendo da dietro, ben si sarebbe amalgamata con dotatissimi centrocampisti come Netzer e Overath insieme a Breitner, al cannoniere Muller, al grande portiere Maier e all’insuperabile stopper Schwarzenbeck.

Si parlerà per anni di <<libero alla Beckenbauer>> anche se quel tipo di trasformazione tecnica fu preceduta da Pierluigi Cera che, per necessità, nel Cagliari Campione d’Italia del 1970 fu retrocesso da mediano a libero dall’allenatore Scopigno e gli consentì, sullo slancio, di disputare un grande mondiale con gli azzurri in Messico nel giugno 1970. Qualche anno dopo nel 1983 lo stesso percorso lo compì nella Roma il compianto Di Bartolomei, su idea del maestro Liedholm che a centrocampo poteva contare su gente come Falcao, Ancelotti, Prohaska, Conti.

Tornando al Kaiser gli anni ’70 lo vedono grande protagonista con allori conquistati sia a livello personale, con due Palloni d’oro, che di squadra con tre Coppe dei Campioni, una Intercontinentale e tre scudetti col Bayern. Nel 1977 accetta un munifico contratto con i Cosmos di New York e anche lì vince tre campionati nord-americani di seguito, per poi tornare in patria all’Amburgo, dove quand’era al Bayern veniva regolarmente insultato e fischiato, e rivincere un ultimo titolo nazionale.

Il fuoriclasse che è in lui non cessa di esistere perché senza avere il patentino di allenatore viene chiamato per risollevare le sorti di una derelitta Nazionale tedesca dopo il naufragio agli europei per nazioni del 1984 ed in sei anni arriva alla conquista del terzo mondiale nel 1990 in Italia, dopo averlo sfiorato nel 1986 arrivando secondo nella finale contro l’Argentina di Maradona.

Detiene un singolare primato insieme al brasiliano Zagallo ed al francese Deschamps e cioè mondiale sul campo e mondiale in panchina.

Il Kaiser, appunto…

 

 

 

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