Racconti di sport

Gli scapigliati del pallone

Zigoni, Vendrame, Sollier, Meroni. Gli “scapigliati” che hanno reso indimenticabile il calcio degli anni ’60 e ‘70.

Roma, 6 aprile 2020 – Ezio Vendrame, che ci ha lasciato pochi giorni fa, è stato uno degli scapigliati del calcio italiano degli anni ’60 e ’70 insieme a Gianfranco Zigoni (nella foto), Paolo Sollier, Gigi Meroni. Eroi delle domeniche pallonare della brava gente molto conformista dell’epoca che, di fronte alle loro stravaganze calcistiche e non, spesso storceva il muso. Anticonformisti, d’altronde, lo erano davvero e gli episodi che lo dimostrano si sprecano. Dalla gallina portata a spasso al guinzaglio da Gigi Meroni per le vie di quella Torino nella quale era diventato un mito dei tifosi del Toro alla pelliccia e al cappello da cowboy con cui Zigoni andò una volta in panchina quando giocava nel “suo” Verona. “Perché Valcareggi, l’allenatore, quel giorno non volle farmi giocare per scelta tecnica – ci ha raccontato una volta – hai capito? Per scelta tecnica Zigo va in panca (parla spesso in terza persona, ndr) e allora, dato che faceva freddo, mi sono messo la pelliccia e il cappello, perché non mi andava di prendermi un raffreddore per colpa sua”. Dal pugno di chiuso con cui Sollier entrava in campo al “Curi” di Perugia salutando la curva dei suoi ultras, che si chiamavano “Armata Rossa” (e avete capito da che parte tirava il vento umbro di quel periodo) alla vena poetica e alle tante donne del povero Vendrame (una volta, quando giocava nel Napoli, un cameriere dell’albergo in cui abitava gli chiese se teneva “o cazz’ e fierro” perché una ne entrava e una ne usciva dalla sua stanza). Episodi, aneddoti, stravaganze e colpi di testa, che preferiamo chiamare “colpi di genio”, che ce li hanno sempre resi simpatici, perché ci piace chi canta fuori dal coro. E non a caso erano tutti uomini di attacco, tecnica e fantasia. Di quelli, insomma, che fanno sognare i tifosi delle squadre in cui giocano e impaurire quelli delle formazioni avversarie. Zigoni che si credeva più forte di Pelé e che, quando lo incrociò in un’amichevole romana tra la sua Roma e il Santos, vedendoselo davanti, cadde in una crisi depressiva che lo accompagnò per quasi tutta la partita, spingendolo anche a pensare di annunciare il suo ritiro dal calcio a fine gara perché aveva visto dal vivo uno più forte di lui. Poi, però, Ginulfi parò un rigore proprio ad “O’Rey” e Zigo si ricredette, vedendo che anche lui era umano come gli altri. E continuò a giocare. O Vendrame, che durante una partita bloccata sullo 0-0 e senza troppe emozioni si mise a dribblare tutti i compagni (portiere compreso) per poi fermarsi sulla linea della proprio porta a guardarli, come per dirgli “Ci svegliamo?”. Lui e Gigi Meroni si sono contesi l’appellativo di “Best italiano”, anche se poi quello vero, di Best, a questi li ha battuti tutti in quanto a mattane e colpi di testa. Lui che era la classica rappresentazione del calciatore inglese del suo periodo, visto che aveva tre dei quattro vizi tipici dei footballers di Sua Maestà: alcool, donne e fumo. Sul quarto, le scommesse, non giureremmo. Anche se le cronache che parlano di lui le citano quasi niente rispetto agli altri tre. Insomma, avete capito che se volessimo continuare a scrivere di questi calciatori che ci hanno reso indimenticabili le domeniche pallonare della nostra gioventù potremmo praticamente fare un libro. Dunque meglio fermarci qui e chiudere questo breve pezzo a ricordo delle loro gesta, ispirato proprio dalla scomparsa di Vendrame, riconoscendogli un merito che avevano per davvero: in campo erano forti come pochi altri ma, rispetto a quelli, qualche volta preferivano vivere a modo loro. Vagli a dare torto.

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