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Si chiude il 2016. Anche nello sport tempo di tirare le somme, di festeggiare i migliori. Chi? Perché?

sportRoma 21 dicembre 2016 – Prima , però, occorre mettersi d’accordo sul criterio da adottare. Altrimenti si corre il rischio di confrontare elementi assolutamente disomogenei. Di commettere partigianerie ed ingiustizie. Di preferire un certo parametro per promuovere ciò che ci interessa. C’è da diffidare, per esempio, di criteri che si affidano, alla popolarità di uno sport per ottenere maggiori consensi. Il primo posto andrebbe sempre ad un calciatore. Oppure ai numeri: ”Ha vinto un oro e tre argenti; quinto scudetto consecutivo”. Oppure ai primati : “il più giovane oro della storia”. E così via.
Ma in che cosa consiste il fascino trascinante dello sport? È suscitare emozioni. Ecco un buon metro di misura appare proprio questo. Per capirci,  il campione che per la quinta volta (come un Ronaldo od un Messi ) vince il pallone d’oro, produce scarse emozioni. Rispetto, simpatia, ammirazione tanta. Emozioni, in effetti, poche. Mentre Davide che, sublimandosi in gara, batte Golia, desta emozioni inusitate.
 Può apparire un criterio poco oggettivo, rispetto a quello numerico. Ma, riflettendo bene, non è così.  In primo luogo perche le statistiche sono materia fredda che non ha mai emozionato nessuno, mentre emozionarsi è cosa comune a tutti: “Se sono una persona normale, ciò che emoziona me  emoziona anche  il 90% delle altre persone”. Qui la considerazione statistica, in vece, appare utile…
Ciò premesso scavando  nelle emozioni sportive dell’anno (arricchito dalle quadriennali Olimpiadi) giunte alla portata del grande pubblico italiano (soprattutto televisivo), si arriva ad una prima selezione di 15 protagonisti.

Tania CAGNOTTO  – tuffi, 31 anni di Bolzano,  (figlia di Giorgio, bimedagliato Olimpiadi Monaco 1972) a Rio chiude una splendida carriera, affrontando con coraggio e perizia e conquistando due medaglie al termine di emozionanti sfide con le imbattibili cinesi. La più grande tuffatrice italiana di tutti i tempi.

Gregorio PALTRONIERI – nuoto 1500 m., 22 anni di Carpi. Arriva a Rio da campione del Mondo e d’Europa, situazione inconsueta per un italiano. È  l’uomo che tutto il mondo vuole battere. La finale è indimenticabile. L’azzurro parte fortissimo per sorprendere tutti. Nuota a ritmi inferiori al primato del mondo. Fa il vuoto dietro di sé. Ad inseguirlo anche il livornese Gabriele Detti. Nel finale Paltronieri  cede qualcosa anche se tutti sono ormai lontani. Tutti meno Detti e Romanchov. Dietro il suo assolo  contro il tempo, si scatena la lotta per l’argento, spalla a spalla. Che emozioni! Prevale il russo, ma il podio olimpico è azzurro per due terzi. Non era mai successo! Quello di  Paltronieri è il quarto oro olimpico italiano di sempre dopo quelli di Rosolino, Fioravanti e Federica Pellegrini

Federica PELLEGRINI, nuoto,31 anni di  Mirano. Le sue ultime entusiasmanti frazioni nelle staffette veloci hanno permesso ai quartetti azzurri di andare avanti ed a raggiungere la finale. Individualmente nella sua gara , i 200m. s.l., ha lottato come una leonessa, sfiorando il podio per 14 centesimi di secondo alla sua quarta partecipazione olimpica. Le prestazioni a Rio l’hanno convinta a proseguire  a regalare emozioni fino ai Giochi a Tokio nel 2020., quando di anni ne avrà 32. Nel frattempo, tanto per gradire, la campionessa olimpica 2008 è andata a Windsor per conquistare l’oro mondiale dei 200 m. s.l. in vasca corta: la più grande nuotatrice italiana di tutti i tempi.

Vincenzo NIBALI, ciclismo, 32 anni di Messina. Dopo aver conquistato alla grande il Giro d’Italia, giunge a Rio per fregiarsi del titolo iridato. Il C.T. azzurro Davide Cassani – che, a tempo perso, è il miglior telecronista italiano – allestisce una squadra organizzatissima attorno allo Squalo dello Stretto di Messina, con una strategia di gara perfetta. In prossimità dell’ultima salita prima della discesa Vista Chinesa che porta verso il traguardo olimpico. Tre azzurri in perfetta fila indiana partono all’improvviso facendo il vuoto attorno. Che emozione vedere tre azzurri – Nibali, Aru e Caruso –  darsi il cambio come se fossero in una gara di inseguimento. Non ve n’è per nessuno. Aru e Caruso danno tutto quello che hanno per permettere a Nibali di arrivare sulle pendici senza nessuno sul collo.  In salita Nibali si scatena come facevano Fausto Coppi e Pantani. In testa si forma un  terzetto con Nibali, Henao e Majka. Il vantaggio nella discesa Vista Chinesa può solo aumentare per Nibali specialista nel buttarsi giù a rotta di collo. L’oro è ormai suo, I due compagni di avventura hanno , infatti, solo energie per tentare di seguirlo in discesa dove lui fa da lepre.Quelle di Nibali è impresa sportiva storica. La strada è stretta, ripidissima, zeppa di curve e soprattutto all’ombra di alberi. Decisamente scivolosa e pericolosa. Una vera follia farci correre qualcuno. Quando ormai sembra fatta, le immagini mostrano ad un tratto uno sbandamento in testa e poi due ciclisti che volano a terra rimbalzando lontano dalle bici. Dove nel nulla. Le telecamere non lo mostrano. La moto TV riesce appena a scansare qualcosa ed a proseguire. Chi sono i caduti? Dove sono finiti? Nel dirupo? Sono vivi? Solo un ciclista è rimasto miracolosamente in sella. Il polacco Majka. Gli altri? Nibali? Sono ancora vivi, accosciati su lato della strada. Nibali si tiene una spalla e guarda nel vuoto. Il titolo iridato andra  al belga Greg Avermeet che recupera il distacco da Majica, stremato e frastornato accontentandosi della medaglia di bronzo. Per Nibali doppia frattura alle costole. Niente titolo iridato: stagione finita. Per capire la follia degli organizzatori e del Cio che ha avallato il percorso dove si sono infranti i sogni dell’azzurro destando emozioni violentissime in tutti, deve essere ancora detto che due giorni dopo l’identica sequenza ha messo fuori causa la leader della corsa l’olandese Annette Van Vleuten. Rimasta viva per miracolo nonostante il volo. La ciclista questa volta è sparita letteralmente dalle riprese. Solo molto dopo si è saputo che era viva. Era stata portata in ospedale dove era stata riscontrata una commozione cerebrale grave e tre vertebre fatturate!

ITALRUGBY:  Firenze  19 novembre ITALIA-SUD AFRICA 20-18 . Allenatore Conor O’SHEA (Irlanda), Capitano Sergio PARISSE. Gli azzurri, in 21 anni e 12 sfide ufficiali,  non hanno mai battuto gli Springboks. Non hanno neanche mai superato una delle Tre Grandi dell’Emisfero Sud (Nuova Zelanda,  Australia, Sud Africa).  Come tradizione, gli Springboks hanno impostato la partita sul piano fisico. Gli azzurri, trascinati da un Parisse esemplare,  hanno risposto colpo su colpo con una difesa esemplare ed avanzante. Il pubblico di Firenze non credeva ai propri occhi. A 3 minuti dalla fine gli azzurri avevano due punti di vantaggio (20-18).  Qualsiasi segnatura avversaria avrebbe significato la fine del sogno La palla era in mano sudafricana, a pochi metri dalla linea di meta azzurra. Eroicamente gli azzurri riuscivano non solo ad opporsi centimetro per centimetro ai tentativi di sfondare sudafricano, ma anche ad evitare penalità ma riuscivano a riconquistare l’ovale ed a portarlo nell’aria avversaria. Addirittura Fusaro riusciva a portarlo in meta. Ma emozione delle emozioni,  l’arbitro chiedeva il pronunciamento della moviola per annullare la meta per una inezia. Era comunque il trionfo dopo anni di attesa. La sconfitta è costata al Sud Africa l’arretramento nel ranking mondiale dal terzo al sesto posto. Per l’Italia, invece, un balzo in avanti ridimensionato, però, dalla sconfitta subita a Padova da Tonga una settimana dopo al fotofinish 17-19.

ITALIA BEACH VOLLEY –Daniele Lupo, 25 anni,  romano,  Paolo Nicolai,  28 anni, di Ortona – Il torneo olimpico dei due azzurri è stato un crescendo di emozioni. Di spessore  tecnico-atletico inferiore agli avversari,  il duo ha supplito affidandosi alle  invenzioni trovate da Lupo, che scompaginavano gli schemi piuttosto scontati del beache volley. Il giovanotto romano con la faccia da Lupo della steppa (la madre è cosacca) si è presentato, per esempio, con una battuta assolutamente inusuale: palla schiacciata  non immediatamente sopra la rete, ma altissima ed effettata, che ripiomba quasi miracolosamente nel piccolo fazzoletto del campo avverso. Un gesto difficilissimo, quasi artistico che incanta tutti, avversari compresi e consente a chi batte di organizzarsi a perfezione. Così, lottando punto su punto, spesso ai tiebreak, la coppia azzurra è approdata alla finale, dove, però  l’esperienza  e le capacità tecnica ed atletica dei due brasiliani (incitati dalla folla) Alison Cerutti e Bruno Schmid,  alla fine ha avuto la meglio. Argento azzurro che vale comunque oro per chi ha avuto la fortuna di seguire l’avventura e di sognare anche che un ragazzo di Fregene che nel marzo del 2015 ha subito un intervento al ginocchio per tumore, ha saputo non perdersi d’animo  ed assurgere a protagonista assoluto sul palcoscenico sportivo più importante.

Alex ZANARDI, automobilismo e paraolimpismo, 50 anni , di Bologna. Le emozioni regalate da Zanardi nell’anno non vengono dall’ammirazione per chi ha saputo reagire ad un terribile incidente in una gara di Kart che il 15 settembre del 2011 gli costò l’amputazione immediata di due gambe. Doveva morire per trauma cerebrale. Ricevette l’estrema unzione. Ma la tempra speciale gli consentì non solo di riprendersi, ma anche di riprendere una attività sportiva ad altissimo livello dopo 8 anni in Formula Uno e 44 Grand Prix. Grazie a protesi,  riprese a correre in auto nelle varie classi ed a vincere, . E senza protesi a montare sulle Handbike, carrozzina-bici a mano, ed essere in grado di battere tutti alle Paraolimpiadi accumulando in due Giochi Olimpici 4 ori e due argenti. Siamo alle statistiche introduttive. In effetti le emozioni offerte da Zanardi quest’anno non derivano dai numeri ma per come lui (Davide di 50 anni) ha superato i giganti Golia più giovani di lui in gara. La preparazione fisica da lui impostasi per consentirgli nel finale di gara di imporsi al fotofinish. E dopo Rio, appesa la handbike al chiodo, di nuovo in pista al Campionato Italiano Gran Turismo per imporsi in Gara 2.  

Claudio RANIERI, calcio, 65 anni,  di Roma, quando nell’estate del 2105 l’allenatore romano sbarcò a Leicester, capitale del Rugby inglese. L’obiettivo di questa squadra provinciale inglese era solo quello di salvarsi dalla retrocessione. I bookmaker la vittoria dello scudetto la davano a 5000:1.  Cioè con meno possibilità di Elvis Presley ancora vivo. Punti 1 sterlina te ne arrivano 5000. Punti 10 euro te ne tornano 50 mila. In breve comincia il Campionato più difficile e ricco del mondo e dopo poche giornate il Leicester si trova in testa. E lì rimane. A febbraio i media di tutto il mondo parlano di questa squadra miracolo e del suo particolare allenatore italiano che vince e convince con il sorriso l’educazione e la gentilezza dei modi. Cose in genere lontano dal calcio. Che si sia trovata una nuova proposta di allenatore non scalmanato? Che sappia ottenere il massimo dai giocatori senza prevaricare e così dall’ambiente. Sembrerebbe proprio così. I modi di Ranieri sono assolutamente lo specchio di sé stesso ed i suoi interlocutori hanno modo di capirlo, apprezzarlo e corrispondergli.A Ranieri era stata strappata la promessa di trovare in occasione della partita celebrativa della vittoria dello scudetto in casa un paio di biglietti per due studenti italiani residenti a Londra. I biglietti erano infatti tutti esauriti. Una bella noia per l’allenatore in quel momento più celebrato e richiesto del mondo in preda ad assilli di ogni genere. Ebbene per mantenere la sua promessa Ranieri riuscì perfino a due ore dall’inizio della partita a trovare un numero di telefono del padre di uno dei due ragazzi per indicare la stazione ed il treno per Londra Leicester ed il luogo e l’ufficio dove reperire i biglietti che non erano omaggio, naturalmente, come si usa in Inghilterra. Ora siamo ancora e per poco nel 2016. Il Leicester non è primo in classifica, ma come la Juventus è entrata negli ottavi di finale della Champions League, sempre con la squadra che doveva retrocedere.

Gianluigi BUFFON, calcio, 38 anni di Carrara, Juventus. Di Gigi si è detto di tutto e di più. Avrebbe meritato più volte il Pallone d’Oro, ma invece i cugini francesi (che ignorano costantemente il calcio italiano) lo hanno inserito soltanto un paio di volte fra i candidati al Premio. È inutile sottolineare il curriculum di questo fenomenale portiere. In una stagione magnifica – per lui, la Juventus, la Nazionale Italiana – Gigi ha costantemente offerto spunti emozionali, come leader tattico e tecnico in campo e fuori e soprattutto per quello che ha saputo fare fra i pali. Indimenticabili per tutte i tre interventi miracolosi che hanno consentito alla Juventus di vincere 1-0 a Lione e qualificarsi per gli Ottavi di Champions League. Non per i suoi tantissimi primati , ma per le sue parate Buffon è il più grande portiere italiano di tutti i tempi e, perché no,  di tutto il mondo.Così come Totti,  Gigi ha tutto il diritto di non andare in pensione finchè rimane il migliore.  Anche se , è bene sottolinearlo, la finale di Supercoppa in quel di Doha persa 4-3  contro il Milan, ha mostrato che ha trovato definitivamente un altro portiere che lo valga, almeno sui calci di rigori, Gianluigi 2 Donnarumma.

Francesco TOTTI, calcio, 40 anni di Roma. Vale il discorso di Buffon. Fintanto che è il migliore, oppure anche fra i migliori, non ‘è alcuna ragione tecnica od etica che debba smettere di giocare, alla faccia di ogni gelosia o visione economica altrui. Di lui si é detto e scritto tutto e di più. Nell’ambito delle emozioni pure (e non solo quelle provate dai tifosi giallorossi per il 2106 si impone la sua magica interpretazione delle partite che hanno salvato il destino della Roma e di Spalletti, (sia nel campionato scorso, sia in quello presente).  Praticamente accadeva che Totti andava in panchina , la Roma non ingranava, spesso subiva. Andava anche sotto. Totti si riscaldava, umiliato lui e gli spettatori. Spalletti imperterrito. Ad un certo punto gli eventi imponevano il ricorso a Totti. La partita cambiava immediatamente volto. Gli assist e la interpretazione di Totti, come di incanto cambiavano tutto. Come con il Torino  quando dall’ 1-2 per i granata in 2 minuti due gol di Totti trasformavano in extremis  il risultato in 3-2. O come quest’anno  contro la Samp all’Olimpico   quando l’1-2 per i blucerchiati nella ripresa diventava 3-2 grazie al suo assist per Dzeko (che con Totti al fianco diventa l’attaccante più prolifico al mondo) ed al suo penalty. Emozione è anche godere semplicemente del suo ricamare sempre alla ricerca del passaggio smarcante, oppure a far pressing sull’avversario come l’ultimo arrivato. In effetti anche in questa stagione basta un suo gesto per illuminare lo stadio.

Rachele BRUNI, nuoto di fondo, 26 anni,  Firenze. La ragazza toscana corre il rischio di passare alla storia delle emozioni sportive non tanto per gli appassionati ultimi cento metri della gara di fondo sui 10 Km a Rio, ed al suo controverso argento, quanto per il suo “coming out” al termine quando ha dedicato la medaglia alla sua compagna diletta  “diventando la prima medagliata olimpica italiana a dichiarare la propria omosessualità. Ed invece il finale della gara di Rio è stata una delle cose più emotivamente emozionanti dei Giochi. Due ore di dura monotona selezione per scremare il lotto di concorrenti. Poi, man mano che ci si avvicina al traguardo incomincia la battaglia per assicurarsi le posizioni in vista di un arrivo affollato. Il clima è quello di una partita di pallanuoto. È spettacolo puro. Le energie sono al lumicino. Chi mena prima mena due volte.  A 100 metri l’attacco dell’olandese Rouwendhal, Bruni risponde. Arriva primo chi appoggia la mano sul piano verticale dell’arrivo dotato di cellule fotofinish. La Bruni è in ottima posizione . Fila a sinistra dell’olandese in modo da controllare ogni altra avversaria. Dietro le altre cercano spazio e vibrano poderosi colpi di braccia sulle gambe ed il tronco di chi sta avanti. La Rouwendhal ormai è prima e coperta dalla Bruni che si accinge ad alzare il suo braccio destro per toccare la lastra. In quel momento non si capisce nulla . E solo schiuma. Sul traguardo elettronico arrivano in quattro. Prima l’olandese, seconda la francese Muller, terza la Bruni. Emozioni, delusioni perché l’italiana era in testa. Poi la giuria ci ripensa, controlla il video  per scoprire chiaramente che la francese ha bloccato il braccio alzato della fiorentina per impedirle di toccare. Viene squalificata. Anche queste sono emozioni.

Così come emozioni tante sono state regalate da altri di sport di nicchia e perciò meno seguiti.

Niccolò CAMPRIANI, tiro a segno, 29 anni, di Firenze. È stato il miglior italiano in   assoluto a Rio con due ori nella Carabina 50 m. e nella carabina aria compressa 10 m. La sua capacità di tenere psicologicamente le tensioni nel finale gli hanno permesso di ribaltare  situazioni apparentemente compromesse.

Elia VIVIANI, ciclismo, 27 anni, di  Isola della Scala (Verona). L’omnium su pista è specialità di nicchia in Italia per assenza di piste coperte. La tradizione, però, in molti ambienti è sentita e qualche ciclista professionista lo pratica gareggiando soprattutto all’estero.  Da seguire è complicato. L’impresa tatticamente perfetta del veronese è stata molto apprezzata dagli intenditori e ha regalato molte emozioni anche a chi si è sforzato di capire l’intelligenza tattica e tecnica che hanno permesso a Viviani di conquistare l’oro.

 

Fra questi 13 campioni chi ci ha regalato più emozioni.  Tutti hann diritto di avere una preferenza.

Io  emotivamente sono stato più colpito dalla vicenda, anche drammatica, di Nibali, dalla vicenda umana di Totti, da quella esemplare di Buffon, di quella eroica di Zanardi, di quella tutta rosa di Federica Pellegrini. 

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