Sport

Bombe, bibitoni e beveroni

Riflessioni sul doping nello sport.

doping

Roma, 16 dicembre – Prendiamo spunto dagli ultimi resoconti in materia di doping, recentemente usciti sui quotidiani sportivi nazionali, per alcune considerazioni di ordine tecnico ma soprattutto “civico”.

Agli albori dello scorso secolo la pratica sportiva era puro dilettantismo con qualche rara eccezione di professionismo  e questo fin quasi all’inizio degli anni ’50 dove qualcosa cominciava a bollire in pentola. Intendiamoci  parliamo dell’epoca del “pane e salame” e del vino rosso nelle borracce dei ciclisti, tuttavia qualche “bomba”, come simpaticamente rivelò Fausto Coppi in una storica puntata del Musichiere nel 1958, cominciava ad essere somministrata. Possiamo asserire trattarsi di doping artigianale, o per meglio dire, di uso di stimolanti, simpamina o coramina, che avevano lo scopo di alleviare le fatiche degli atleti. Negli ultimi quarant’anni il fenomeno è cresciuto in maniera esponenziale, mettendo sulla bilancia le due componenti principali: la salute degli atleti ed il fattore economico.

Fu  sintomatica, a questo proposito, la copertina dell’autorevole rivista britannica “The Economist” che a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi di Atene nel 2004  si scandalizzò della piega che stava prendendo il doping, presagendo magari qualcosa di negativo nella stessa manifestazione sportiva.

La salute degli atleti, nell’immaginario della pubblica opinione  considerati alla stregua degli “eroi Omerici”, sempre più ha destato interesse non fosse altro che per il riscontro di  patologie non comuni; sentir parlare di SLA o di forme tumorali o leucemiche particolari non era certo consueto. Tuttavia  il boom del doping era ed è rappresentato dall’enorme flusso di denaro che lo circonda.

Un esempio  il “caso Armstrong” che ha confessato le sue pratiche dopanti, che lo hanno portato a vincere ben sette Tour de France consecutivi!  Il Tour è la terza manifestazione planetaria sportiva  dopo le Olimpiadi ed i Mondiali di calcio, ebbene  gli ingaggi stagionali, i contratti con gli sponsor, le varie comparsate in giro per il mondo e non ultima la raccolta fondi per l’associazione LIVESTRONG che sostiene ed aiuta i malati di cancro, cosa sarebbero stati se il protagonista fosse stato un personaggio qualunque e non il “campione” consacrato ed idolatrato da tutti e che a tutto ciò si è sottoposto?

La considerazione “civica” è che la cultura del  doping è entrata dalla porta principale dello sport, dopo essere stata per anni  nel retrobottega dello stesso,  con tutta una serie di  artifizi necessari a minimizzare i rischi in sede sia penale che sportiva. L’aiuto che gli atleti pensano di ottenere, naturalmente coadiuvati da “stregoni” compiacenti ed in qualche caso anche da società complici, riguarda l’assunzione di anabolizzanti, diuretici, betabloccanti, stimolanti e via dicendo che oltre all’effimero aumento della prestazione sportiva creano danni collaterali ingenti ad organi come il fegato ed il cuore, creano turbe  psichiche, depressioni e quant’altro. È difficile ragionare asetticamente se non si è coinvolti in prima battuta perché le lusinghe al giorno d’oggi sono tentacolari.

Allora è culturalmente che bisogna lavorare, scansando le superficiali rassicurazioni di qualche medico, ragionando non sul momento ma su quello che potrà accadere  intorno ai 50/60 anni  quando potrebbero insorgere problematiche di salute irreversibili, magari di fronte ad una famiglia a cui rendere conto.

Lo sforzo culturale che ribadiamo con grande determinazione non è solo rivolto al professionismo, agli eroi domenicali, ma anche e soprattutto al mondo amatoriale, al vissuto di tutti i giorni, allo sport di base, quello che praticano i nostri ragazzi ma non solo; nei circoli o nelle palestre dove abbondano i “praticoni” che spacciano bibitoni ed intrugli vari come scorciatoia per chissà quali prestazioni.

La cultura del lavoro, del sacrificio, dell’abnegazione e non del “beverone” arricchito sono il miglior propellente per uno sport pulito.

 

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