Medicina

Grazie a chip wireless, scimmie paralizzate camminano nuovamente

interfaccia midollo spinaleRoma, 10 novembre 2016 – Lentamente, o forse non tanto, la fantasia diventa realtà.

Sulla rivista Nature, è stata pubblicata la ricerca coordinata da  Grégoire Courtine, del Politecnico di Losanna (Epfl), e realizzata con il contributo degli italiani Silvestro Micera, della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Epfl, e Marco Capogrosso, di Epfl, secondo la quale due scimmie paralizzate, dopo una lesione al midollo spinale, attraverso  un by-pass wireless capace di raccogliere gli impulsi elettrici nel cervello e inviarli a un chip impiantato nel midollo spinale, ‘scavalcando’ il tratto interrotto, in pochi giorni sono tornate a camminare.

“Quando camminiamo il nostro cervello invia, attraverso il midollo spinale, dei comandi per attivare i muscoli. Ma se c’è una lesione nel midollo la trasmissione si interrompe e le indicazioni dal cervello non raggiungono i muscoli. Quello che siamo riusciti a fare è stato ripristinare il collegamento in modo artificiale”, ha spiegato Micera. 

Per ottenere tale risultato, i ricercatori hanno impiantato nella regione della corteccia cerebrale del coordinamento motorio, degli elettrodi capaci di inviare a un computer ricevente gli impulsi prodotti dal cervello. Detti impulsi vengono elaborati e trasmessi a un altro dispositivo impiantato nel midollo spinale, a valle della lesione, permettendo così l’arrivo dei segnali ai muscoli. “Impiantare elettrodi direttamente nel cervello e nel midollo spinale richiede attenzioni extra che sono allo studio – ha proseguito Micera – ma in linea di principio traslare sull’uomo il lavoro già fatto non richiederà molto tempo. Già sono stati autorizzati studi clinici per alcuni aspetti del lavoro”.

Dieci anni fa, nel 2006, avvenne il primo esperimento pensato per registrare con elettrodi l’attività cerebrale, facendo  muovere un braccio robot. Da allora, i progressi nel settore sono stati rapidissimi.

Andrew Jackson, dell’istituto di neuroscienze dell’università britannica di Newcastle, estraneo allo studio, ha detto che i primi dispositivi sull’uomo potrebbero arrivare già entro 5 anni.

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