L’impresa affidata da Renzi a Piero Fassino di cercare la ricomposizione e l’unità del PD, presenta notevoli difficoltà perché dai primi contatti tra le parti, emerge un irrigidimento reciproco alquanto stratificato che ha portato all’ennesima scissione di questo partito.
Come sempre accade in situazione del genere, c’è un vivace palleggiamento di responsabilità su cui saranno solo gli elettori a dare un giudizio definitivo ed inappellabile.
Certo, chi si aspettava dall’ex Presidente del Consiglio una solenne promessa di spalancare un’autostrada per far rientrare all’ovile gli scissionisti, sarà rimasto certamente deluso.
Infatti quella frase contenuta nella sua relazione amplificata poi attraverso la stampa e la televisione: “tutti insieme senza alcuna abiura” ha “imbufalito” Bersani che ha mutuato una espressione romanesca urlando: “ci vogliono i fatti perché le chiacchiere stanno a zero”
Paradossalmente, più gli “addetti ai lavori” discutono, e più aumentano le distanze che li separano, ma a questi misteri siamo già abituati.
Ciò nonostante nessuno dei personaggi più rappresentativi ha posto in discussione la leadership di Matteo Renzi, ma la sua ’arroganza, le sue scelte prioritarie programmate ed il modo di imporle agli amici ed agli alleati, provocano forti mal di pancia e critiche generalizzate.
Ad onor del vero sono molto pochi coloro i quali pensano che si possa uscire da questo vicolo cieco in pochissimi giorni e anche per questo sono stati coinvolti i cosiddetti “padri nobili” del partito come Veltroni, Prodi, Parisi ed altri, ma le prospettive non sembrano incoraggianti.
Resta, tuttavia, il mistero sulla “mina vagante” etichettata Massimo D’Alema che tuttora non si sa se, dove e quando colpirà, né i danni che causerà.
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