Roma, 17 settembre – Su “LIVESICILIA” del 12 settembre: “Le dimissioni e l’inchiesta si allarga… Beni confiscati, ora il Palazzo trema”…, di Riccardo Lo Verso. “Lo chiamiamo già terremoto, ma siamo appena all’inizio. La pentola dell’inchiesta sui beni confiscati promette clamorosi sviluppi. Ci sono altri professionisti nel mirino. E si annunciano novità… La storia dei presunti illeciti dietro gli incarichi assegnati al marito del Magistrato Silvana Saguto è solo una piccolissima parte, quella finora trapelata, dell’inchiesta che ha portato alle dimissioni della Presidente delle Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo…E non è nemmeno il coinvolgimento del padre e di un figlio del Magistrato a testimoniare la portata di quanto sta avvenendo al Palazzo di Giustizia di Palermo. Si parla di un sistema che andrebbe molto oltre i rapporti fra la Saguto e l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, l’amministratore giudiziario che ha scelto come coadiutore o consulente proprio il marito della Saguto. Un rapporto che sarebbe sfociato nella corruzione, come si apprende leggendo il decreto di sequestro emesso il 7 settembre scorso. Con articolo del 06 Febbraio 2014, su questa testata ATTUALITA’.IT (Direttore Salvatore Veltri) scrivemmo sulla specifica materia e soprattutto sul pesantissimo atto d’accusa del Prefetto Caruso, Direttore dell’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati. “Alcuni hanno ritenuto di poter disporre dei beni confiscati come “privati” su cui costruire i loro vitalizi. Non è normale che i tre quarti del patrimonio confiscato alla criminalità organizzata siano nelle mani di poche persone che li gestiscono spesso con discutibile efficienza e senza rispettare le disposizioni di legge. La rotazione nelle amministrazioni giudiziarie è prevista dalla legge così come la destinazione dei beni dovrebbe avvenire entro 90 giorni o al massimo 180 mentre ci sono patrimoni miliardari da 15 anni nelle mani dello stesso professionista che, peraltro, prendeva al tempo stesso una parcella d’oro (7 milioni di euro) come amministratore giudiziario e 150 mila euro come Presidente del consiglio di amministrazione. Vi pare normale che il controllore e il controllato siano la stessa persona?”. Bene fece il Prefetto Caruso (prossimo al pensionamento) a tuonare, scrivemmo noi, purchè cambiasse finalmente qualcosa nella delicata materia…! Scrivemmo maliziosamente che tutto potesse finire all’italiana maniera, come in realtà successo…! Ora un passo indietro si impone per raccontare ai non addetti ai lavori qualcosa sul gran tema dei beni della criminalità. Storicamente, ricordiamo che la prima vera norma antimafia è la Legge del 1965, che prevedeva sequestro e confisca di beni. La svolta legislativa che consentì l’aggressione ai patrimoni è rappresentata però dalla Legge Rognoni-La Torre approvata – come da copione- solo dopo la morte del benemerito On. Pio La Torre, che l’aveva proposta e tra mille contrasti fatta approvare (13 settembre 1982), e quella dell’eroico Generale dalla Chiesa, che l’avrebbe applicata in modo incisivo. (Sull’argomento il recentissimo nostro articolo: “Un eroico politico da non dimenticare: l’on. Pio La Torre” di martedì, 08 Settembre 2015). Tale Legge, tra l’altro, per la prima volta ha introdotto il reato di associazione mafiosa (art.416 bis CP), prima inesistente. Interessante, negli anni successivi, la mobilitazione di Libera-Associazione contro le mafie (a oggi un network di oltre 1600 associazioni), culminata nella presentazione e approvazione di una legge di iniziativa popolare nel 1996 che prevedeva che i beni confiscati fossero rapidamente conferiti alla collettività per creare lavoro, scuole, servizi e lotta al disagio. Si giunge, così, alla Legge del 2010, istitutiva dell’Agenzia Nazionale di cui trattiamo. Comunque stiano le cose, i patrimoni sottratti alle mafie costituiscono un tesoro che vale quanto una Finanziaria, di oltre 30 miliardi di euro: più di 11.000 immobili e 1.700 aziende dislocati per l’80 per cento tra Sicilia, Calabria, Puglia e Campania ma anche in Lombardia e Lazio, con lo straripamento delle mafie dai siti di origine. Come mai, intanto, parte di questi soldi, gestiti dal Dicastero dell’Interno, non vengono assegnati subito alle Forze dell’Ordine che hanno difficoltà persino a pagare la benzina o le diarie per chi cerca i latitanti? Ad accreditare il gran disastro, un’interpellanza parlamentare dell’ On. D’Ambruoso ci ha fatto apprendere che al 30 giugno 2014 in quel Fondo risultavano depositati 1.429.074.000 euro di risorse liquide e circa 2 miliardi di risorse non liquide: titoli, gestioni patrimoniali, contratti assicurativi etc…ragione per cui D’Ambruoso, nell’interpellanza, chiedeva “a che punto siano i lavori per l’adozione del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, mai pervenuto…”, che sbloccasse finalmente la situazione. Insomma, che dire e che fare? Qualcuno, pragmatico, con il senso dell’ humor, direbbe che per risolvere il problema “basterebbe solo darsi una mossa”; qualcun altro, invece, si porrebbe garbatamente ed elegantemente la domanda su cosa meriterebbe un Padre di famiglia che con un ricco conto in banca lascia morire di fame i figli….Ai lettori lasciammo, come d’abitudine redazionale, la giusta riflessione…..e risposta….
Per chi volesse approfondire l’argomento, suggerisco il libro “PER ILNOSTRO BENE” di Antonella Coppola e Ilaria Ramoni (chiarelettere editore, settembre 2013), che è un viaggio compiuto dalle autrici attraverso luoghi simbolo espugnati alla criminalità organizzata e che ora si tenta con difficoltà di restituire alla società. Un reportage tra le fortezze espugnate a quella mafia che soffoca il Paese, come la villa di Tano Badalamenti a Cinisi, la reggia di “Sandokan” Schiavone a Casal di Principe, l’enclave dei Casamonica nella periferia romana, e perfino una residenza principesca a Beverly Hills, proprietà di Michele Zaza, ’o Pazzo, re del contrabbando. E poi cascine di ’ndrangheta in Piemonte, tenute in Toscana, castelli, alberghi, discoteche, campi di calcio, maneggi. Questo libro racconta cos’erano e cosa sono diventate.
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