Racconti di sport

I 70 anni di Edwin Moses.

Compleanno tondo di una Leggenda dello Sport mondiale.

Roma, 31 agosto 2025.

 

Dal 26 agosto 1977 al 4 giugno 1987 ci passano 9 anni, 9 mesi e 9 giorni ed è il periodo d’imbattibilità di Edward Corley “Edwin” Moses, nella specialità dei 400 hs. di atletica leggera, che oggi compie 70 primavere.

In questo lasso di tempo sono 122 le gare vincenti, tra eliminatorie, meeting vari e finali sia olimpiche che mondiali, nel palmares dell’ingegnere aerospaziale nato a Dayton, Ohio.

Già nell’agosto del 1977, a Berlino Ovest, Moses vanta un anno d’imbattibilità e l’oro olimpico ai giochi di Montreal 1976 dove inchioda il cronometro sul tempo di 47”64 battendo il primato del mondo appartenente al leggendario ugandese Akii-Bua.

Tuttavia il forte tedesco dell’ovest Harald Schmid, nel meeting di Berlino Ovest, lo batte approfittando di un inciampo di Moses all’ultima barriera a circa 30 mt. dal traguardo.

<Ho commesso un errore. Prometto che non lo ripeterò>, sentenzia Moses.

Quella sera non viene data molta importanza alla sconfitta dell’americano in quanto la riunione vede la magia del record mondiale della tedesca dell’est Rosemarie Ackermann, prima donna a superare i due metri nel salto in alto.

Moses è un atleta non eccessivamente alto, 1.87, ma ha gambe lunghissime, 94 cm. all’inguine, che gli consentono di correre in 13 passi, fra un ostacolo e l’altro, che nessuno al mondo fa.

Una falcata impressionante, un dominio assoluto in una disciplina considerata la più anaerobica di tutta l’atletica; il famoso “giro della morte” con in più 10 ostacoli ogni quaranta metri.

Nel periodo d’imbattibilità Moses regala un anno di stop, nel 1982, per curare una polmonite virale ed è costretto, per motivi politici, a rinunciare alle Olimpiadi di Mosca del 1980.

Il boicottaggio degli Usa, per protesta contro l’invasione in Afghanistan dell’Urss, gli fa perdere, a lui convinto assertore del pacifismo, una probabilissima medaglia d’oro.

Si rifarà a Los Angeles nel 1984, dopo aver vinto l’anno precedente a Helsinki la prima edizione dei Campionati Mondiali.

Prima di tutto ciò si attiva nella ricerca di sponsorizzazioni, che erano quasi un esclusiva degli atleti bianchi, arrivando a fondare nel 1981 un sindacato per aiutare gli atleti a mantenersi e a gareggiare dopo il college.

La sera del 3 luglio del 1980, in una Notturna all’Arena di Milano, Moses delizia, illumina, il pubblico italiano annichilendo gli avversari migliorando il record del mondo con il tempo di 47”13, con quel suo passo che sembra accarezzare l’ostacolo.

Saranno quattro le volte che migliorerà il primato del mondo, l’ultima delle quali nel 1983 correndo a Coblenza in 47”02, ad un soffio dall’abbattimento della barriera dei 47” che non raggiungerà mai.

Edwin Moses, nel suo percorso, vive l’atletica a 360° battendosi, in quegli anni, contro il doping criticando e disprezzando le pratiche di laboratorio e certe metodologie d’allenamento.

Moses si allena da solo, accusando i tecnici Usa di scarsa professionalità, approssimazione, presunzione e poca voglia d’aggiornarsi, dando una spinta concreta al movimento degli atleti neri fino ad allora incapaci di gestirsi.

Alla 123° gara, in un’afosa notte a Madrid, come detto nel giugno 1987, Moses inciampa all’ultimo ostacolo dando la possibilità, come fu per il tedesco Schmidt, al connazionale Harris di batterlo.

Non significa nulla, perché tre mesi dopo si rifà vincendo a Roma il suo secondo titolo mondiale, a 32 anni compiuti.

L’anno successivo, nelle Olimpiadi di Seul, termina l’epopea dell’ingegnere volante con la conquista della medaglia di bronzo, a 33 anni.

Una leggenda dello Sport tutto, non solo dell’atletica leggera, che ha segnato un solco anche e forse soprattutto dal punto di vista della rettitudine morale.

 

 

FOTO:  Gazzetta dello Sport  Edwin Moses.

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