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Mondiali atletica. Una ragazza salva l’onore dell'Italia, ma non il fiasco: dimissioni!!!

atletica Palmisano bronzoRoma, 14 agosto 2017 - Antonella Palmisano  salva l’onore  dell’atletica  italiana ma non può evitare il crac fallimentare di tutto lo sport italiano di cui l’atletica è l’espressione più  emblematica.
Da sempre il valore sportivo di un Paese, infatti,  è testimoniato da quello che  si è capaci di esprimere in quello che è lo sport di base. La disciplina che è realizzata nel gesto più semplice e alla portata di tutti, quello di correre, saltare, lanciare.  Gli elementi  di base di qualsiasi sport a cominciare dai giochi di squadra. 
Se non si coltiva il gesto atletico, non esiste lo sport, il confronto umano che nella cultura greca antica portò l’uomo a contatto con il divino attraverso i Giochi Olimpici.
Ieri, una  ragazza pugliese di  26 anni, estremamente elegante nel gesto atletico, con un cuore ed una testa grandi così , nell’ultima giornata dei Mondiali di Atletica a Londra  è riuscita in extremis  (e grazie alla squalifica sacrosanta dopo il traguardo della cinese  Hiuzhi Lyu) a conquistare la medaglia di bronzo nella 20 km di marcia femminile, rimuovendo lo zero assoluto  dalla casella Classifiche per paese : zero  “tituli” (medaglie),  zero atleti in finale nelle prove  in pista ….
Infatti i 9 punti raccolti dall’Italia provengono tutti dalla “disciplina degli “sfigati”, quelli che la domenica si vedono  scarpinare e sudare da  soli od in gruppetti nelle periferie cittadine alla ricerca di una zona dove non si rischi di morire soffocati dallo smog o travolti da qualche auto, come più spesso capita ai ciclisti.
Parliamo  della  maratona   e della marcia, serbatoi che sembravano inesauribili per lo sport azzurro, fonti immancabili di tanti successi  e di tanti eroi.  Maratona: Dorando Pietri, Gelindo Bordin, Stefano Baldini ,  Gianni Poli, Laura Fogli,  Valeria Straneo;   Marciatori: Frigerio, Dordoni, Pamich,  i gemelli Maurizio e Giorgio Damilano, Didoni, De Benedictis, Perricelli , Annarita Sidoti, Giuliana Salce, Ileana Salvador, Elisabetta Perrone .
Sembrava inesauribile questa sorgente di sportivi di fatica e sacrificio, lontani dagli spalti. Invece  si è anche essa inaridita. A Londra, nessuno dei molti azzurri presenti è riuscito a fare punti in campo maschile, arrivando  fra i primi 8.
Ha salvato l’onore , appunto, questa ragazza indomabile pugliese, Antonella, che già aveva portato punti nelle precedenti grandi manifestazioni  atletiche: quinta ai Mondiali di Pechino 2015;  quarta  ai Giochi di Rio  2016.
Ad essere giusti ed onesti, in realtà la Palmisano  è la vincitrice morale della 20 km   di Londra. Delle prime quattro sul traguardo, infatti la Palmisano è stata l’unica del gruppo  che ha pilotato la gara  dall’inizio alla fine a marciare in maniera corretta. Le altre, o scivolavano via indietro provate dalla  fatiche, o scoppiavano, o venivano fermate dai giudici per  marcia irregolare.
In bello e corretto stile, la Palmisano ha retto fino all’ultimo chilometro  respingendo ogni attacco delle altre tre capofila, le due cinesi e la messicana   Gonzalesz, tutte e tre evidentemente fuori dalle regole, cioè più vicine alla corsa che alla marcia.
Nell’ultimo attacco furibondo  del terzetto per far fuori la Palmisano, non si sa chi corresse di più! Chi fosse più da ammonire e squalificare.
Buttare fuori per tre richiami le tre leader della gara sarebbe stato troppo. Così almeno è apparso ai giudici. Così è stata sanzionata  soltanto una, la cinese Lyu. Ma lo ha saputo solo a gara finita, così come  l'azzurra Palmisano  che arrivata al traguardo,  pensava di essere quarta  e non medaglia di bronzo salvatrice della Patria.  Bravissima comunque, la ragazza pugliese, visto che le avversarie correvano invece di marciare,   avrebbe potuto mollare rischiando il quarto posto, diventato medaglia. Invece,  pur staccata, aveva stretto i denti (continuando la lezione di marcia corretta) per giungere quarta e cioè sul podio salvando, (solo parzialmente) l’italico onore.
Ma questa è un'altra questione e riguarda l’atletica di strada non quella paludata dello Stadio, dove l’Italia è rimasta a zero, perché gli altri tre punti che portano a 9 il carniere  per paese, sono anche essi pervenuti dalla strada , la Maratona uomini, dove Daniele Meucci si è piazzato sesto, raggranellando tre punti.
In altre parole chi era allo stadio olimpico di Londra, o chi seguiva l’evento in televisione,  per 8 giorni  non ha mai potuto emozionarsi per la presenza di un  atleta italiano in lotta per  un piazzamento di spessore.  Al massimo, arrivare alle semifinali in un paio di casi.
Riepilogando, l’Italia atletica  che nelle  34 edizioni   dei mondiali   ha conquistato  39  podi (ed innumerevoli piazzamenti e finali)   di cui  ventisei fra ori   ed argenti,   installandosi  stabilmente fra i leader del movimento,  da Londra torna con  un bronzo “preso per strada” e  raccoglie meno punti  (9 per strada) sia di Rio 2016 (5 finalisti e 14 punti complessivi) che di  Pechino 2015 (11 punti)
Mai lo sport italiano è sceso così in basso,  soprattutto  considerando  che  l’Italia era  nella zona a ridosso dei  grandi paesi guida dell’Ovest quanto dell’Est ed in  grado  di essere protagonista in ogni disciplina, dalla velocità agli ostacoli, dai salti ai lanci, alle staffette; dalla pista alla strada.
Si tratta di una vera sciagura, che sicuramente non può non investire le istituzioni italiane. Lo sport, come qualsiasi altro settore, non può prescindere dalla politica. È questa sempre alla base di ogni forma di potere. Ne è la loro espressione.
La classe dirigente  che guida l’atletica da quando il povero Nebiolo è uscito di scena agli inizi del nuovo millennio è l’espressione di giochi politici di potere, di gestione di denaro pubblico.
Nebiolo, sia in chiave nazionale che internazionale, non doveva scendere a patti con nessuno.  Trovava le risorse e le gestiva scegliendo sempre per il meglio, non per il politico,  senza compromessi di correnti.
È evidente che quando si allestisce  una spedizione di atleti che  una volta giunta alle gare  non è in grado di realizzare il proprio potenziale, rimanendo costantemente al di sotto del proprio rendimento,  significa fallimento e  responsabilità diretta di chi ha la gestione tecnica e di chi è in cabina di regia.
Manifestazioni come il Mondiale, offrono agli atleti selezionati attraverso il conseguimento di limiti   che garantiscono competitività, l’occasione agonistica per migliorasi,  non per peggiorare.
È proprio questo, invece, quello che è accaduto; al  99 per cento degli azzurri a Londra ad eccezione (isolata!|) della Antonella Palmisano che, infatti,  sublimandosi nella fatica,  è riuscita ad entrare in medaglia.
Parlando di responsabilità e di doverose dimissioni,  è ovvio finire per riferirsi alla nuova struttura varata dal Presidente Giomi in  gennaio. Un organigramma che vede al vertice due personaggi sicuramente di grosso spessore,  circondati da figure di prestigio atletico e discreto spessore.  
Si tratta del Direttore dell’Alto  Livello, il non giovanissimo Elio Locatelli  di 73 anni.   Già C.T. della Federazione Italiana negli anni Ottanta, ovvero nei  periodi   più brillanti e, quindi,  manager tecnico della Federazione Mondiale a Montecarlo, ivi portatovi dal suo conterraneo Primo Nebiolo.
L’altro personaggio è una delle più grandi figure dello sport italiano di sempre:  il maratoneta Stefano Baldini che nell’era della dittatura degli uomini degli altopiani africani nel fondo e mezzofondo, si è permesso di conquistare la maratona olimpica più importante della storia. Quella dei Giochi  Olimpici di Atene, disputata sullo stesso percorso coperto da  Filippide, per annunciare ad Atene la vittoria decisiva sugli invasori persiani. Un successo costruito negli anni e nelle conoscenze ed esperienze tecniche dirette di una carriera assai impegnativa e ricchi di risultati. Baldini, che in  precedenza si occupava di Under 20,   a gennaio viene nominato Direttore dello Sviluppo e degli U25.
Chi conosce entrambi i personaggi che hanno gestito il pre ed il durante dei Mondiali,  sa benissimo che si tratta di persone sicuramente giuste, competenti e valide. Il guaio che questa strutturazione avviene a Gennaio,  a sei mesi dai Mondiali, fuori tempo massimo per garantire il minimo successo.
L’atletica italiana, lo sport italiano, è stato perciò velletariamente infilato in un fatale marasma  da cui sono emersi atleti mal preparati e psicologicamente fragili. Non certo in grado di fare dei passi in avanti.
Si può oggettivamente dire che  la colpa  del clamoroso fiasco non deve andare certamente né agli atleti né ai tecnici, bensì ai manager federali  gestori-programmatori che hanno preso, a tempi abbondantemente scaduti,  provvedimenti che avrebbero dovuto essere fatti,  o pensati,  molto tempo prima cioè quando il Presidente Giomi lo aveva  “pensato” nel 2013, quattro anni fa.
In conclusione, per essere oggettivi, cosa è lecito augurarsi  che accada nel prossimo (anche immediato) futuro, visto che il crac londinese  produrrà conseguenze ancora più nefaste, oltre che  innumerevoli capri espiatori  e scarica barili? Cè da aspettarsi un autentico caos.
Un'atletica , ancora più allo sbando,  perché non c’è da attendersi alcuna dimissione, se non dei pesci minori.
Siamo convinti, occorre ripeterlo,  che l’atletica non è proprietà privata di alcun gruppo di potere.
È lo sport di base nazionale a cui tutti devono fare riferimento. In altre parole deve interessare la politica ed il governo e, soprattutto, il CONI, come garante e finanziatore.
Se la Fidal non si cura da sola - dimettendo l’attuale  dirigenza e Consiglio Federale e programmando una nuova assemblea elettiva che alla luce dell’accaduto sappia arrivare  a soluzioni che prescindano dai giochini elettorali di parte -  appare  necessario un intervento di autorità che ne decreti il Commissariamento a tempo indeterminato.
Chi? Come? Cosa?
Il ricorso ad Elio Locatelli è stato un bel tentativo di agganciarsi all’esperienza di chi ha lavorato bene ai tempi gloriosi di Nebiolo. Purtroppo è stato tardivo ed ha finito per bruciare una valida prospettiva dirigenziale.
 Gli osservatori indipendenti e neutrali, non hanno individuato dalla dipartita di Nebiolo  nessun manager competente ed in forze che possa assumersi il compito di ridisegnare la Fidal a dovere.
 Lo staff degli anni ottanta e novanta di Nebiolo è nel frattempo andato avanti negli anni.  Il solo che è rimasto sempre impegnato salendo sempre di livello e facendo carriera, è Luciano Barra. Il vero Richelieu dietro  le fortune di Nebiolo.
Prima alla Fidal per 20 anni come Segretario Generale, quindi per 15 anni alla IAAF , sempre con Nebiolo. Poi dal 1993 al 2003, rientrato come dirigente al Coni, quale  Responsabile della preparazione Olimpica  e delle spedizioni olimpiche.  Nel frattempo eletto quattro volte nel Consiglio della Federazione Atletica Europea.
Ancora, si deve al suo ingresso nel Comitato Organizzatore dei Giochi Olimpici Invernali di Torino, se il capoluogo piemontese è riuscito ad accaparrarsi le Olimpiadi del 2006 e farne un enorme successo sportivo ed organizzativo. Insomma, l’uomo giusto al posto giusto per riportare il cammino dell’atletica sui binari della normalità se non del successo..
Il successo del dirigente torinese  Nebiolo era stato costruito su  una piena autonomia gestionale e finanziaria e , soprattutto, sulla composizione dei suoi  più vicini collaboratori.  In particolare dal Segretario Generale  Luciano Barra; dai CT Elio Locatelli ed Enzo Rossi, dal Comunicatore Augusto Frasca, dal medico  Petrucci, da manager come Sandro Giovannelli. Gente che, operando  quotidianamente ad alto livello si era costruito un know how invidiabile che assicuri che le fortune dello sport italiano non si affidino soltanto ad una volitiva ragazza pugliese chiamata Antonella Palmisano.
Quanto l’ultima giornata dei Mondiali  con la ultima puntata della vicenda Bolt Addio, dimostra che anche alla IAAF non farebbe male un  nuovo ricorso agli uomini di Primo Nebiolo. Eviterebbero farse come quella del velocista del Botswana messo in quarantena  e poi riammesso in un’altra gara dove corre da solo. Oppure la patetica esibizione mediatica di un ex  campione, il mitico Bolt, non allenato,  che si strappa nella finale della 4x100 mentre  se la Giamaica avesse schierato un altro velocista avrebbe sicuramente vinto la gara.
Classifica  finale dei Mondiali per Paesi. 1. USA (per distacco) 2. Kenia,  3. Sud Africa.... 38. Italia. Si impongono paesi multiculturali e multirazziali dove lo sport è parte integrante della cultura e pratica scolastica. Mentre in Kenia,  in altitudine, il più importante ed usato mezzo di locomozione sono le gambe.

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