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Bolt si ritira. Il futuro parla anche italiano

sport berruti mennea bolt logoRoma, 6 agosto 2017 -  Usain Bolt, il superman della velocità mondiale,  si ritira dopo essere arrivato terzo nella finale dei 100 ai Mondiali di Londra 2017.

Abbiamo avuto la fortuna di assistere a questo evento,  come in precedenza abbiamo avuto la buona sorte di seguire e  commentare gli eventi  più significativi che hanno caratterizzato la storia della velocità negli ultimi 57 anni a partire dai Giochi Olimpici del 1960.

Roma fece storia poichè  due europei  bianchi interruppero la supremazia nera americana. Nei 100 metri si impose il tedesco Armin  Hary, primo a correre la distanza in  10 secondi netti.  Il già talento calcistico in forza al Bayer per un paio di anni, fece il vuoto accanto a sé, in virtù di una partenza lampo che gli consentiva  di prendersi un vantaggio incolmabile.

Nei 200 metri si impose uno studente universitario torinese di 21 anni, Livio Berruti,  che correva sostanzialmente per hobby. Si allenava il minimo necessario perché in pista la sua falcata volava leggera,  senza fatica, lasciando tutti indietro. Si fosse allenato, chissà cosa avrebbe potuto fare oltre a vincere l’oro a Roma con il record  mondiale uguagliato 21.05?!

Livio correva con gli occhiali da sole, con quell’aria apparentemente disincantata di uno che è lì soltanto per divertirsi. Proprio come 57 anni dopo   Usain Bolt in ogni occasione. Anche quando dà un addio che non avrebbe mai potuto dare.

Era inevitabile, comunque, che il Bolt presentatosi ai Mondiali di Londra dovesse perdere.

Correre più veloce di tutti è impresa che richiede - anche ai più dotati come Bolt (ed anche Berruti) -  una costanza di allenamento, impegno e stile di vita  non facili da perseguire a lungo, a meno di non essere la testa di uno come Mennea che si rinchiudeva nel Centro di Formia  con il suo maestro Carlo Vittori, curava  maniacalmente la propria dieta, per uscire all’esterno solo per gareggiare e vincere. Questo 365 giorni all’anno. Per  Berruti, prestissimo; e per  Bolt (con 9 medaglie d’oro olimpiche e 11 medaglie d’oro mondiali a 31 anni) questo regime non era più accettabile.

Il Bolt visto in pista ieri a Londra fin dalla semifinale, era già un'altra cosa rispetto all’uomo più veloce della storia in cimento. Al posto dell’atleta  longilineo ma dai muscoli scolpiti,  era un giovanotto mingherlino di quasi due metri, con gambe, braccia, spalle esili.

Probabilmente prima di mettersi in ballo a questi Mondiali, Bolt si sarà detto: vediamo se riesco a vincere ancora pur senza allenarmi,  grazie al mio talento naturale. Difatti, non ha scelto i 200 ma i 100 metri più brevi. Ma anche qui ha cercato di centellinare le energie per superare l’avversario che temeva di più Coleman, controllandolo in corsa e  lasciandogli anche vincere la semifinale.

In finale, poi è accaduto che,  controllando Coleman,  al suo fianco non si accorto che nella  corsia esterna scappava Gatlin che, così,  a 35 anni (4 più di Bolt) ha conquistato l’oro. L’americano, palesememente sotto choc, ha poi omaggiato  il  re giamaicano inginocchiandosigli  davanti  in segno di omaggio.

Usciti di scena i due dilettanti europei,  la velocità sembrò ritornare in mani statunitensi, con Bob Hines che, però, solo nell’aria rarefatta di Città del Messico e su pista sintetica, riesce a scendere  sotto i 40 secondi, 9.95 automatico.

All’orizzonte, però si profilano  un altro paio di europei bianchi destinati a far storia.

Si tratta di Valery Borzov, un ukraino che gareggia con la maglia dell’Unione Sovietica. Secondo alcuni studi biofisici, i bianchi  ukraini dispongono  di una quantità di fibre  muscolari rosse  pari a quelle dei neri. Si tratta delle fibre che  producono potenza muscolare,  ovvero velocità. Borzov, l’ucraino dagli occhi di ghiaccio, è un tipo determinato e solerte proprio come Mennea. Si permette di vincere ai Giochi di Monaco   1972 sia i 100 che i 200 metri (dove Mennea conquista il bronzo). Per due anni   rimane imbattuto.

È ora anche il momento dell’altro europeo  velocista di rango. Pietro Mennea. Il barlettano si rivela con il bronzo di Monaco 72.

Fra ukraino marcato URSS,  ed italiano di Barletta, si  instaura un buona amicizia, oltre che sana rivalità.

Ogni tanto vince uno ogni tanto l’altro. Borzov con il suo allenatore vanno a Formia per allenarsi con Mennea e Vittori. Pietro impara moltissimo da Valery il quale, diventato dirigente, si rivelerà amico determinante ai Giochi di Mosca quando alla vigilia della finale dei 200 metri, Mennea andò in crisi di fiducia  chiudendosi in  depressione,  abbandonato da (quasi) tutti,  compresi i media italiani…. L’amicizia di Borzov in extremis  stroncò la crisi e, 20 anni dopo Roma,  un  altro  italiano risalì sul podio maggiore dei 200 metri piani.

Un italiano che l’anno prima, in quel di Città del Messico il 12 settembre 1979 aveva stabilito ai Mondiali Universitari,  il nuovo record dei 200 metri. Quel 19.72 destinato a restare imbattuto per 17 anni, fino al 19.03 da Michael Johnson.

Tornando all’addio di Bolt, c’è da sottolineare quanto enunciato dal campione, dirigente, tecnico Borzov: “Il suo segreto è la taglia. Non c’è mai stato uno alto 1,96 che corra con la fluidità di uno alto 1,80. Un lungo che corre come un piccolo. Ha un sistema neuromuscolare che gli permette di passare in testa a metà gara. Ha velocità e gran ritmo”.

L’avvento dl barlettano nel mondo dell’atletica coincide con un periodo decisamente scuro e controverso della velocità mondiale: la pratica del doping diffusasi a macchia d’olio a partire dagli anni 80. Veramente difficile capire la realtà dei fatti. Distinguere il grano dall’olio. La scoperta che il testosterone può fare miracoli  per aumentare la potenza,  induce  molti  a ricorrere a questo trucco, peraltro nocivo alla salute. I più bravi ed organizzati sono nella DDR ( Germania Democratica). Esemplare la vicenda di Katrin Krabbe , una biondissima atleta  di 1,82 per 69 chilogrammi  che da lontano appariva bellissima e perfetta, ma che da vicino neanche il trucco pesante poteva nascondere i segni di eccessi piliferi. La Krabbe stravince i mondiali a Tokio del 91 ma l’anno dopo viene squalificata per 3 anni e cessa l’attività

Mentre in Germania Est si tratta di doping di stato, programmato per la grandezza del modello comunista ed eseguito anche senza la consapevolezza dell’atleta, in Nord America il doping dei velocisti è organizzato privatamente come espressione di business capitalistico. In Canada l’ex velocista Charlie Francis organizza un gruppo di velocisti all’uso scientifico degli anabolizzanti. Fra questi anche Ben Johnson, un emigrante giamaicano. La potenza muscolare di Johnson è impressionante. Ai Giochi Olimpici di Seul 88 strapazza il malcapitato Carl Lewis. Quella notte festeggia la vittoria con la madre ed alcuni amici giornalisti a Casa Italia: la vittoria del brutto anatroccolo sul celebratissimo cigno nero, criticato per certi suoi atteggiamenti ricercati.

A Carl Lewis viene assegnata così la medaglia d’oro. La nona in quattro edizioni dei giochi dall’84 al 96. In quattro specialità differenti: 100, 200, 4x100 e salto in lungo. Mai nessuno come lui nella storia. Carl Lewis attraversa così, pulito, tutto il lungo periodo funestato dal doping. É l’unico che possa reggere il confronto con Usai Bolt.

Ma anche negli Stati Uniti in quanto ad anabolizzanti non si scherza. Ci sono alcuni Team dove immancabilmente chi vi accede diventa campione.  Uno di questi l’HSI ( Hudson Smith International) che ha come guru l’ex velocitsa John Smith. Della scuderia  californiana fanno parte Jon Drummond, Ato Boldon, Dennis Mitchell e Michael Green, Il gruppo vive amichevolmente e spensierato in comunità lungo buona parte degli anni 90.  Raccoglie allori di ogni tipo e record del mondo nella velocità.  Sono molto  chiacchierati , ma mai sconfessati.

Stesso discorso sul team californiano che fa capo a Bob Kersee, allenatore cui hanno fatto capo tantissimi campioni statunitensi specie in campo femminile. La velocista,  famosa per le unghie lunghe e dipinte,  Florence Griffith, è nel giro atletico importante fin dall’inizio degli anni 80, ma solo alla vigilia dei Giochi di Los Angeles 84 riesce ad entrare nella staffetta che conquista l’argento. Ha ormai 25 anni e non riesce ad emergere. Sposa comunque, Al Joyner un triplista di valore mondiale allenato da Bob Kersee. Il marito ottiene che Kersee si occupi anche di lei. Alla vigilia dei Giochi di Seul 88, ai trials per qualificarsi realizza improvvisamente il nuovo record del mondo sui 100 metri (10.49) migliorandolo di ben 27 centesimi).

Flo-Jo si guadagna a furor di popolo il passaggio per  Seul 88, dove conquista 3 ori (100,200 ,4x100). Realizza anche il record sui 200m. (21.34). Ha 29 anni. L’anno successivo si ritira. Perché? Tante sono le illazioni. Una cosa sola è certa. Nel 1997,  a 38 anni,  una mattina Flo-jo viene trovata a letto morta per soffocamento da  crisi epilettica…

I suoi record del mondo rimangono imbattuti ed irragiungibili ancora oggi dopo 29 anni.

Passano così tutti gli anni 90.

Il  nuovo millennio nasce all’insegna della velocità  giamaicana da sempre serbatoio di Stati Uniti.   

Nel 2005 Asafa Powell porta il primato mondiale dei 100 metri a 9.77. Poi inizia l’Era Bolt. Nel 2008 Bolt lo strappa al suo connazionale abbassandolo prima a 9.72 nel meeting di New York e quindi a Berlino all’attuale 9.58.  Nel frattempo ha tolto a Michael Johnson il primato sui 200  migliorandolo   a Berlino a  19.19. È rimasto imbattuto per 19 gare sui 100 metri. In questi ultimi 10 anni Bolt ha conquistato 9 ori olimpici e 11 mondiali. Un campione ineguagliabile come Karl Lewis, fra l’altro estremamente simpatico e disponibile sul piano umano.

Ed  ora chi lo rimpiazzera?  Sicuramente né  Gatlin, 35 anni, nè Coleman,  i cui tempi sono lontani dai record del giamaicano. Non si vedo altri competitor né in Europa , né in Giamaica e nel Nord America.

Qualcosa  si muove, invece, in Sud Africa, paese in crescita di quasi 60 milioni di anime, dove la fine dell’Apartheid  ha portato  una pace sociale e razziale che offre molte interessanti prospettive in campo anche sportivo. Il Sud Africa è  un crogiuolo di razze dal cui incrocio possono risultare realtà molto interessanti. 

In Sud Africa coesistono pacificamente una serie di etnie nere che possono offrire talenti dalle caratteristiche diverse: Zulu, Xhosa, Boscimani, Nbele, Ottentotti, eccetera. Ci sono milioni di inglesi ed altrettanti boeri  ugonotti sbarcati in uno spopolato Capo di Buona Speranza oltre cinque secoli fa. Ci sono  indiani e malesi del capo. Ci sono, anche dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, migliaia di famiglie italiane  create dai migliaia di prigionieri di guerra che alla fine delle ostilità, hanno preferito vivere in Sud Africa. 

Fra costoro anche Gregorio  Fiasconaro musicista e pilota d’aerei palermitano. Suo figlio Marcello negli anni 70, scoperto dall’atletica su un campo di Rugby di Cape Town, possedendo passaporto italiano,  fu invitato a gareggiare in Italia , dove stabilì il record del mondo degli 800 metri. Primato rimasto imbattuto per una decina di anni e che rimane tuttora il  primato italiano

Questa pace sociale e razziale sta producendo sostanziosi frutti nello sport a cominciare dal rugby, sport nazionale. E si è estesa all’atletica  proprio per la presenza di biotipi di ogni genere.

 Ciò per significare che l’unica novità nel campo della velocità mondiale è quella costituita dal primatista mondiale dei 400 metri, il sudafricano Wayne Van Niekwerk, che lo scorso anno ai Giochi Olimpici di Rio non solo ha vinto la medaglia d’oro ma anche strappato il record mondiale dei 400 metri a Michael Johnson sfiorando la barriera dei 43 secondi. Esattamente 43.03.

Come Fiasconaro anche Van Niekerk, proviene dal rugby e che come Marcello anche Wayne ha molto di italiano nella sua essenza. Intanto sua madre Odessa ha origine italiane ed un nonno di cognome De Pasquale. Il suo sviluppo e crescita atletica avviene spendendo 4 mesi all’anno a Gemona, Friuli, dove da 4 anni ha l’abitudine di allenarsi. Ovviamente parla assai bene italiano. Con lui a Gemona ha portato anche altri velocisti fra cui uno di valore mondiale quel Akami Simbine  protagonista anche lui della finale di addio di Bolt.

Dunque un finalista mondiale sui 100 metri a far compagnia ad un campione olimpico e primatista del mondo sui 400. Non è poco per offrire  nuove prospettive  alla velocità atletica. Il tutto purchè la gestione del gruppo sudafricano continui ad essere gestito  da quel fenomeno sportivo che si chiama Ans Botha.

Quanto ai record del mondo  di Bolt che sembrano lontanissimi e fuori dalla portata umana…. noi non siamo così pessimisti.  Nella storia si è spesso parlato di primati inaccessibili. Eppure un passetto dopo l’altro, se uno correva in 11 secondi i 100 metri , prima o dopo c’era un altro, o lo stesso, a correrli in 10.99. E così via. Anche perche sono tanti gli elementi che concorrono. Per esempio: il vento, il materiale della pista, quello delle calzature, l’alimentazione, il tipo di allenamento e così via. Variando e migliorando ciascuna di queste componenti,  ogni record è suscettibile di essere migliorato. L’importante che ci sia un campo di pretendenti ampio e qualificato in regime concorrenziale.

Nel caso del gruppo sudafricano,  che  continui ad essere gestito da Ans Botha, anche una svelta nonnina di 74 anni che da 4 anni si cura di Waide e da lei è stato convinto a dedicarsi ai 400. Una storia che sembra inventata, invece, è tutta vera....

Ultima modifica ilMercoledì, 09 Agosto 2017 12:24
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