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Accademia Filarmonica Romana - “Cardía” di Miguel Angel Berna e Manuela Adamo

teatro cardia spettacoloIl cuore danzante
Torna nel cartellone romano il Festival Internazionale della Danza di Roma, della Filarmonica Romana e del Teatro Olimpico. Diverse tappe in programma e in una delle più significative si può incontrare Miguel Angel Berna, di Saragozza, giunto a Roma a presentare il suo ultimo lavoro:“Cardía de llanto…de amor” , ovvero musica, danza e rituali, messi a punto per accordare insieme i battiti del cuore e i flussi del sentire, sottesi dalle musiche dal vivo dell’Ensemble diretto da Francesco Loccisano, interprete unico  e originale con la sua chitarra battente del repertorio tradizionale salentino.
Miguel Angel racconta la sua terra e la sua terra è la Spagna di oggi che è poi la somma delle memorie che vivono il presente come concrezioni, depositi sedimentati di cultura che proviene da ambiti diversi e che ha saputo trovare l’amalgama alchemico.  In questa terra indomita, le tre grandi religioni monoteiste, tre capolinea religiosi, hanno saputo trovare la via della convivenza pacifica e poi la contaminazione più eletta, la mescolanza che ha dato vita ad una creatura a sé.
Berna viene a mostrare visivamente tutto ciò con uno spettacolo che unisce in un abbraccio inscindibile la pizzica salentina e la jota aragonese, danza tradizionale del nord della Spagna, di regola eseguita da una o più coppie di ballerini armati di nacchere e accompagnati almeno da una chitarra e dal canto, danza amatissima da molti musicisti con in testa De Falla che la volle protagonista del suo “El sombrero de tres picos”.
Molte le somiglianze con la taranta, nata forse come pratica di culto e venerazione di Dioniso, quando, durante i festeggiamenti, le popolazioni si lasciavano andare a comportamenti sfrenati e licenziosi, aiutati dal vino (Dioniso a Roma era identificato appunto con Bacco) o, secondo altra linea tradizionale, nata come reazione al morso delle tarantole d’estate, durante i lavori dei campi, per il quale essa sembrava essere l’unica cura: il tarantato entrava in una sorta di stato di trance, scatenandosi in una danza isterica al ritmo del tradizionale tamburello salentino.
Jota e taranta/pizzica, che sarebbe riduttivo ascrivere al ballo etnico o folklorico, sono saldati insieme in “Cardía” attraverso le movenze della danza sufi, un tema caro a Ziya Azazi, terzo grande ballerino in scena, tanto che non è arrischiato affermare che Spagna, Italia e Turchia parlano lo stesso linguaggio.
Miguel Angel utilizza la geometria dei suoi passi velocissimi, le mani che si piegano verso l’alto a dar vita alle sue nacchere particolari, trasparenti – le costruisce suo padre con il metacrilato -, che hanno sonorità misteriose, quando lui li colpisce riesce persino a farle frullare come il fruscio di ali di un colibrì o di un “succhia miele” che quasi non si distingue ad occhi nudo, ma di cui si sente la vibrazione. La ballerina Manuela Adamo  mette sul piatto la carica sensuale e misteriosa del ritmo stregonesco della antica danza pugliese, lei che fa la sua formazione con la danza classica accademica presso l’Opera di Roma, poi si innamora della Spagna e nel 1998 vi si trasferisce e inizia una collaborazione con Miguel Angel Berna, con lui balla, per lui, per loro si occupa di produzione.
Lo spettacolo proposto illustra un linguaggio adattato differenti nei diversi paesi, cosicché saltarelli, tarantelle ecc. diventano espressione di una koiné coreutica, che unisce in un unicum le genti del grande padre Mediterraneo. Nel terzo vertice ideale, c’è Ziya Azazi, ingegnere turco che, folgorato dalle danze tradizionali dei Sufi, inizia un percorso coreografico  che lo porta ad adattare a sentimenti laici, più umani, le tematiche mistiche che sono una caratteristica dei dervisci tournants, con i loro balli ruotanti, che muovono l’aria con le ampie gonne a ruota e che sembrano irridere ogni limite fisico.  
Attraverso il ballo, attraverso la voce potente di Maria Mazzotta,   presenza abituale del concertone della Notte della Taranta, impegnata nel repertorio tradizionale salentino, vengono chiariti i legami fra Aragona e Salento, regioni d’Europa che hanno condiviso un parte del cammino della storia, affini quanto a modalità e riti, dai canti d’amore ai lamenti delle prefiche. 
Il ballo dionisiaco che cura il malessere, prende spunto dalle  ricerche di Brizio Montinari, attore e scrittore salentino e uno dei massimi esperti di tarantismo, che per primo ha illuminato la letteratura poetica orale greca, raccogliendone con  spirito scientifico il corpus delle musiche tradizionali.   
“Amore, disperazione, follia; sofferenza, malattia, remissione del male; i conflitti che scuotono il quotidiano, per rabbia, onore o vendetta; la morte, soprattutto, l’estremo dramma della perdita di una persona cara; e poi la vita, di nuovo, che festosamente ricomincia. Sono questi gli aspetti di un ciclo vitale costellato di emozioni, gioie e dolori che, in Aragona come in Salento, sono narrate, commentate, addomesticate da rituali, canti e poesia”.
Anche il pubblico presente, “esorcizzato” dai ritmi accelerati, trascinanti, ossessivi sembra partecipare attivamente a questo spettacolo che salda insieme i lamenti funebri, il tarantismo e la   trance sufi.
Ultima modifica ilLunedì, 17 Aprile 2017 20:58
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